Rassegna Stampa

La seguente rassegna della stampa che negli ultimi dieci anni ha utilizzato il termine autodichia ha esclusivo scopo dimostrativo di quanto vaste siano le implicazioni del termine e del suo utilizzo in sede giornalistica. 

 

 

19 July 2017

La Repubblica

Gruppo Editoriale L´Espresso Spa

Tommaso Ciriaco

roma. Passano il tempo a lucidare le ghigliottine, ma nessuno che riesca davvero a tagliare la testa ai vitalizi. Benvenuti al gran ballo dei fallimenti, dove la lotta ai privilegi assomiglia da un pezzo a una sterile rincorsa populista tra Cinquestelle e Pd. «Aboliamo tutto», urlano i primi, «aboliamo di più», rispondono i secondi. Risultato? Zero, nulla, mentre la legislatura stringe e le proposte bipartisan si bruciano. Stavolta però, giurano i dem, è davvero la volta giusta. Il Pd ha deciso di forzare la mano, minacciando di far approvare all’ufficio di Presidenza di Montecitorio la fotocopia della legge Richetti. E ottenendo di sbloccare lo stallo con la Ragioneria dello Stato, che invierà a ore l’atteso parere capace di sbloccare l’iter del testo dem e farlo approdare in Aula. «Ci siamo, martedì si vota», esulta il capogruppo Ettore Rosato.

Che si tagli la meta, però, è ancora tutto da dimostrare. E già, perché da cinque settimane in Parlamento la situazione richiama uno stallo «alla messicana». Prima la proposta Richetti, votata in commissione affari costituzionali anche dai cinquestelle. Poi le sabbie mobili, in assenza di un parere della Ragioneria dello Stato. La riforma finisce nel pantano e si levano scomposte le urla dei grillini contro il Pd, con tanto di imbarazzante gaffe di Luigi Di Maio sul vitalizio di un «certo Boneschi», avvocato radicale e coraggioso legale della famiglia di Giorgiana Masi morto nel 2016. Fino alla minaccia della delibera e, pare, al contrordine della Ragioneria.

E dire che per un giorno intero i massimi vertici del Pd – da Rosato fino a Marina Sereni – lavorano per davvero a una proposta alternativa, una delibera capace di chiudere la partita. La parola chiave è autodichia, cioè il potere delle Camere di decidere in casa propria. Una legge dello Stato può arrivare fino alla Corte Costituzionale, ma mai la Consulta si è pronunciata sulle regole interne fissate dal Parlamento. Una forzatura, magari, ma anche un micidiale scudo “anti ricorsi”.

Adesso, comunque, sembra essere di nuovo tornato il tempo dell’Aula. E del testo Richetti, che prevede un duplice colpo di forbice. Il primo riguarda i vitalizi futuri: resta l’attuale sistema contributivo, ma viene scardinato il meccanismo che consente a chi ha completato una legislatura di ottenere prima dei comuni mortali la pensione (oggi un deputato con un mandato ha semaforo verde a 65 anni, a 60 con due legislature). Ma il cuore della svolta riguarda il passato. Chi già percepisce una “pensione” da deputato dovrà accettare che gli venga ricalcolata con il metodo contributivo attualmente in vigore per i dipendenti statali, portando all'”estinzione” di fatto di molti “baby vitalizi”.

Tra il dire e il fare, comunque, resta sempre il rischio dei ricorsi e il peso della politica. E la politica dice che il Pd è pronto ad andare fino in fondo per non lasciare nelle mani dei grillini la campagna contro i vitalizi. Lo vuole Renzi, dopo la battuta d’arresto sullo ius soli. Ma siccome anche di valzer si tratta, i grillini – fiutata la novità – rilanciano ancora. E così Luigi Di Maio invia nel pomeriggio una mail ai membri del massimo organismo di Montecitorio, mettendo nero su bianco la controproposta dei Cinquestelle di delibera da parte dell’Ufficio di presidenza e che ovviamente ha valore solo per la Camera : ricalca la proposta di legge Richetti e prevede il ricalcolo contributivo delle “pensioni” degli ex parlamentari, l’accesso al trattamento secondo criteri “equiparati a quelli dei normali lavoratori”, ma anche la possibilità di rinuncia volontaria.

^^^^^^^^^^^^^^^^

Primo Piano

COSTI DELLA POLITICA; Vitalizi, blitz del Pd. Duello con M5S

Stefania Piras e Diodato Pirone

18 July 2017

Il Messaggero Online

Si riapre la battaglia sui vitalizi degli ex parlamentari. Ieri il M5Stelle, per bocca di Luigi Di Maio, è tornato a chiedere una accelerazione su questo tema. E a stretto giro di posta il Pd via una dichiarazione di Ettore Rosato capogruppo democrat alla Camera ha replicato annunciando una svolta definitiva «in poche ore».

Di cosa si tratta? Il Pd sta lavorando ad una proposta molto semplice: trasformare in regolamento parlamentare, e non più in legge, quanto previsto dal disegno di legge per il ricalcolo dei vitalizi che porta la firma di Matteo Richetti.

AUTODICHIA

La legge Richetti finora non è stata inviata all’Aula perché manca la relazione tecnica della Ragioneria dello Stato (i vitalizi sono pur sempre spesa pubblica). La relazione ha bisogno di una serie di dettagli che finora la presidenza della Camera non ha fornito anche perché i tecnici sono divisi sulla strada da seguire. Il fatto è che per le Camere vige la legge dell’autodichìa che ne tutela l’autonomia finanziaria e dunque molte spese – fra le quali quelle per i vecchi vitalizi che com’è noto sono stati aboliti dal 1 gennaio 2012 – si sono sempre basate su regolamenti adottati dalle presidenze delle Camere e non su leggi.

Di fronte all’impasse ieri i pentastellati hanno ricominciato a suonare la grancassa dell’indignazione mentre i democrat paiono aver deciso di tagliare il nodo gordiano dei vitalizi e imbroccare la strada dei regolamenti. Ma anche qui c’è ancora qualche incertezza perché non è facile (contatti frenetici sono in corso in queste ore) sintonizzare sulla stessa frequenza gli uffici di presidenza di Camera e Senato. Fatto sta che se le proposte di Richetti passassero (sotto forma di regolamento o legge poco importa) il mondo dorato dei vitalizi parlamentari subirebbe uno scossone epocale. In sintesi (Richetti lo spiega nel dettaglio sulla sua pagina Facebook) si tratterebbe di ricalcolare gli assegni sulla base dei contributi effettivamente versati eliminando così alla radice il fenomeno delle rendite assicurate.

LA SFIDA

Perché i vitalizi, dice Di Maio, rimangono «un privilegio medievale e incostituzionale». Il tema sarà presente anche il 22,23 e 24 settembre alla festa nazionale del Movimento, Italia cinque Stelle, che si svolgerà a Rimini. Una sfida non da poco: a una settantina di chilometri, a Imola, il 24 settembre ci sarà la serata conclusiva della Festa dell’Unità con Matteo Renzi. Sceglie Rimini il M5S, città dove alle scorse amministrative non venne certificata la lista elettorale. Lì sarà proclamato il candidato premier ufficiale del M5S (tutti guardano a Luigi Di Maio). Il format della festa sarà molto simile a Sum, l’evento organizzato a Ivrea in memoria di Gianroberto Casaleggio. Ma nel frattempo, guerra ai vitalizi. «Già il 20 giugno scorso – scrive il M5S – la Ragioneria generale dello Stato aveva inviato alle Camere una nota con richiesta di chiarimento. Ma le Camere non hanno ancora risposto». Così Laura Castelli, Luigi Di Maio e Riccardo Fraccaro che ieri appunto hanno fatto visita alla Ragioneria dello Stato per capire cosa stia rallentando l’invio della relazione tecnica da parte del Mef di cui ha bisogno la legge Richetti per proseguire il suo iter. «Secondo la Rgs, c’è un problema sul ruolo dell’Inps e manca il dato dei contributi della parte datoriale, ossia allo stesso Parlamento». La palla ora passa ai presidenti Boldrini e Grasso.

Ced Digital & Servizi S.r.l.

^^^^^^^^^^^^^^^^^ì

Vitalizi: Rampelli, M5S parla di questo, non hanno altro?

18 July 2017

13:00

ANSA – Politics News Service

(ANSA) – ROMA, 18 LUG – “Appare sempre più evidente che il M5S parli di vitalizi perché non può parlare di altro. Appena i temi più scottanti assumono la ribalta, ius soli, immigrazione selvaggia, disoccupazione giovanile, Bolkestein, campi nomadi, si rifugia nell’unica cosa che non spacca il suo elettorato: l’antipolitica. FDI ha già contribuito alla cancellazione dei vitalizi attuali e ha votato a favore dell’eliminazione di quelli passati. Di più, per evitare che con qualche ricorso si potessero mettere a rischio le pensioni degli italiani calcolate con il sistema retributivo (analogo a quello dei vecchi vitalizi per i politici) ha presentato la proposta nell’organismo autonomo della Camera dei deputati, l’ufficio di presidenza, visto che la Camera agisce in regime di autodichia. Bene, il M5S si è astenuto, contribuendo alla sua bocciatura, allo stesso modo di quando affossò la PdL a prima firma Giorgia Meloni che introduceva un tetto alle pensioni d’oro. Affossandola.

C’è chi fa le cose che dice ritenendole giuste a prescindere da chi le propone e chi vuole solo fare casino per ottenere voti, augurandosi intimamente che nulla cambi”. E’ quanto dichiara il capogruppo di Fratelli d’Italia-Alleanza nazionale Fabio Rampelli. (ANSA).

^^^^^^^^^^^^^^^^^

Elena G. Polidori

18 July 2017

Il Giorno

Elena G. Polidori

ROMA

È SFIDA tra Pd e M5S sul tema dei vitalizi dei parlamentari che dal 15 settembre verranno maturati da deputati e senatori. I dem, su spinta del firmatario della legge sul ricalcolo dei versamenti degli onorevoli con il sistema contributivo, Matteo Richetti, avrebbero intenzione di convergere sulla linea che il vicepresidente grillino della Camera, Luigi Di Maio, aveva chiesto in mattinata per accelerare l’approvazione di un testo fermo da mesi in commissione Bilancio di Montecitorio per mancanza del parere della Ragioneria dello Stato.

La ‘legge Richetti’ sui vitalizi, quindi, diventerà probabilmente una delibera che verrà votata dall’ufficio di presidenza di Montecitorio in nome dell’autodichìa, la gestione autonoma delle Camere, su quel che riguarda i loro componenti. E quindi, nelle prossime ore verrà presentato alla presidente, Laura Boldrini un nuovo ordine del giorno.

Una rivoluzione nella linea politica del Pd? «La strada da percorrere – spiega il portavoce dem – non è quella dei tagli lineari sugli scaglioni più alti, ma una riduzione per tutti».

Per questo si appella a Di Maio nella sua qualità di vice presidente dell’Aula di Montecitorio: «È vicepresidente della Camera, membro dell’ufficio di presidenza che, in qualunque momento, può intervenire in materia di vitalizi.

Quando si è tentato di farlo Di Maio si è presentato con un foglietto che non tagliava di un euro i vitalizi attualmente erogati. Possiamo riprovarci», assicura Richetti.

«Se crediamo che i tempi del percorso legislativo ordinario possano portare a un nulla di fatto gli uffici di Presidenza (questa volta in maniera congiunta però, Senato compreso per intenderci) possono deliberare producendo nei fatti ciò che la legge dispone. Ovvero un nuovo importo degli assegni secondo un ricalcolo dei vitalizi», aggiunge.

Con un’avvertenza: «Non tagli lineari sugli scaglioni più alti, ma riduzione per tutti, a partire proprio da chi in Parlamento c’è stato qualche giorno, e, avendo un importo contenuto, è sempre escluso dal taglio».

LA SFIDA è dunque lanciata, ma il percorso appare comunque tutto in salita. Primo perché è difficile che ‘contemporaneamente’ Camera e Senato riescano a trovare una quadra su un tema tanto spinoso, secondo perché la presidente della Camera è tutt’altro che entusiasta di perseguire una strada che considera avventata e, soprattutto, senza dati certi di copertura da parte della Ragioneria dello Stato.

Peraltro, con il passaggio – per i trattamenti in essere – al regime contributivo non sempre si risolverebbe come un taglio, visto che per 117 ex-deputati e senatori, con lunghe carriere contributive, il ricalcolo comporterebbe un incremento del vitalizio.

IL NUOVO testo Richetti è comunque nel calendario della Camera per questa settimana, ma a questo punto la partita cambia campo, si sposta dentro gli uffici più alti della Camera, diventa delibera e dunque sui tempi del percorso è difficile fare previsioni. Unico dato certo è che l’ufficio di presidenza della Camera che si occuperà del caso è previsto mercoledì. Fonti interne al Nazareno spiegano che la mossa di Richetti viene considerata «l’unico modo per impedire al Movimento 5 Stelle di alzare i toni dello scontro per dimostrare di non aver abbandonato la vecchia battaglia sui costi della politica», dando la colpa al Pd di voler, invece, affossare tutto.

^^^^^^^^^^^

 

I grillini tornano all’attacco sui vitalizi: tagliamoli subito

di ANNALISA CUZZOCREA

17 July 2017

La Repubblica.it

La Camera dovrebbe discuterne in settimana, ma il M5S chiede alla Boldrini di cancellarli in Ufficio di presidenza. Di Maio: “Risparmi per 1,5 miliardi in 10 anni” ROMA – Abbandonata l’idea di approvare lo Ius soli [http://www.repubblica.it/politica/2017/07/16/news/ius_soli_gentiloni_prende_tempo_non_si_puo_approvare_prima_dell_estate_-170940366/?ref=RHPPLF-BH-I0-C4-P2-S1.4-T1], il governo si avvia verso la fine della legislatura senza paura di nuovi scossoni. E il 15 settembre i parlamentari matureranno la possibilità di incassare i vitalizi [http://www.repubblica.it/argomenti/vitalizi_parlamentari] (che in realtà, dopo la riforma del 2012, sono pensioni calcolate col metodo retributivo: 900 euro al mese dopo i 65 anni per chi ha una legislatura, che possono diventare 1.500 dopo i 60 anni per chi ne ha due).

Ma il Movimento 5 Stelle decide di tornare all’attacco, cavalcando uno dei suoi cavalli di battaglia. Con una conferenza stampa alla Camera del vicepresidente di Montecitorio Luigi Di Maio e dei suoi fedelissimi, Riccardo Fraccaro e Laura Castelli. Accusano il Pd di aver affossato la legge firmata da Matteo Richetti, che avrebbe dovuto essere approvata a fine maggio grazie all’inedito asse tra dem e grillini, ma che è poi stata rinviata per paura di scontentare troppi all’interno della maggioranza, e non solo. Il testo è comunque nel calendario della Camera per questa settimana, ma i grillini non ci credono più di tanto.

La proposta del Movimento 5 stelle per uscire dall’impasse ricorda il loro primo tentativo: far votare un intervento risolutivo dall’ufficio di presidenza di Montecitorio in nome dell’autodichìa, la gestione autonoma delle Camere su quel che riguarda i loro componenti. E quindi, alla presidente Laura Boldrini e agli altri partiti verrà presentato un ordine del giorno che di fatto copia la proposta di legge Richetti da votare insieme al Bilancio di Montecitorio.

“Quello che chiediamo – raccontano nel Movimento – è che tutte le pensioni, sia per chi le ha già maturate o già le prende sia per chi avrà un doppio regime, vengano riparametrate col metodo contributivo. Non pretendiamo nulla di più della proposta Richetti, anche se noi saremmo per l’abolizione totale, così non avranno scuse per dirci di no”.

“Con l’abolizione del vitalizio vogliamo risparmiare un miliardo e mezzo di euro per i cittadini in 10 anni ma soprattutto – dice Di Maio in conferenza stampa – vogliamo ripristinare un po’ di fiducia nelle istituzioni”.

L’ufficio di presidenza che si occuperà del caso è previsto mercoledì all’ora di pranzo. Il bilancio della Camera dovrebbe poi approdare in aula il 24 luglio per essere chiuso quella settimana, a meno che non slitti alla successiva per l’esame dei decreti Mezzogiorno e vaccini. Sarà in quei giorni che il Movimento alzerà i toni dello scontro per dimostrare di non aver abbandonato – neanche nella sua fase istituzionale – la vecchia battaglia sui costi della politica.

^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^

Riforme:Amato,Parlamento intervenga su provvedimenti omnibus.

19 June 2017

11:26

ANSA

 

Camere affrontino questione autodichia

(ANSA) – ROMA, 19 GIU – Sulla proliferazione dei maxi-emendamenti e dei decreti legge come veicolo su cui introdurre provvedimenti di natura completamente diversa “è bene che il Parlamento intervenga prima che lo facciano altri”. Lo ha sostenuto il giudice della Corte Costituzionale ed ex premier Giuliano Amato in occasione della discussione avvenuta nell’ambito della presentazione de il Quaderno 2015 – 2016 de “il Filangeri” alla Camera sul tema de “Il Parlamento dopo il referendum costituzionale” dove si è dibattuto di quale riforme sono attuabili senza ‘toccare’ la Costituzione. Proprio su questo punto Amato ha ricordato che “non è la prima volta che dopo tanto parlare di riforma si rifluisce nei regolamenti parlamentari: accadde nella metà degli anni ’80 quando non si andò neppure così avanti come in questo caso” dice.

Amato ha inoltre invitato il Parlamento, ad affrontare il tema dell’autodichia, tema su cui appare un sempre più crescente “disagio che si vede della frequenza con cui l’istituto viene portato all’attenzione della Corte”. “Sarebbe una bella cosa se il Parlamento si ponesse finalmente la questione che tuttavia riguarda – ha ricordato Amato – anche la Presidenza della Repubblica e la stessa Corte Costituzionale. Sarebbe bello se il Parlamento arrivasse prima a decidere su questioni che toccano la sua autonomia” ed evitare interventi dall’esterno perché “spesso l’extrema ratio arriva quando le istituzioni preposte restano silenti”. (ANSA).

^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^

Vitalizi, oggi l’esame della legge Richetti

31 May 2017

Il Messaggero

Oggi arriverà all’esame dell’Aula della Camera la proposta di legge per il ricalcolo dei vitalizi degli ex parlamentari, nazionali e regionali. La legge però potrebbe essere votata nei prossimi giorni. Il testo porta la firma di Matteo Richetti, del Pd, e di molti altri parlmantari sia dei 5Stelle che di centro destra. Ieri il M5S ha chiesto un rapido esame della legge sia alla Camera che al Senato prima del loro scioglimento. «Abbiamo già votato il mandato al relatore», sottolineano gli esponenti pentastellati. In Commissione Affari Costituzionali Forza Italia si è opposta. «Noi abbiamo votato no perché si tratta di un provvedimento incostituzionale e che mette in discussione anche l’autodichia della Camera, ovvero la possibilità degli organi costituzionali di autogovernarsi». Così ha sottolineato Francesco Paolo Sisto di Fi, al termine dei lavori.

Il sì è arrivato invece dal Pd, M5S, i centristi di Ap, i verdiniani di Ala e Sinistra Italiana. La Lega era assente. Il testo, come detto, prevede che tutti i vecchi vitalizi dei parlamentari vengano ricalcolati col metodo contributivo. Secondo alcuni però questa norma sarebbe incostituzionale, a meno che anche tutte le altre pensioni percepite da milioni di italiani non vengano ricalcolate dall’Inps con il sistema contributivo.

^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^

Vitalizi: Sisto (Fi), provvedimento incostituzionale.

30 May 2017

15:14

ANSA

(ANSA) – ROMA, 30 MAG – “Fi ha votato no perché si tratta di un provvedimento incostituzionale e che mette in discussione anche l’autodichia della Camera”. Lo sottolinea il deputato di Fi Francesco Paolo Sisto, al termine dei lavori della commissione Affari costituzionali della Camera.(ANSA).

^^^^^^^^

Primo Piano

Vitalizi, primo ok alla stretta: sistema contributivo per tutti

26 May 2017

Il Messaggero

IL CASO

ROMA I membri, attuali ed ex, del Parlamento italiano si preparano a dire addio al più odioso dei privilegi: il vitalizio. Il giorno e l’ora in cui l’Aula di Montecitorio passerà lo storico colpo di spugna sono già fissati. E anche i dettagli, dal momento che ieri la commissione Affari istituzionali ha dato gli ultimi ritocchi al disegno di legge presentato dal democrat Matteo Richetti. A decorrere dall’entrata in vigore della legge gli onorevoli saranno un po’ più simili agli altri lavoratori perché il loro assegno a vita, per anni status symbol della casta, verrà sostituito da un trattamento previdenziale ricalcolato con metodo contributivo «secondo la disciplina vigente per tutti i dipendenti dell’Amministrazione statale».

La rivoluzione prevede l’abolizione dei vitalizi futuri (di cui per la verità dal primo gennaio 2012 è rimasto solo il nome visto che da quella data le nuove pensioni degli onorevoli già si calcolano con il contributivo) ma soprattutto per chi è cessato dal mandato. Il trattamento economico non potrà in ogni modo essere superiore allo stipendio percepito al momento di entrata in vigore della legge. Verrà istituita una gestione ad hoc presso l’Inps, la pensione si inizierà a percepire a 65 anni e verrà erogata dall’istituto di previdenza. Per chi dovesse percepire indennità superiori al trattamento previdenziale, in caso di nomina in enti pubblici e privati o fondazioni bancarie, l’erogazione verrà sospesa.

La legge Richetti riporta dunque gli onorevoli sulla terra. E’ l’effetto ritardato del combinato disposto che ha messo insieme l’indignazione per «l’odioso privilegio» con la necessità di non offrire argomenti facili agli avversari alla prossima campagna elettorale . «Questa legge è un gesto fondamentale per riconnettere la politica e il Parlamento con i cittadini», rivendica infatti Richetti, che senza il sostegno finale di Renzi avrebbe gettato la spugna. A favore si è pronunciata l’ex ministro Maria Stella Gelmini di Forza Italia, mentre il pentastellato Dario Toninelli ha annunciato che il M5S è pronto «a fare pressing sul presidente del Senato Pietro Grasso perché il provvedimento venga presto calendarizzato a Palazzo Madama».

VIGILANZA

Non mancano le voci critiche. C’è chi ritiene che in questo modo si aprirà la strada «al ricalcolo contributivo di tutte le pensioni». E chi, mostrando musi lunghi e malumori, vede intaccato il principio parlamentare dell’autodichia. Nonostante l’asse Pd-M5S abbia spianato la strada e sostanzialmente tenuto.

L’ultimo miglio sarà il più difficile. Dal Senato arriveranno le maggiori insidie. Mercoledì prossimo il provvedimento verrà presentato a Montecitorio dal relatore.

I più arrabbiati sono gli ex. Per Antonello Falomi, presidente dell’Associazione degli ex parlamentari è «un colpo duro allo Stato di diritto, un obbrobrio; sancisce il principio gravissimo che le norme possano cambiare retroattivamente». Di qui il sì ai ricorsi. La strana alleanza Pd-M5S non è valsa un cessate il fuoco. Il grillino Riccardo Nuti accusa i Dem di aver bocciato un suo emendamento sull’abolizione del privilegio per i condannati in via definitiva per corruzione e mafia. E il sottosegretario Davide Faraone, esponente di punta del Pd siciliano, non crede ai deputati pentastellati della Regione che si sono detti pronti a rinunciare alla pensione che per loro maturerà il prossimo 6 giugno. E spara a zero: «E’ una pupiata a favore di telecamera».

Claudio Marincola

^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^

Vitalizi, polemica nel Pd. Lauricella non vota testo base Richetti

18 May 2017

Askanews

Dubbi del deputato orlandiano: “Non si possono abolire per legge” (askanews) – Roma, 18 mag 2017 – E’ polemica nel Pd sull’abolizione dei vitalizi. Il testo base presentato da Matteo Richetti (portavoce della mozione Renzi al congresso), adottato oggi dalla commissione Affari Costituzionali della Camera con il voto anche di M5s e il no di Fi e Ap, non convince gli orlandiani. Secondo Giuseppe Lauricella, deputato che alle primarie dem ha appoggiato la corsa di Andrea Orlando, “non si possono abolire i vitalizi parlamentari per legge. Se si vuole intervenire, bisogna farlo modificando i regolamenti interni”. Lauricella lo dice in Commissione durante la discussione sul testo e lo ribadisce ai giornalisti presenti lasciando i lavori prima del voto sul testo Richetti al quale sceglie di non partecipare. “La Costituzione – ricorda Lauricella – prevede all’articolo 69 che l’indennita’ sia stabilita dalla legge.

Non i vitalizi che quindi devono essere decisi dai regolamenti interni disciplinati dall’articolo 64 della Carta. Su questa materia c’e’ l’autodichia“. Quindi sentenzia: “Ricordatevi che sull’Italicum ho avuto ragione…”. “Per me – e’ il commento di Richetti – vale la posizione del professore Beniamino Caravita di Toritto, che in audizione ha detto che il Parlamento ha il potere di legiferare su vitalizi e pensioni dei parlamentari”. Luc

^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^

Testo in aula il 31 maggio. dopo due anni, Pd e M5S trovano un accordo

16 May 2017

17:58

Avvenire Online

 

Vitalizi: qualcosa si muove. La Commissione affari costituzionali ha approvato oggi pomeriggio l’unificazione delle proposte di Richetti (Pd) e di Lombardi (M5S). La prima per abolire i vitalizi attuali ed equiparare il trattamento dei parlamentari a quello di qualunque altro lavoratore (e cioè al contributivo, come prescritto dalla legge Fornero), la seconda per le indennità.

Il testo approderà a Montecitorio il 31 maggio. Domani sarà presentato un testo base dal relatore Matteo Richetti e giovedì sarà adottato dalla Commissione. Il 23 maggio è stato fissato il termine per gli emendamenti. “Finalmente il Pd, dopo aver insabbiato per due anni la proposta del Pd sui vitalizi, ha deciso di accettare il nostro consiglio e di portarla in Aula. Il M5S non è geloso delle proposte di legge altrui e, come abbiamo già detto da settimane, siamo disposti a votare la pdl Richetti così com’è, perché abbiamo a cuore il taglio dei costi della politica e l’interesse dei cittadini”. La guardia dei pentastellati resta alta anzi, ammettono, “altissima”. Il rischio paventato dai grillini è che, acnhe se il testo passasse alla Camera, “i democratici faranno di tutto per non farlo arrivare al Senato”. Senza contare il principio di autodichia per cui il parlamento può decidere in autonomia su eventuali ricorsi che, prevedono ancora dal M5S, arriveranno a pioggia.

“Ora Renzi deve passare dalle parole ai fatti – scrivono i grillini della Commissione – e garantire il voto della maggioranza nelle due Camere. Se così non fosse, sarebbe una colossale presa in giro, un goffo e ipocrita tentativo di celare l’intenzione di far scattare il vitalizio il 15 settembre, cosa che gli italiani puniranno severamente, quando ci faranno tornare a votare”. Difficile credere che i dem non voteranno la propia proposta anche se non si può escludere qualche resistenza.

^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^

In Parlamento; Tetto sugli stipendi e vecchie indennità Il ritorno al passato

Sergio Rizzo

14 April 2017

Corriere della Sera

Care, vecchie indennità. Massacrate dalla furia rigorista che non ha risparmiato, pensate, neppure gli stipendi di Camera e Senato, eccole di nuovo. È l’ineluttabile risultato di una decisione presa dalla «Commissione giurisdizionale per il personale della Camera dei deputati», ovvero l’organismo interno delegato a giudicare i ricorsi dei dipendenti del parlamento. Dove l’autodichìa, ovvero quel sistema per cui le decisioni prese nel Palazzo non sono sindacabili né sono sottoposte a controlli esterni, non riguarda solo gli eletti ma si estende anche a chi lavora lì dentro.

Con il risultato che le controversie non si discutono in tribunale davanti al giudice del lavoro, bensì davanti a una commissione interna composta da una terna di deputati. Tutti e tre del Pd e due dei quali, nella fattispecie, renziani a quattro ruote motrici: il presidente Francesco Bonifazi, tesoriere del Pd, ed Ernesto Carbone. Il che rende il tutto ancora più singolare, considerando quanto fu deciso dall’ex segretario democratico nel difendere il tetto dei 240 mila euro agli stipendi pubblici. Ma tant’è.

La storia di cui stiamo parlando comincia proprio quando si decide di applicare quel tetto anche ai dipendenti di Camera e Senato. La cosa provoca violente reazioni, che riescono a mitigare l’intervento, limitando i danni. Al punto che ora lo stipendio lordo del consigliere parlamentare con la maggiore anzianità può attestarsi sui 358 mila euro, quasi il 50% più del tetto di cui sopra pari alla retribuzione del presidente della Repubblica. Mentre un documentarista tecnico ragioniere può arrivare a 237.990. Ma il taglio finisce per spiovere anche sulle indennità di funzione: somme aggiuntive alla paga base in relazione al ruolo ricoperto. Per capirci, il segretario generale percepisce ora per questa voce 662 euro netti al mese, contro i 2.206 di prima.

La sforbiciata non va giù quasi a nessuno, ma i più la ingoiano. In 575, invece, fanno ricorso, e sulle indennità la spuntano. Il conto per la Camera sale così di 2 milioni, facendo infuriare il deputato grillino segretario dell’Ufficio di presidenza, Riccardo Fraccaro. E non solo.

Anche perché questo altro non è che il preludio del ritorno al passato. Un anno fa tanto la Camera quanto il Senato avevano infatti accolto alcuni ricorsi che chiedevano di affermare il principio che il riferimento al tetto dei 240 mila euro lordi annui avrebbe avuto valore limitato nel tempo. Ritenendosi del tutto superato con la fine dell’attuale legislatura.

Ci sarebbe stata anche la possibilità di un giudizio d’appello (sempre con le commissioni interne, ovvio) ma entro un termine che invece è trascorso inutilmente. Né le invocazioni dei questori che chiedevano di lasciare in eredità al nuovo Parlamento la riconferma dei tagli hanno trovato udienza. Ragion per cui, a meno di sorprese, dal prossimo anno gli stipendi dei dipendenti dei due rami del Parlamento torneranno ai livelli di prima.

Del resto, se si prende in esame la media delle retribuzioni, i tagli non hanno creato scompiglio più di tanto nelle doratissime busta paga delle Camere. Dai dati di bilancio si deduce che nel 2017 lo stipendio medio di un dipendente del Senato sarebbe pari a 148 mila euro: identico in termini reali (considerando cioè l’inflazione) a quello di dieci anni fa. Meglio ancora alla Camera, dove la paga media di 138 mila euro risulterebbe ancora più alta, sia pure dello 0,8%, di un decennio prima.

La norma

A ottobre 2014 l’Ufficio

di presidenza e il consiglio

di Camera e Senato hanno approvato

il tetto di 240 mila euro lordi agli stipendi, in vigore per gli altri dirigenti pubblici da aprile grazie al decreto Renzi Per

i dipendenti

del Parlamento

è a tempo: dura fino alla fine dell’attuale legislatura

Indennità

La parola

È la somma di denaro corrisposta a un lavoratore che non ha carattere retributivo, ma viene riconosciuta a titolo

di rimborso spese o come forma di risarcimento

per specifici oneri o disagi che deve affrontare

per lavorare.

^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^

 

Cronache

Primo piano

L’Italia degli scandali; sprechi e tagli mancati; La resistenza delle Province e le riforme inefficaci Il bilancio dei costi della politica dopo dieci anni Risparmi per i palazzi, calate le spese del Parlamento Ma il peso di pensioni e vitalizi è aumentato ancora

SERGIO RIZZO e GIAN ANTONIO STELLA

19 March 2017

Corriere della Sera

Una manciata di anni fa, il 13 agosto 2011, era ministro per la Semplificazione con Berlusconi e l’Ansa titolava: «Calderoli, con tutte norme taglio 87.000 poltrone». Bum! E spiegava così la meravigliosa sforbiciata alle Province e ai Comuni: «All’inizio di questa legislatura gli amministratori di Regioni, Province e Comuni erano 140.000 unità e con i vari interventi, compresa la manovra di oggi, a conclusione dei rinnovi elettorali passeremo da 140.000 a 53.000 con una riduzione di 87.000».

Titolone della Padania sui prodigi del dentista-statista bergamasco e della Lega: «Costi della politica, tagli epocali». Perfino Eugenio Scalfari sentì il dovere di riconoscere: «Di buono nel decreto-schifezza c’è una sola cosa e ci sembra doveroso darne atto: l’abolizione di una trentina di Province e dei relativi Prefetti e Questori, più i loro cospicui “indotti”. E l’accorpamento dei Comuni piccoli e piccolissimi. Era un progetto da tempo allo studio, dall’epoca del governo Prodi del ’96, ma mai approdato in Parlamento. È stato tirato fuori dal ministro Calderoli col forcipe dell’emergenza. Si tratta di una riforma vera e strutturale. Bravo Calderoli». Evidentemente oggi, col reddito pro capite italiano calato rispetto ad allora di altri 6 punti, l’emergenza per i leghisti non c’è più.

I risparmi mancati

dei tagli alle Province

Sia chiaro: non è stata solo la Lega, in questi anni, a giocare sul taglio delle poltrone a dispetto delle sfuriate contro il populismo. Ansa, 3 aprile 2008: «Berlusconi torna sulla necessità di eliminare enti inutili a cominciare dalle Province e su quella di ridurre il numero di poltrone politiche. “Dobbiamo eliminare le Province, dimezzare il numero di parlamentari, dimezzare i consiglieri regionali, provinciali e comunali. E così tutti quanti a casa a lavorare». Ansa, 20 giugno 2015, dichiarazione di Matteo Renzi: «Col superamento delle Province abbiamo ridotto il numero dei politici in Italia. Ci sono circa duemila persone in meno che fanno politica di mestiere. Per la prima volta nella storia italiana, insomma, si sono tagliate le poltrone». Sic…

In realtà, ricorda uno studio di Giuseppe Portonera, l’Istituto Bruno Leoni aveva stimato il guadagno di una eliminazione totale delle Province in due miliardi di euro e secondo Maria Elena Boschi la loro semplice decostituzionalizzazione avrebbe fatto risparmiare 320 milioni. Il guaio è che, scommettendo sulla vittoria al referendum che avrebbe sancito l’abolizione, la legge di stabilità 2015 aveva deciso «la riduzione sostanziosa delle risorse a disposizione delle Province, nella forma di un prelievo a favore dello Stato centrale che va da un miliardo di euro nel 2015 a due nel 2016 a tre nel 2017». Risultato: il caos. Unica speranza, che possa servire di lezione: «Le riforme necessitano di un loro ordine, non necessariamente coincidente con la ricerca del facile consenso elettorale. A mettere il carro davanti ai buoi, si rischia di restar fermi».

La megalomania

immobiliare

Dimenticate, gente, dimenticate. A dieci anni dallo scossone alla cattiva politica (non alla democrazia o alla politica: alla «cattiva» politica) c’è in Parlamento una «nuova» commissione che pare andare di moda. Quella per il «diritto all’oblio». Che storpia un vecchio spot di Renzo Arbore («meditate, gente, meditate») per accontentare quanti vorrebbero dare una pulitina agli archivi. Una proposta di legge sballata, la richiesta di un’autorizzazione a procedere, una rissa in aula con parolacce irripetibili… Fate conto d’essere stati al centro di un’inchiesta per corruzione e di esservela cavata con la prescrizione dopo anni di processi impantanati. Perché mai lasciar negli archivi memoria di quelle brutte cose? Intendiamoci: non è vero che dal 2007 ad oggi non sia cambiato nulla come strilla qualche bastian contrario di professione. Il finanziamento pubblico ai partiti che aveva assunto dimensioni mostruose non c’è più e il finanziamento ai gruppi parlamentari, per quanto qua e là eccessivo, è comunque inferiore. Si è ridimensionata anche la megalomania immobiliare che aveva spinto la Camera ad allargarsi di dependance in dependance fino a occupare in totale 204.212 metri quadri (la superficie di 14 basiliche di San Pietro) pari a trecentoventitré metri a deputato, con canoni moltiplicati per 41 volte rispetto al 1983. Larga parte degli edifici affittati (talora lussuosamente restaurati a spese nostre) sono stati lasciati. E con la restituzione nel 2015 dei soli Palazzi Marini a Sergio Scarpellini, quello che regalò la casa (a sua insaputa?) a Raffaele Marra, Montecitorio risparmia quasi 34,7 milioni l’anno. Nei 18 passati lì (senza avere la proprietà di solo un mattone) ne aveva spesi 625. Quasi il doppio della cifra incassata da Donald Trump per vendere l’hotel Plaza (800 camere deluxe) di New York.

Al ristorante del Senato «lasagnetta al ragù bianco e scamorza affumicata» non costa più solo un euro e 59 centesimi cioè un terzo di un secondo piatto alla mensa dei netturbini di Marghera. Alla buvette della Camera si pagano prezzi (quasi) di mercato e non più pochi centesimi come quando lo straripante Giovanni Alterio detto Poldo (capirete perché) si ingozzò una mattina con 24 panini, 5 crocchette e 3 litri di acqua minerale. I barbieri al Senato non ci sono più e alla Camera sono passati da 7 a 3. Un passo avanti.

Il calo reale

in milioni di euro

Insomma, va riconosciuto ai Palazzi di avere avviato davvero, dai e dai, un percorso di maggiore sobrietà. Dal 2007 al 2017 le spese della Camera sono passate da 1.053 a 961 milioni, con un calo in termini reali, cioè tenuto conto dell’inflazione, del 19,2%. Quelle del Senato da 582,2 a 539,5 milioni: meno 18%. Oddio, l’uno e l’altro ramo del Parlamento si tengono ancora larghi sulla dotazione pretesa dal Tesoro, come dovessero avere spese impreviste e qui le sforbiciate sono più leggere. Ma i tagli ci sono. Anche il Quirinale si tiene largo, fermo sulla dotazione 2007. Tuttavia il calo reale è in linea: da 241,6 a 236,8 milioni. Meno 13,2%. Più o meno l’inflazione. E in parallelo è positivo lo sgombero progressivo delle case assegnate agli alti dignitari, il taglio alle «autoblu personali», l’adeguamento al divieto di cumulare nuovi stipendi e vecchi vitalizi, il ripristino dopo mezzo secolo dei concorsi pubblici per le assunzioni, la presentazione sia pure con abissale ritardo nel primo bilancio pubblico triennale, l’apertura del palazzo ai turisti almeno cinque giorni a settimana.

Riconosciuto tutto questo, la callosa resistenza a certe riforme è ancora durissima. A differenza che sul Colle (dove giurano di non essere riusciti a toccare un paio di casi, ma tutti gli altri sì) il tetto agli stipendi fissato da Renzi in 240 mila euro, quanto prende Angela Merkel, è stato «interpretato» dai dirigenti negli altri palazzi a modo loro. Non al lordo, ma al netto. Col risultato che quel tetto alla busta paga lorda si è assestata sui 360 mila euro. Più del doppio, per intenderci, degli stipendi più alti pagati ai massimi vertici della Casa Bianca.

Va da sé che, prima di nuovi tagli, chi poteva si è sfilato. Il numero dei dipendenti alla Camera è passato da 1.839 a 1.170, e al Senato da 1.053 a 651. Quelli che mancano non si sono volatilizzati, ma sono finiti nel mondo delle pensioni dorate. Un paio di dati: il costo di queste pensioni alla Camera è schizzato da 167,2 a 267,8 milioni. Con una crescita reale del 48,1%. E al Senato da 77,4 a 145,9 milioni: +66,7%. Un incubo: il buco nei conti è stato semplicemente trasferito sul futuro. Sulle spalle di chi verrà dopo.

Camera e Senato

decidono per sé

È l’ autodichìa , bellezza. Sulla Camera e il Senato decidono solo la Camera e Senato. Basti dire che lo stipendio di un barbiere anziano è rimasto a 142 mila euro annui: sedicimila più di un giudice di Cassazione. O che mesi fa risulta esser andato in pensione un dirigente, grazie ad esempio al gentile omaggio dei contributi di una legislatura che veniva elargito dai vecchi presidenti, a 53 anni. Ventuno anni dopo la riforma Dini che cambiò tutto per gli altri italiani. Non basta: quel tetto rispettato dai dipendenti a modo loro scadrà alla fine di quest’anno. Dopo di che, se i vertici politici ammaccati e divisi del Parlamento non avranno il fegato di andare allo scontro con il loro potentissimi collaboratori, tutto tornerà come prima. Esempio: la Segretaria generale del Senato Elisabetta Serafin, di euro, ne prenderà 465 mila.

Dicono deputati e senatori: abbiamo tagliato di più noi. Vero. Basta capirci, però. Al contrario di quanto giurava stizzito nel 2012 l’ufficio stampa della Camera e cioè che le indennità «sono pari mediamente a 5.000 euro» perché «la cifra di 11.283,28 euro mensili è riferita al lordo», le cose stanno diversamente. Lo spostamento di soldi dalla parte tassabile a quella esentasse (diarie, rimborsi e prebende varie…) è stato tale che due anni e mezzo fa, nel pieno dello scandalo Mose, Giancarlo Galan, per sostenere di non essere un ladro, ma solo un privilegiato in grado di pagarsi un mutuo stratosferico, portò in tivù la sua busta paga: 5.178 nette di indennità più 13.335 di prebende varie esentasse. Totale di quel mese: 18.513 euro.

Forse era un mese speciale e lui era presidente della Commissione cultura. Ma le cifre quelle sono. Confermate, del resto, da tanti grillini che hanno scelto di pubblicare le loro due buste-paga parallele. Come ad esempio Laura Bottici che, mostrando le lettere di rinuncia ai gettoni per le riunioni della rappresentanza del personale, all’indennità di ufficio e all’appartamento di servizio cui aveva diritto, racconta divertita: «Come questore del Senato, quando mi insediai, mi dissero che avevo diritto anche a 140 mila euro l’anno per le beneficenze. Non so se mi spiego: le beneficenze!»

La somma più pesante sulla groppa del Parlamento, però, sono sempre i vitalizi. Ovvio: un euro di entrate, undici di uscite. Che solo adesso cominciano lentissimamente a riequilibrarsi: meno 7,5% reale spesi in dieci anni alla Camera, meno 5,3% al Senato. Contro un crollo quasi triplo del reddito medio degli italiani. Non bastasse, resta intatto il tema più spinoso: si possono sommare ancora più vitalizi (regionale, parlamentare ed europeo) e pure la pensione professionale, oltretutto troppo spesso regalata dai contribuenti, vale per i giornalisti, gli avvocati, i magistrati…) coi contributi figurativi. Una vergogna. «Abbiamo detto agli ex parlamentari che eravamo pronti a fare i conti, per vedere se il ricalcolo del loro assegno al contributivo li avrebbe penalizzati oppure no. Magari qualcuno ci guadagnava… Non ce n’è uno che ci abbia risposto», dice sconfortato il presidente dell’Inps Tito Boeri.

I conti delle Regioni

e dei consiglieri

Quanto alle Regioni, pochi flash dicono tutto. Il numero dei consiglieri inquisiti dalle procure di tutta Italia, ad esempio: oltre 500, la metà circa dei parlamentari locali. Coinvolti anno dopo anno in scandali grandi o pidocchiosi di ogni genere: soldi pubblici usati per comprare un Suv dopo una bella nevicata, offrire un pranzo clientelare a 54 amici, fare la spesa con 24 chili di salame e 14 cotechini, rifornire la cantina con 120 bottiglie di Refosco dal peduncolo rosso, pagare il necrologio della mamma dell’amato capopartito o un giocattolo erotico.

Per quel che riguarda invece le buste-paga, che inizialmente erano state pubblicate su parlamentiregionali.it facendo schiumare di rabbia i rocciosi custodi della privacy, sono state rimosse: uffa, la trasparenza! Ora sul sito, sotto il titolo «Trattamento economico dei Consiglieri» c’è un elenco ipocrita di leggine. Una a caso, l’Umbria: «L.R. 27 dicembre 2012 n. 28. Disposizioni di adeguamento al decreto legge 10 ottobre 2012, n. 174 (Disposizioni urgenti in materia di finanza e funzionamento degli enti territoriali, nonché ulteriori disposizioni in favore delle zone terremotate nel maggio 2012), convertito, con modificazioni, dalla legge 7 dicembre 2012, n. 213». Bella trasparenza…

I compensi lordi

e le voci tassate

«Ogni anno i consigli regionali spendono complessivamente circa 1,4 miliardi di euro, di cui almeno 200 milioni per i compensi dei consiglieri in attività (inclusi rimborsi spese e contributi previdenziali e sociali)», spiega nel libro Status quo Roberto Perotti, che ha lavorato alla Spending Review di Palazzo Chigi con Renzi per poi andarsene deluso. «Nel dicembre 2012 il governo Monti impose un tetto ai compensi dei consiglieri regionali: la somma di indennità, diarie e rimborsi a forfait non avrebbe dovuto superare gli 11.100 euro lordi mensili per un consigliere senza altre cariche».

E cos’è cambiato? «Il compenso medio lordo è sceso di parecchio, da 12.793 a 10.210 euro, una riduzione del 20%», ma «in ben nove regioni il compenso netto è più alto nel 2016 che nel 2010!». Solito trucco: basta spostare i soldi dai deputati dalle voci tassate a quelle non tassabili. Tutto qui. Quanto ai vitalizi, ne parleremo ancora. Ma almeno un caso va ricordato: quello di Sabatino Leonetti, subentrato come primo dei non eletti a un collega dimissionario per un altro scandalo. Come certe farfalle, ha volato un solo giorno: il 27 dicembre del 2012. Quando partecipò ad un’unica seduta della Regione Lazio, già sciolta. Da allora, per quell’unica seduta, prende un vitalizio di 3.037 euro netti al mese. Il triplo di milioni di persone che hanno lavorato per decenni nei campi, nelle fabbriche, in miniera. Andate a dirlo a loro che la Casta non c’è più…

19,2 Per cento

È il calo delle spese della Camera dal 2007 al 2017: sono passate da 1.053 milioni a 961 milioni di euro

18 Per cento

È il calo

delle spese

del Senato, passate da 582,2 milioni di euro nel 2007

a 539,5 milioni nel 2017

13,2 Per cento

È il calo delle spese del Quirinale, dal 2007 al 2017: sono passate da 241,6 milioni

a 236,8 milioni

I dipendenti Alla Camera sono scesi da 1.839 a 1.170. Ma

il costo delle pensioni

è salito a 267,8 milioni

Il tetto agli stipendi Renzi lo aveva fissato

a 240 mila euro,

ma è stato inteso

al netto delle tasse

Gli edifici affittati Larga parte è stata lasciata (ma sono

stati prima restaurati

a nostre spese)

^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^

^^^^^^^^^^^^^^

Concorsi, Storace (MNS): Discriminatorio limite età assunzioni Quirinale

Barbara Saraceni

7 March 2017

12:59

Agenparl

(AGENPARL) – Roma, 07 mar 2017 – Nell’editoriale odierno sul Giornale d’Italia, Francesco Storace, presidente del Movimento nazionale per la sovranità, denuncia i concorsi discriminatori al Quirinale e chiede a Mattarella di farli revocare.

Assunzioni per pochi dall’istituzione più alta della Repubblica. Così muore la speranza.

Casta Quirinale: al Colle si nega l’accesso ai concorsi agli ultraquarantenni. E giudicano da soli gli abusi che commettono contro chi non ha lavoro

Fermatevi! Non deludete anche voi, come un ministro Poletti qualunque, la speranza di tanti italiani alla ricerca di un posto di lavoro. Al Colle non si ha il diritto di sabotare le velleità di ciascuno, discriminando persino sull’anagrafe nei concorsi pubblici.

Voglio essere certo che Mattarella sia estraneo a questa nostra denuncia (così mi risparmio un altro vilipendio, che tanto la pena fino a cinque anni sta ancora li’ per chi ne dice quattro al Capo dello Stato…); ma quanto sta accadendo dalle parti del Quirinale ha dell’insultante verso tanta gente che non lo merita davvero.

La presidenza della Repubblica ha bandito un paio di concorsi per otto posti nella carriera amministrativa e due come tecnico agrario. Il primo ha visto la scadenza delle domande a gennaio, per il secondo si fa in tempo sino al prossimo 23 marzo.

Ma non tutti potranno partecipare, pur possedendo tutti i requisiti, tranne uno, incredibile: l’età.

Già, nell’istituzione più alta della Repubblica ci si permette di sbattere la porta in faccia a chi ha più di quarant’anni, dando un pessimo esempio e contravvenendo persino a quelle direttive europee che negano questa possibilità di discriminazione nell’accesso ai concorsi pubblici.

Poi, c’è la beffa. Se un concorrente che abbia appena compiuto i quarantuno anni si permette di fare ricorso contro l’inaccettabile veto, il contenzioso non sarà giudicato dal Tar. Perché al Quirinale vige l’autodichia, cioè fanno come gli pare decidendo su se stessi visto che gli organi costituzionali godono di una autonomia che arriva fino a questo punto per fare “giustizia”.

E’ casta inarrivabile, e’ casta Quirinale, e’ schiaffo in faccia a chi spera che almeno lassù possa vigere un principio di meritocrazia sconosciuto ai più.

Sono concorsi a cui possono accedere laureati; che senso ha privare del diritto a partecipare in ragione dell’età? Nel Paese in cui può salire a giurare al Colle una ministra dell’Istruzione (!) priva di laurea e certo non più giovincella, si dice a chi ha studiato che questa roba non fa per lui.

Spero che Mattarella legga questo articolo e preghi il Segretario generale della presidenza della Repubblica, Zampetti, di usare un potere di cui dispone, ovvero quello di revocare il bando di concorso o annullarne le prove per manifesta ingiustizia sociale.

Da quelle parti, Presidente Mattarella, non si possono calpestare i diritti delle persone come siamo abituati a vedere tra ministeri, regioni e comuni. Siamo nel luogo che dovrebbe restare al di sopra delle parti; e non vogliamo pensare a candidati privilegiati rispetto ad altri.

Batta un colpo, Presidente, ed eviti questa robaccia indigeribile!

Non si faccia ingannare, Mattarella, da chi gli dirà che il limite d’età e’ elevato a 45 anni per chi ha già un altro contratto a tempo indeterminato. Costoro il lavoro ce l’hanno e vogliono legittimamente cambiarlo; ma chi e’ disoccupato a 41 anni non può essere abbandonato in mezzo alla strada.

Le istituzioni ci sono per fare giustizia e non per essere maledette.

Così riferisce Francesco Storace, Presidente Nazionale del Movimento Nazionale per la Sovranità.

^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^

Vitalizi, stop di Boeri al M5S Anche le Camere verso il no

PAOLO BARONI

1 March 2017

La Stampa

Boldrini: l’ufficio di presidenza discuterà la proposta per cancellarli

Ma l’Inps frena: testo incongruente. Di Maio: “Motivazioni ridicole”

L’operazione #PensioneComeTutti lanciata lunedì dai 5 Stelle per equiparare i trattamenti riservati ai parlamentari a quelli della gente comune è già finita su un binario morto. Silurata da quello che dovrebbe essere il primo interlocutore di una operazione del genere, ovvero il presidente dell’Inps, nelle cui casse dovrebbero confluire i contributi versati da deputati e senatori. Spiega Tito Boeri: «La proposta dell’M5S trascura un aspetto importante: è possibile fare cambiamenti all’interno del regolamento della Camera senza dover passare per una norma di legge, se chiaramente si incide unicamente sull’ammontare dei pagamenti fatti ai parlamentari. Laddove si sostiene che i vitalizi vanno equiparati alle altre pensioni, e quindi possono esserci anche contributi cumulati con quelle di altre gestioni, allora c’è bisogno di una legge ed è necessario che venga creata una gestione presso l’Inps o qualche cassa ad hoc, dove possano essere accreditati i contributi. In questo passaggio mi sembra ci sia una forte incongruenza, mi sembra scritto un po’ in fretta».

Accuse di voltafaccia

Stizzita la reazione di Luigi Di Maio che parla di «motivazioni ridicole» ed accusa Boeri di essersi rimangiato le frasi spese a favore della loro proposta durante il programma «Presa diretta» andato in onda lunedì sera, «Il presidente dell’Inps ha ritrattato l’appoggio alla nostra proposta. Telefono rovente, eh?», ha commentato il vice presidente della Camera evocando quel «panico in Parlamento» su cui aveva già ironizzato il blog di Beppe Grillo. In realtà Boeri, per mettere le mani avanti, ha subito precisato di aver visto «solo ieri» la proposta grillina. Definendola «incongruente» e «inefficace» perché «non interviene sui vitalizi in essere e produce risparmi molto contenuti concentrandosi su quelle parte di parlamentari che ha già subito delle riduzioni e non su coloro che da anni percepiscono vitalizi molto alti. Questo è un limite molto forte».

Questa, però, non è solo la posizione del presidente dell’Inps. Anche alla Camera ed in Senato, dove la questione sarà affrontata a breve dai rispettivi uffici di presidenza, è maturata l’identica convinzione. In pratica la proposta di delibera che presenteranno i 5 Stelle non potrà essere accolta visto che esula completamente dal campo di applicazione della cosiddetta «autodichia», ovvero la prerogativa riconosciuta a tutti gli altri organi costituzionali di regolare come meglio credono, e senza alcuna interferenza esterna, il loro funzionamento e tutte le loro spese.

Boldrini e Grasso

Ieri il presidente del Senato ha ricevuto una delegazione dei 5 Stelle e lo stesso ha fatto la presidente della Camera. Pietro Grasso ha chiesto chiarimenti sui vari articoli della delibera, uno dei quali tra l’altro assegna carta bianca ai due presidenti per attuare in 30 giorni il cambio di regime che si presenta alquanto complesso. Laura Boldrini ha invece indicato nella riunione dell’Ufficio di presidenza già convocata per la prossima settimana la sede dove iniziare a discutere della proposta e questo per i 5 Stelle rappresenterebbe già una «prima vittoria». In realtà si è già capito che in entrambe le camere l’M5S è destinato alla sconfitta.

Tiene il punto la vice presidente del gruppo Pd della Camera Alessia Morani, che da giorni polemizza con Di Maio & C.: «Ci devono spiegare come può una semplice delibera dell’ufficio di presidenza normare le pensioni senza coinvolgere l’Inps. È del tutto evidente che vogliono portare avanti questo tentativo impraticabile per mettere una bandierina, mentre l’unica via concreta per riformare le pensioni dei politici è la nostra legge». Ed in effetti, volendo, il tempo per approvare il disegno di legge del Pd Matteo Richetti c’è tutto.

^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^

«Non serve una legge, si può fare in 5 minuti»

I LOMB

26 February 2017

La Stampa

Ogni volta che c’è da dare una picconata all’architettura dei benefici dei politici, spunta fuori Riccardo Fraccaro. È a lui, deputato che il M5S ha dato il compito di guidare la battaglia contro i vitalizi dei parlamentari al primo mandato, con una proposta che verrà presentata domani in conferenza stampa.

Può spiegarne un po’ meglio i contenuti?

«Semplice: in soli tre articoli estenderemo il sistema pensionistico che hanno tutti i cittadini anche ai parlamentari. Maturerà il diritto alla pensione solo chi ha raggiunto i 67 anni, come da legge, e godrà dei contributi solo chi li ha versati per 20 anni. Il parlamentare sarà trattato come un qualsiasi dipendente pubblico. Che poi questa parte di pensione venga erogata dalla Camera, dall’Inps o da un altro sistema previdenziale, lo decideranno i tecnici in base alla necessità di evitare buchi di bilancio».

L’avete presentata solo per rispondere a Matteo Renzi che diceva che in realtà eravate voi a non voler andare al voto? A metà settembre scatta il vitalizio e molti dei vostri parlamentari sono senza occupazione.

«Alla fine pare di capire che non andremo al voto a giugno per colpa del Pd, mica nostra. E comunque sì: in questo modo togliamo un alibi a chi dice che vuole andare a elezioni subito ma non lo fa. Faremo presente l’urgenza della delibera, proprio perché vogliamo evitare che il 15 settembre scattino i vitalizi».

Pensa che sia un tema così urgente, con un Parlamento che ha ancora tante leggi importanti ferme, sulla giustizia, lo “ius soli”…

«Si tratta di una delibera dell’ufficio di presidenza, non del classico disegno di legge sottoposto alla navetta tra Camera e Senato. Per approvarla è sufficiente la maggioranza dei 23 deputati componenti che rappresentano tutti i gruppi parlamentari. Ci vogliono cinque minuti».

Intanto la politica rischia di rimanere ostaggio di questo dibattito tra voi e Renzi. Non vi state inseguendo sul terreno della demagogia?

«Non è demagogia, perché se noi equipariamo le condizioni contributive di un parlamentare a quelle di un qualsiasi altro italiano, stimoleremo i politici a fare leggi migliori, perché quando finiranno il mandato si ritroveranno, senza rendita, a dover tornare nella società dove le loro leggi avranno effetti concreti anche sulla loro vita. Dobbiamo passare dal conflitto all’armonia degli interessi. Con questa proposta i politici potranno provare sulla propria pelle cosa significhi la riforma Fornero».

Ci potrebbero essere ricorsi se applicata alla legislatura in corso, cioè a chi è stato eletto con altre regole.

«I ricorsi ci potrebbero essere. Ma essendo un atto interno è sottoposto ad autodichia, cioè il ricorso finirebbe agli organi giurisdizionali composti da parlamentari, in maggioranza del Pd». [i. lomb.]

^^^^^^^^^^^^^^^

Noi siamo ancora più duri: pensione solo dopo tre mandati

RQuotidiano

24 February 2017

Il Fatto Quotidiano

Noi vogliamo trasformare il vitalizio in un sistema previdenziale, con le caratteristiche di quello che hanno già i cittadini. Un contributivo puro, da estendere anche retroattivamente. Quindi non solo a tutti coloro che sono in carica, ma anche a quelli del passato, a chi ha fatto una sola legislatura e a chi non aveva il vincolo del limite d’età. Soprattutto, però, chiediamo che il diritto alla pensione si maturi dopo almeno tre legislature. Un sistema che ha trovato la contrarietà di tutti, soprattutto di chi ha una sola legislatura alle spalle. Il tetto dei 5 mila euro? Se si facesse per tutti i lavoratori in Italia potrebbe essere giusto, lo condividerei. Ma devono sottostare tutti, dall’ad di Mediobanca a all’amministratore generale dell’Anas. Sulle modifiche del regolamento sono cauto: l’Ufficio di presidenza ha certo l’autodichia, però sempre nel rispetto della Costituzione. E nei prossimi mesi secondo me non si muoverà nulla, siamo a fine legislatura.

Credo, però, sarà un tema molto sentito nella prossima.

^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^

In parlamento con i familiari

da Parigi Giuseppe Corsentino @pippocorsentino

15 February 2017

ItaliaOggi

Il caso Fillon ha scoperchiato lo scandalo degli assistenti parlamentari reclutati in casa

Mantenuti dallo Stato i parenti, assistenti degli onorevoli

Sono poco più di un centinaio, il 5% dei 2.133 assistenti parlamentari attualmente in servizio e a libro paga dei deputati dell’Assemblea nazionale, ma per causa loro la politica francese è in grande agitazione, anzi sull’orlo di una crisi di nervi come vedremo, e il candidato del centro-destra, François Fillon, il thatcheriano in salsa gallicana, quello che aveva promesso lacrime e sangue (per esempio la cancellazione d’amblé delle 35 ore) rischia seriamente di non essere eletto, nonostante continui a ripetere, ma dalla lontana isola della Reunion dove ha iniziato la sua campagna, di essere l’ultima chance di questo Paese sfinito. Fillon, come si sa, è stato «beccato», è il caso di dire, dal settimanale satirico Le Canard Enchaîné per aver stipendiato, per quasi un decennio, la moglie Penelope, assunta, a sua insaputa, si direbbe in Italia, proprio come assistente parlamentare. Fatti i conti delle buste paghe e del Tfr la signora Fillon, sempre a sua insaputa, ha incassato qualcosa come un milione di euro di compensi a cui si aggiungono quelli pagati dal papà-deputato ai due figli. Il vero scandalo Fillon, però, sta nel fatto, non che madame Penelope sia stata assunta come assistente parlamentare, ma che lei non abbia mai messo piede negli uffici del marito all’Assemblea Nazionale, che non sia trovato né un badge d’ingresso, né un indirizzo e-mail: insomma che il suo è stato (per un decennio!) un impiego fittizio, particolare non secondario su cui ora sta indagando la Procura anticorruzione di Parigi.Al contrario la possibilità di poter assumere mogli, mariti, figli, cugini e cognati come assistenti parlamentari e metterli a carico del bilancio della Republique è tuttora, e da lungo tempo, un fatto assolutamente normale, legale, regolare, tant’è che non c’è deputato o senatore, di destra o di sinistra, socialista o repubblicano, interpellato da ItaliaOggi, che non difenda, non tanto Fillon, quanto questo singolare benefit familiare consacrato da leggi e regolamenti e difficilmente smontabile perché anche qui, come in Italia considerato il Paese della Casta per eccellenza, vale il principio giuridico cosiddetto dell’autodichia, vale a dire il potere insindacabile del Parlamento di fissare le regole (economiche, di status ecc.) dei propri membri. Per questo, senza che nessuno abbia organizzato una strategia difensiva comune, non ce n’è uno, dicevamo, che non si lamenti dell’assalto mediatico, della caccia alle streghe sulla base del principio mozartiano del «così fan tutti» (nel rispetto delle leggi). Certo l’immagine di un Parlamento «tutto in famiglia» non è proprio l’ideale in questo momento di crisi, fa osservare il deputato socialista Yann Capet del dipartimento del Pas-de-Calais, uno dei più poveri di Francia e per questo territorio di caccia (elettorale) del Front National. «Ma che volete? Non è mica un reato e poi i parenti stretti, mogli-mariti-figli, sono quelli che lavorano di più per il proprio congiunto, non guardano le 35 ore, studiano i dossier anche la domenica, sono in continuo contatto (qui molto via mail: ndr) con i territori, con gli elettori e gli amministratori locali del proprio partito».L’onorevole Capet, che è figlio d’arte (il padre André era anche lui deputato socialista) e che ha assunto come assistente la cognata Amandine, si dice letteralmente sconvolto per la violenza delle critiche dopo il caso Fillon: «Les assistants parlementaires sont dévoués et leur métier est passionant, exigeant et chronophage», il lavoro degli assistenti parlamentari è durissimo, impegnativo, senza tregua. Il suo collega comunista Patrice Carvalho del dipartimento dell’Oise (a nord di Parigi), ex operaio della Saint Gobain, un duro che non ha esitato a votare contro il partito sulle unioni omosessuali, è ancora più tranchant quando gli si chiede se si sente in imbarazzo per aver assunto come assistente la moglie Dominique: «Ma quale imbarazzo! Venite a vedere quanto lavora mia moglie! Pulisce anche le toilette del mio ufficio quando le riunioni vanno per le lunghe e non c’è più il personale delle pulizie all’Assemblea». Qualcuno, però, comincia a vergognarsi come una gentile deputata repubblicana della regione Grand Ouest che non vuole dire il suo nome, car on ne prend plein la figure, per non fare brutta figura sui giornali, ma ammette di aver assunto suo marito come assistente dal lontano 2002, già alla sua prima legislatura. Qualche altro, come il deputato franco-cileno Sergio Coronado (eletto nella circoscrizione estera nella lista dei Verdi per la Francia), ha preferito imbastire un divorzio fittizio dalla moglie, une rupture conventionelle, per evitare imbarazzi mentre il suo collega Serge Grouard, deputato repubblicano del dipartimento del Loiret, si affanna a ricordare che lui ha divorziato dalla moglie nel 2014 anche se la signora continua a lavorare nel suo ufficio: «A Orleans, la mia città» tiene a precisare «la conoscono tutti. Lavora come una matta anche 45 ore la settimana» (che per i francesi è come una bestemmia). Eppure, pian piano, qualcosa comincia a muoversi anche sotto la pelle dura dei politici di lungo corso soprattutto dopo che lo stesso Fillon ha riconosciuto che il «benefit familiare» per quanto legale è ormai fuori dal tempo, dalla realtà, incomprensibile da parte dei cittadini elettori. E così, timidamente, si fa strada l’idea di creare uno «statut du collaborateur conjoint ou membre de famile», un regolamento a parte per gli assistenti parlamentari parenti stretti del deputato. Non si sa ancora nulla di come sarà scritto e in che modo regolerà il lavoro familiare. È escluso, però, che i parenti diventino «bénévoles», benefattori che lavorano gratis. © Riproduzione riservata

^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^

“Il vitalizio? Lo avrò, ma voglio abolirlo”

Gianluca Roselli

9 February 2017

Il Fatto Quotidiano

La battaglia contro i vitalizi dei parlamentari e le pensioni d’oro è un punto fermo della mia attività politica. Da anni sto cercando di cambiare le cose. Nel calderone insieme a tutti gli altri privilegiati non ci voglio stare”. Giorgia Meloni, leader di Fratelli d’Italia, si è vista bocciare diverse proposte di legge su vitalizi e pensioni d’oro. “Quella del 2013 ci ha messo mesi per essere calendarizzata, poi è stata rispedita in commissione e alla fine respinta. Ma io non mi do per vinta, presenterò una nuova proposta di legge, questa volta costituzionale. In Parlamento vedremo chi fa sul serio e chi usa l’argomento in modo strumentale”, afferma l’ex ministro delle Politiche giovanili. Che, entrata a Montecitorio nel 2006, finora ha accumulato un assegno da 3.900 euro mensili, frutto del sistema misto pre e post riforma.

Onorevole Meloni, in cosa consisteva la sua proposta?

Per tutti i cittadini, parlamentari compresi, che percepiscono la pensione con il vecchio metodo retributivo ho proposto un tetto – 5 mila euro – oltre il quale la cifra erogata in più sarebbe stata ricalcolata con il metodo contributivo. Questo eviterebbe di arrivare a cifre assurde per i circa mille pensionati d’oro in Italia, tra i quali qualcuno arriva a 90 mila euro al mese. La legge avrebbe riguardato tutti e agito da moral suasion per il Parlamento, che agisce in regime di autodichia.

Che fine ha fatto questa proposta?

È stata subito boicottata, soprattutto al Pd. È tornata in commissione e poi bocciata dopo l’audizione dei vertici dell’Inps che hanno spiegato di non avere le basi per ricalcolare col metodo contributivo le pensioni erogate col retributivo. Inoltre si è capito che la Consulta l’avrebbe bocciata perché andava a toccare i diritti acquisiti.

Non si può fare, quindi?

I giudici costituzionali sul tema sono molto sensibili, visto che sono tutti pensionati d’oro. E in passato si facevano nominare presidenti a turno così da andare in pensione con lo stipendio più alto. I vitalizi della politica costano allo Stato 187 mila euro l’anno: la cifra va ridimensionata.

La nuova proposta riguarderà anche i neo eletti?

Oltre al ricalcolo per chi prende la pensione in base ai due sistemi, proporrò che per maturare la pensione occorrano due mandati e non uno come adesso (4 anni, 6 mesi e 1 giorno, ndr). Inoltre bisognerebbe ricondurre tutto a una sola cassa. Stai in Parlamento anche per un solo mandato? Bene, quei contributi vadano ad accumularsi agli altri sotto l’Inps e non generino, come adesso, una seconda pensione erogata dal Palazzo.

^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^

Oscar Giannino Premessa. Lo scandalo delle retribuzioni e dei vitalizi parlamentari

19 December 2016

Il Mattino

Oscar Giannino

Premessa. Lo scandalo delle retribuzioni e dei vitalizi parlamentari e regionali è stato affrontato dal governo Monti nel 2011, e recepito con la riforma degli ex vitalizi da Camera e Senato che godono del discutibilissimo regime della cosiddetta «autodichìa», quindi deliberano autonomamente in quanto organi di rilievo costituzionale in materia di emolumenti e pensioni e recepito poi da un accordo in Conferenza Regioni del 2014, a seguito della quale anche le Regioni autonomamente sono intervenute sui propri trattamenti.

I parlamentari hanno visto dal 2013 il proprio regime previdenziale trasformato secondo un sistema contributivo, con un minimo di versamenti pari alla legislatura intera di 5 anni, con un assegno non più percepibile prima dei 65 anni, ma con un anno di anticipo per ogni anno di versamento superiore ai 5 minimi (in realtà bastano sei mesi e un giorno, e vale come un anno) e in ogni caso percependo l’assegno non prima dei 60 anni di età. Già questo i cittadini normali se lo sognano. Ma tant’è.

Le Regioni sono intervenute diversamente sia sulle retribuzioni, sia sui vitalizi. Monti aveva stabilito un tetto per i consiglieri regionali, all’epoca poco più di 11 mila euro lordi che diventavano 13 mila e rotti in caso di altri incarichi ricoperti, come la presidenza della Giunta, del Consiglio o di Commissione. Ma le Regioni sono intervenute con criteri ispirati a furbizia. Come ha documentato il professor Roberto Perotti, ex commissario dimessosi dall’incarico della spending review, in 9 Regioni dopo gli interventi le retribuzioni sono oggi più elevate che nel 2012: perché si è intervenuti abbassando in media del 20% l’emolumento tassabile, ma al contempo si sono alzate le diarie e i rimborsi non tassati. Complimenti all’astuzia. L’articolo 122 del testo di riforma costituzionale rigettato dagli italiani alle urne proprio per questo introduceva nuovi limiti, con retribuzioni non superiori a quelli degli emolumenti dei sindaci di città capoluogo, ma è saltato.

E veniamo alla Campania. Sotto il presidente Caldoro, si decise l’abrogazione dei vitalizi, lasciando però il dettaglio della nuova disciplina alla consiliatura regionale successiva, quella che oggi appunto sostiene la giunta De Luca. Ed è l’attuale maggioranza, ad aver raggiunto un accordo sul nuovo trattamento previdenziale dei consiglieri regionali, da votare entro la legge finanziaria regionale per il 2017 su cui è atteso il voto entro mercoledì prossimo.

Come vedrete dagli approfondimenti nelle pagine interne, la linea è di far proprie le nuove norme adottate dal Parlamento. Ergo una pensione di natura contributiva, con gli stessi requisiti contributivi e anagrafici descritti prima per i parlamentari. Già su questo ci sarebbe da dire, visto che Parlamento e Consigli regionali non sono affatto parificati nella nostra Costituzione. Ma andiamo avanti. Al di là della scelta di principio, infatti, ci sono tre punti almeno sui quali chiediamo a De Luca di distinguersi virtuosamente dalla sua maggioranza.

Il primo è la proporzione dei versamenti contributivi, tra quelli a carico del consigliere regionale, e a carico invece del bilancio del Consiglio Regionale. Mentre il consigliere verserà una quota pari all’8,8% della sua base imponibile, a carico del Consiglio Regionale sarà una quota del 24,2%, cioè pari a 2,75 volte il contributo del consigliere.

Domanda: avviene lo stesso per i versamenti dei lavoratori dipendenti italiani? Risposta: no. I lavoratori dipendenti pagano un contributo a proprio carico pari al 9,1% dell’imponibile sulla propria retribuzione, e a carico dell’azienda il contributo versato per scopi previdenziali al Fondo lavoratori Dipendenti INPS è pari al 21,5% della retribuzione lorda. Ergo, il trattamento dei parlamentari e dei consiglieri regionali campani, se resta quello dell’emendamento che vi descriviamo, resta un’iniquità. Perché non adottare la formula contributiva che vale per tutti gli italiani, sia per i requisiti anagrafici del beneficio sia per l’entità dei contributi versati?

Si dirà appunto: eh, ma il Parlamento ha deciso diversamente, e chi siamo noi per avere meno di loro? Ma infatti il Parlamento ha sbagliato a proprio vantaggio, e non è un buon motivo per replicare l’errore. Se ne occorre una riprova, basta paragonare i trattamenti previdenziali ben diversi nei maggiori paesi europei. Dopo la riforma dei vitalizi parlamentari, oggi un deputato accumula dopo 5 anni una pensione incassabile a 65 anni pari a 2486 euro lordi, una a 60 anni dopo 10 anni di mandato pari a 4973 euro, e dopo 15 anni diventano 7460. In Germania dopo 5 anni di mandato l’assegno previdenziale che va agli ex parlamentari (a 67 anni di età, per altro) è di 961 euro, dopo 10 anni di 1917, e se si arriva a 27 anni di mandato il massimo sono 5175 euro di pensione. Nel Regno Unito ci sono per i deputati 3 diversi regimi contributivi, al 5.9% dell’imponibile, al 7,9% e all’11,9%: in ogni caso, con il regime contributivo più elevato, l’assegno massimo è pari a 2381 euro

Naturalmente la risposta dei parlamentari italiani è che il trattamento a loro favore non è in definitiva una vera e propria pensione, come confermato anche dalla Corte costituzionale in diverse sentenze, perché è nato per preservare la possibilità che alla politica si possa dedicare anche chi è povero senza esserne poi danneggiato. Un ragionamento di lana caprina: non solo perché dovrebbe valere allora in ogni paese, ma che cade soprattutto se si dichiara a voce alta di aver voluto abolire i privilegi dei vitalizi allineando i trattamenti a quelli delle pensioni ordinarie degli italiani. Mentre non lo si fa affatto.

Restano poi due altre questioni di principio, alle quali l’emendamento della maggioranza in Regione Campania non dà risposta. La Campania non si era allineata infatti a una richiesta della Conferenza Regioni del 2014: escludere o temperare al massimo la possibilità di versamenti in caso di doppi vitalizi a chi aveva ricoperto anche mandati parlamentari. Il testo attuale non menziona questo divieto. Né c’è una norma per il tetto di reddito dell’eventuale beneficiario diverso dall’ex consigliere regionale dopo la sua scomparsa, in caso di reversibilità dell’assegno previdenziale a vantaggio di un suo congiunto.

Ce n’è abbastanza, come si vede, per chiedere a De Luca un atto di responsabilità. Mostri a tutti i cittadini della Campania e in primis ai suoi elettori di non voler accettare meno di quello che aveva promesso. Serve una norma in materia di ex vitalizi che concretamente mostri a tutti i cittadini che gli eletti non decidono a proprio vantaggio sentendosi e rappresentandosi come a loro superiori.

^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^ì

^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^

Roma, Radicali: conti con Scarpellini non tornano da tempo

16 December 2016

13:14

Askanews

Bernardini: arresto dispiace sempre ma da 2010 denunce su Camere (askanews) – Roma, 16 dic 2016 – “Non sono mai contenta quando qualcuno finisce in carcere e non lo sono nemmeno quando ad andarci sono personaggi come Sergio Scarpellini, palazzinaro romano che da qualche decennio affitta immobili a prezzi esorbitanti a Camera, Senato, regioni, comuni e altri enti riuscendo a farsi concedere senza gara anche la fornitura dei servizi nelle sedi affittate. Per riuscire ad avere, quando ero deputata, quei contratti con la Milano ’90 per esaminarli, dovetti inventarmene di tutti i colori fino ad arrivare allo sciopero della fame. Forse che qualcosa non andava, la magistratura se ne poteva accorgere gia’ da molto tempo: gia’ perché i conti non tornavano allora e non tornano adesso”. Lo ha affermato in una dichiarazione Rita Bernardini, esponente del coordinamento di presidenza del Partito Radicale.

“Dopo 60 anni – ha ricordato- nel 2010 i Radicali riuscivano a desegretare i conti del Parlamento cominciando a minare l’assurdo e tutto italiano principio dell’autodichia sul quale in questi giorni e’ uscito il secondo meritorio libro di Irene Testa “Sotto il Tappeto…” Edizioni Aracne. I 5 stelle ancora non esistevano ma il giornalismo italiano era in attesa dei “vaffa” che poi sono arrivati”. Pol/Tor

^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^

Primo Piano

VERSO IL VOTO IL FOCUS; TRA Sì E NO LE 10 RAGIONI DEI GIURISTI

Dino Martirano

2179 words

2 December 2016

Corriere della Sera

CORDES

NAZIONALE

8.9

Italian

(c) CORRIERE DELLA SERA

1 «Il nuovo Senato non sarà una Camera eletta a suffragio universale. Non deve esserlo. Perché non serve creare un doppione della Camera dei deputati che da sola ha un rapporto di fiducia con il governo. Piuttosto, il nuovo Senato deve dare voce al legislatore regionale, alle istanze dei territori e alle comunità locali: è questo il punto di svolta, la novità assoluta e per questo bisogna votare Sì al referendum. L’immunità parlamentare? Così come è stata cambiata nel 1993 con la modifica dell’articolo 68 (limitandola all’insindacabilità delle opinioni espresse nell’esercizio del mandato e alle misure restrittive) serve anche per i senatori. Altrimenti facciamo la fine della Turchia dove Erdogan può far arrestare i parlamentari di opposizione».

2 «Quello della fiducia concessa da una sola Camera è il punto chiave e vincente di questa riforma. I cittadini che votano devono poter decidere anche la maggioranza che esprime il governo del Paese. Ma questo meccanismo funziona a condizione che ci sia solo una Camera che esprime la fiducia al governo. Non basta: serve anche che il sistema elettorale abbia un’impronta maggioritaria, un premio che consenta la governabilità. Così si passa dalla democrazia consociativa alla democrazia competitiva. Inoltre, la seconda Camera dei territori deve servire a ridurre il conflitto tra Stato e Regioni. Al Senato, che funzionerà da Camera di compensazione tra centro e periferia del Paese, la questione di fiducia sui singoli provvedimenti è irrilevante perché i senatori avranno, per così dire, un potere di veto soltanto sul tre per cento delle leggi».

3 «Bisogna valutare positivamente sia i tagli dei costi che arrivano subito e quelli che scatteranno a regime. Adesso, con questa riforma, tagliamo 315 stipendi da senatore ma in futuro, a regime, non dovremmo pagare più le indennità agli ex senatori. E non saranno risparmi irrilevanti. Per quanto riguarda poi l’autodichia di Camera e Senato (il potere di decidere in casa, senza sottostare a giudizi esterni, le regole su stipendi, dipendenti e appalti, ndr ) va ricordato che la norma è stata fatta soprattutto per i dipendenti dei gruppi parlamentari che oggi vengono licenziati alla fine di ogni legislatura. Certo, con questi tagli non si ripiana il debito ma così i politici danno per primi il buon esempio».

4 «I procedimenti legislativi, in pratica, sono solo due: quello a prevalenza della Camera, che riguarda il 97% delle leggi, e quello bicamerale che investe giusto il 3% dei provvedimenti. Il comma I del nuovo articolo 70 è più lungo ma disciplina in modo chirurgico e puntuale i due procedimenti. Non ci sono problemi, è tutto scritto. Il Senato potrà richiamare tutte le leggi che riguardano gli enti locali e presentare molti emendamenti che non sono vincolanti. E la Camera, accogliendo anche in parte le proposte di modifica avanzate dai senatori, potrà comunque sminare il potenziale contenzioso tra Stato e Regioni».

5 «Oggi i decreti legge rappresentano una patologia nella dinamica parlamentare e la riforma supera questa anomalia. E, dunque, la novità più rilevante riguarda l’estensione dei limiti temporali, da 60 a 90 giorni, per la conversione del decreto nel caso il presidente della Repubblica intenda rinviarlo alle Camere. E poi ci sono i disegni di legge del governo da approvare a data certa entro 70 giorni che diventeranno 100-110 giorni se si considera l’intero iter anche al Senato. Così, il nuovo sistema sceglie una strada mediana: tra i 60 giorni previsti attualmente per la conversione di un decreto legge e i 500 giorni mediamente necessari per approvare un disegno di legge del governo».

6 «Oggi le proposte di legge di iniziativa popolare non sono considerate in modo serio. E visto che con la riforma viene introdotto un termine per la loro calendarizzazione, ne consegue che l’istituto debba essere deflazionato: portando le firme necessarie per presentarle da 50 mila a 150 mila. Sul referendum abrogativo nulla cambia nel caso vengano raccolte almeno 500 mila firme: il quorum per la validità è sempre del 50% più uno degli aventi diritto. Se invece i promotori superano quota 800 mila firme, il quorum si abbassa alla maggioranza dei votanti alle ultime elezioni per la Camera dei deputati. E questo cambiamento rappresenta un contropotere molto efficace».

7 «È una previsione molto efficace perché fa sentire i suoi effetti anche retroattivamente. Se infatti verrà approvata la riforma, l’Italicum (che è già legge dello Stato) potrà essere portato da una minoranza di parlamentari davanti alla Corte costituzionale. Infatti, la Consulta ha congelato i ricorsi veicolati dai vari tribunali sull’incostituzionalità della legge elettorale ma non ha ancora detto se quei ricorsi siano ammissibili o meno».

8 «Semmai questa norma può essere considerata sbagliata perché è troppo garantista. I quorum infatti sono alti. Perché oggi dal quarto scrutinio in poi basta la maggioranza assoluta per eleggere il capo dello Stato e poi si passa alla maggioranza dei tre quinti degli aventi diritto, prima e dei votanti, poi. Ma questo vuol dire che senza una componente molto consistente dell’opposizione il presidente della Repubblica non si elegge».

9 «Va chiarita una connessione che fin qui è rimasta nascosta: nessun Titolo V sarà mai soddisfacente se prima non si cambia il Senato creando la Camera dei territori. Le leggi infatti nascono dai problemi reali e i problemi reali spesso si accavallano tra materie diverse. E poi non è vero che questa riforma riporta tutto al centro e ai poteri dello Stato perché dà la possibilità alle Regioni ordinarie di diventare un po’ speciali. Cioè la Regione che ritiene di avere i numeri per farlo, può provare a contrattare con il governo una promozione di livello».

10 «Sarebbe sbagliato e controproducente “punire” le Regioni a statuto speciale solo per colmare le differenze con quelle a statuto ordinario. Piuttosto, noi dobbiamo dare alle Regioni ordinarie la possibilità di salire di grado. E poi non è vero che le Regioni a statuto speciale siano paragonabili a cinque Stati completamente autonomi. Non è così: hanno il vincolo del pareggio di bilancio e, nel legiferare, devono rispettare l’interesse nazionale».

^^^^^^^^^^^^^^ì

Il vitalizio in Costituzione. La casta ringrazia

Felice Besostri

1 December 2016

il manifesto

Caro dr. Matteo Renzi, Presidente del Consiglio dei Ministri, pur essendo io un tenace avversario della sua riforma costituzionale, e così della sua legge elettorale che assieme a un pool di avvocati sono riuscito a portare davanti alla Corte costituzionale, devo ringraziarla per aver costituzionalizzato il mio vitalizio di ex senatore (nella tredicesima legislatura) e con il mio quello di migliaia di altri ex parlamentari o loro superstiti, coniugi o compagni e compagne e di vita: 2.700 elettori circa. Il suo è stato un atto di generosità fatto con discrezione.

Evidentemente non doveva accorgersene nessuno, né i parlamentari né gli assatanati populisti, anzi soprattutto loro.

Purtroppo la mia acribia di oppositore mi ha fatto leggere tutto il testo della legge di revisione e così anche l’articolo 40 (disposizioni finali), comma 3, ultimo periodo: «Restano validi ad ogni effetto i rapporti giuridici, attivi e passivi, instaurati anche con i terzi». Una norma estranea alla materia costituzionale. Una formulazione talmente ampia e generica, che non sistema solo disinvolte operazioni contrattuali delle Camere in autodichia, ma anche e per sempre i nostri vitalizi. Se ne vuol discutere pubblicamente il mio ringraziamento al suo cospetto suonerà ancora più forte.

Ciò non ostante, spero e mi do da fare perché il No vinca, sono un sentimentale costituzionale da quando ho potuto sentire dal vivo Calamandrei a Milano nel 1955. Per questo mi son battuto con i colleghi Bozzi e Tani contro il Porcellum e con un centinaio di avvocati abbiamo coordinato 23 ricorsi contro l’Italicum, di cui 5 già arrivati alla Corte Costituzionale. In ogni caso devo ringraziarla per il suo generoso, ma spero infruttuoso, tentativo di resistere alla demagogia di questi tempi. Viva i vitalizi.

Devo però aggiungere, proprio in quanto ex senatore, che mi disturba alquanto l’ingannevole quesito sul quale siamo chiamati a votare. Tra le tante domande cui dovremmo rispondere il 4 dicembre con un sì o con un no, c’è infatti quella relativa alla «riduzione del numero dei parlamentari». In realtà, come ormai tutti hanno capito, si tratta della riduzione di soli 220 senatori elettivi. Forse in questo caso anche lei, dottor Renzi, ha ceduto alla demagogia. O forse si è contenuto, poteva infatti scrivere «riduzione di 200 poltrone di superflui senatori».

Se non che c’era il rischio che, in un sussulto dignità, alcuni senatori potessero provare a emendare il titolo del disegno di legge costituzionale. Che invece è rimasto quello stabilito dal governo dal principio, grazie anche alla collaborazione – ex art. 83 comma 4 della Costituzione – di Giorgio Napolitano, allora presidente non emerito.

^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^

In provincia Famiglietti a Summonte, Paris a Castelfranci; Ariano, domani Gambacorta, Caldoro e Gargani

1 December 2016

01:00

Il Mattino

Flavio Coppola

Il presidente onorario della suprema Corte di Cassazione, Ferdinando Imposimato, sceglie Avellino per ribadire, con le argomentazioni dei padri costituenti, il No secco a «una riforma che darà il via libera alla distruzione del territorio». «Sostenitore ma non militante del Movimento Cinque Stelle», si definisce, ex Pci, una vita spesa a combattere le mafie, alle 17,45 presso l’ex Carcere Borbonico, chiuderà la campagna dei grillini sull’imminente referendum costituzionale.

Imposimato, secondo il fronte del Sì vi sarà una velocizzazione del processo normativo che gioverà anche al rilanci del Sud. Che cosa ne pensa?

«Questo governo non ha alcuna intenzione di aiutare il Sud. Lo ha dimostrato con le leggi, che vanno contro il Mezzogiorno, e con una politica liberista a vantaggio degli squali del territorio: potranno distruggere una regione meravigliosa come la Campania e mortificare potenzialità esistenti anche in Irpinia. Lo stesso referendum dell’aprile 2016 sulle trivellazioni consente lo sfruttamento peggiore della natura. In realtà nulla viene fatto per salvare il Sud dal dissesto idrogeologico e dall’inquinamento che ci ha avvelena la vita. Io, ad Ariano, ero tra quelli che facevano la battaglia contro rifiuti. Poi questa storia della velocizzazione non ha senso. Il governo ha fatto tutte le leggi che voleva in 15 giorni, con la fiducia. Con il nuovo sistema ci vorrà più tempo. Il vero tema è la qualità delle leggi».

Lei sostiene che ci sia un pericolo per la democrazia. Si riferisce al passaggio esclusivo delle competenze su ambiente ed energia e lavoro allo Stato?

«È una certezza. L’articolo 5 della Costituzione dice che la Repubblica riconosce le autonomie locali, ed attua il decentramento. I governanti non ne hanno tenuto assolutamente conto. La clausola di supremazia, per cui lo Stato si riserva il potere di intervenire, non fa che mettere in pericolo l’unità d’Italia e le Regioni, come ebbe già a dire anche Giulio Andreotti quando la legge, discussa nel 2003, fu bloccata dal referendum del 2006. Vogliamo reintrodurre ciò che il popolo ha già bocciato?».

D’accordo, ma perché è una certezza?

«Ci sarà il via libera alla devastazione del territorio. Chi sta a Roma non conoscere i problemi di queste aree e la necessità di difenderle anche dalle infiltrazioni della camorra, per esempio nell’eolico o nel petrolio. In Basilicata gli impianti hanno prodotto solo inquinamento».

La riforma prevede anche un recupero di risorse dal taglio dei costi della politica. Non sarebbe un bene?

«Un’altra bugia colossale. Nell’articolo 40 della riforma è mantenuto il fenomeno ingiusto dell’autodichia. Camera e Senato potranno gestire il denaro, fare appalti e pagare dipendenti senza limite e controllo esterno, nemmeno della Corte dei conti. Secondo le stime le spese aumenteranno di 2 miliardi all’anno. Altro che risparmio di 60 milioni».

Si dice che la Campania sia decisiva perché in bilico. Il governatore Vincenzo De Luca è fortemente impegnato per il Sì.

«Penso che stabilire accordi con i governatori a seconda del loro orientamento sul referendum sia assolutamente ingiusto. In Puglia, Renzi nega a Emiliano 50 milioni per i malati di cancro perché vota No. Qui si aspettano finanziamenti se vince il Sì. L’atteggiamento di De Luca non è tollerabile e i fondi vanno erogati in maniera imparziale e per un obiettivo. Altrimenti siamo nell’ambito del voto di scambio».

Nella sfida per il No, lei sarà al fianco, tra gli altri, di Ciriaco De Mita. Un’accozzaglia, come dice il premer?

«È un’accusa ingiusta, perchè la Costituzione deve unire tutti. Questo è il momento della concordia nazionale. Con queste argomentazioni si tenta di smontare la battaglia di chi si riconosce nella Costituzione, nell’ interesse dei giovani e dei più deboli. Per ciò sostengo i Cinque Stelle».

^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^

Taranto

La conferma; Cito resta senza vitalizio. Respinto il suo ricorso

Lino CAMPICELLI

29 November 2016

23:04

Il Nuovo Quotidiano di Puglia Online

Niente da fare per Giancarlo Cito, con un passato di parlamentare e di sindaco di Taranto. Nel suo caso è stata confermata la revoca del vitalizio che spetta ai parlamentari.

A distanza di quasi un anno dal ricorso, la Commissione parlamentare di Roma (presieduta dall’onorevole Alberto Lo Sacco) ha respinto i motivi addotti dalla difesa di Cito.

In piedi resta la deliberazione che aveva annullato i vitalizi dei parlamentari nei confronti dei quali erano state inflitte condanne superiori ai due anni.

La Commissione parlamentare ha detto “no”, attraverso la riunione dei ricorsi, anche all’istanza presentata a suo tempo dalla difesa dell’ex ministro De Lorenzo e di altri due ex parlamentari, pure loro coinvolti in vicende giudiziarie sfociate in condanne superiori ai due anni.

Giancarlo Cito, da questo punto di vista, è in buona compagnia. Tuttavia, non può di sicuro essere soddisfatto del “mal comune”.

Il fatto che la Commissione parlamentare abbia impiegato quasi un anno per arrivare a questo risultato la dice lunga sulla complessità della materia e sulla fondatezza delle questioni poste a suo tempo dagli avvocati Franco De Feis e Guglielmo De Feis, che avevano contestato alla radice la decisione capitolina.

Nei mesi scorsi, peraltro, il ricorso promosso in favore di Cito era stato integrato con documentazione sulla situazione economico-patrimoniale dell’ex parlamentare.Come è noto, fra le argomentazioni addotte nel robusto ricorso discusso dai legali tarantini, vi era anche quella che la perdita del vitalizio avrebbe impedito a Cito di godere di un sostentamento economico, giacchè Cito non godrebbe di altri cespiti da cui attingere risorse. L’assunto era stato sostenuto da ampia documentazione, affinchè il consiglio di giurisdizione avesse un quadro di riferimento definitivo.

Ma quale era stata la questione principale? Riguardava l’arbitrio sotteso al principio di “Autodichia” (prerogativa dei due rami del Parlamento di risolvere, attraverso un organismo giurisdizionale interno, le controversie insorte con i propri dipendenti).

Nel caso in questione, i legali di Cito avevano eccepito che la delibera della presidenza del Consiglio avrebbe violato l’articolo 25 della carta costituzionale (“Nessuno può essere distolto dal giudice naturale precostituito per legge; nessuno può essere punito se non in forza di una legge che sia entrata in vigore prima del fatto commesso”).

Sostanzialmente, a Cito era stato vietato di adire un giudice per far valere il suo diritto represso.

L’assunto proposto era semplice: se è ammissibile che siano legittimati a rivolgersi ai giudici ordinari i dipendenti della Camera, a maggior ragione non può essere impedito il percorso a un terzo estraneo, qual è da ritenere un ex parlamentare.

Così, la difesa di Cito aveva fatto un passo in avanti. E aveva contestato la decisione del presidente della Camera Laura Boldrini (alla quale si deve la revoca del vitalizio agli ex parlamentari), eccependo la violazione dell’articolo 25 della Costituzione, secondo cui «le norme penali e le sanzioni accessorie non possono essere applicate in modo reotroattivo».

In pratica, atteso che Cito è stato condannato per reati in ragione dei quali nell’estate 2015 è scattata la norma della presidenza del Consiglio, quest’ultima non può essere applicata come pena accessoria di un reato su cui si è da tempo formato il giudicato.

Vale la pena di ricordare, infatti, che per i legali di Cito l’applicazione del decreto del presidente della Camera poteva (e ancora deve) avere valore a partire da sentenze che siano state emesse successivamente alla data dello stesso decreto (luglio 2015).

Ciò che «è avvenuto in precedenza», avevano sostenuto gli avvocati Franco De Feis e Guglielmo De Feis, «come nel caso di Cito, non può essere compreso nel regolamento presidenziale». Di qui, secondo le valutazioni dei legali, la violazione del principio della irretroattività delle norme penali e della inapplicabilità del decreto regolamentare, la cui vigenza scatterebbe «dalla data della firma e non può essere riferita a fatti e sentenze passate in giudicato in epoca precedente».

In ogni caso, resta in piedi la questione della legittimità costituzionale del conflitto di attribuzione fra poteri dello stato sollevato dagli stessi legali di Cito che non sarebbe stato affrontato dalla Commissione. Quest’ultima, secondo quanto filtrato da Roma, avrebbe confermato la revoca dei vitalizi, lasciando un piccolo spiraglio, di cui potrebbero beneficiare Cito e gli altri tre parlamentari.

La Commissione ha infatti posto come “condizione risolutiva” la riabilitazione dei soggetti ai quali è stato revocato il vitalizio.

^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^

Referendum: Confintesa dice no, azzerare tutto per vera riforma

27 October 2016

13:43

Adnkronos – General News

Napoli, 27 ott. (AdnKronos) – “Confintesa dice ‘NO’ al referendum costituzionale del 4 dicembre perché la riforma non raggiunge alcuno degli obiettivi indicati e sottrae sovranità e democrazia”. E’ quanto annuncia il segretario generale del sindacato, Francesco Prudenzano, che sintetizza i contenuti del documento approvato dall’organizzazione: “La riforma non riduce i costi della politica, sostituendo i senatori eletti fino ad oggi dal popolo da sindaci e consiglieri regionali che si eleggono tra di loro e che ottengono l’immunità parlamentare; non supera il bicameralismo perfetto ma lo rende ‘confuso’ creando caos tra i diversi procedimenti legislativi; prevede l’accentramento del potere nelle mani dello Stato e, con la complicità dell’Italicum, determina il forte rischio di avere un Governo ‘autocratico’; taglia gli spazi di democrazia diretta innalzando la soglia delle firme da raccogliere per le leggi d’iniziativa popolare da 50 a 150 mila”.

Dal no alla proposta, Confintesa sottolinea che “occorre azzerare tutto e ripartire da una rivisitazione delle forme di rappresentanza, attraverso l’attuazione degli articoli 39 e 49 della Costituzione, per poi affrontare seriamente il tema della riforma della Costituzione, passando dalla revisione dei Regolamenti parlamentari, il rifiuto dell’antistorico e anacronistico principio dell’autodichìa, le retribuzioni dei parlamentari e le spese della politica”.

^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^ì

 

Taglio indennità parlamentari, alla Camera via libera al testo unificato: da 5.000 euro netti a 5.000 lordi al mese

Antonio Pitoni

14 October 2016

18:29

Il Fatto Quotidiano Online

Riduzione dell’indennità parlamentare, sforbiciata ai rimborsi per le spese di alloggio (la cosiddetta diaria), di viaggio e per l’esercizio del mandato. Persino una stretta sul Tfr di onorevoli e senatori. Sono i temi affrontati dal testo unificato (relatrice Roberta Lombardi del M5S) adottato alla Camera in commissione Affari costituzionali, con i soli voti del Movimento 5 Stelle (tutti gli altri si sono astenuti), per riscrivere le norme che regolano il trattamento economico dei rappresentanti del popolo. Un provvedimento, atteso in Aula entro ottobre, che ha dovuto fare i conti con l’ostacolo insormontabile della Costituzione. Per la precisione con l’articolo 69: “I membri del Parlamento ricevono una indennità stabilita dalla legge”.

Con il risultato che, delle varie voci e relativi ammennicoli che concorrono a formare la retribuzione complessiva di deputati e senatori, solo l’indennità parlamentare (in pratica lo stipendio base) e le spettanze ad essa collegate possono essere oggetto di modifica legislativa.

AUTODICHIA OFF LIMIT – Su tutto il resto, invece, la legge non può intervenire. In base al principio dell’autodichia, vale a dire l’autonomia del Parlamento da qualsiasi ingerenza esterna, ulteriori modifiche possono essere introdotte solo dalle due Camere nell’esercizio del loro potere autoregolamentare. Una situazione della quale l’Ufficio di presidenza della commissione Affari costituzionali di Montecitorio, guidata da Andrea Mazziotti di Scelta civica, non ha potuto che prendere atto. Invitando, la settimana scorsa, i proponenti delle diverse proposte di legge a riformulare i rispettivi testi, limitandone i contenuti alla sola materia delle indennità parlamentari, alla diaria – la somma riconosciuta a deputati e senatori a titolo di rimborso delle spese di soggiorno nella capitale – e al relativo trattamento fiscale. E ieri, sempre in commissione, con i soli voti del Movimento 5 Stelle (tutti gli altri gruppi si sono astenuti) è stato approvato il testo unificato della relatrice Roberta Lombardi. La deputata pentastellata era stata la prima a presentare una pdl sulla materia, cui erano poi seguite quelle di Guglielmo Vaccaro (gruppo Misto), Donata Lenzi e Sesa Amici (Partito democratico), Roberto Capelli (Democrazia solidale-Centro democratico) e Paolo Vitelli (Scelta civica).

AVANTI SI TAGLIA – Ma cosa prevede il nuovo impianto normativo che, conclusi i lavori della commissione, dovrebbe arrivare entro ottobre all’esame dell’Aula di Montecitorio? Innanzitutto la riduzione dell’indennità parlamentare a 5.000 euro lordi al mese. Una sforbiciata consistente rispetto ai circa 5.000 euro netti (pari a un lordo di 10.435 euro) che intascano attualmente deputati e senatori. Ai membri del Parlamento è, inoltre, riconosciuto “un rimborso delle spese documentate di soggiorno (la diaria, ndr) e di viaggio entro il limite massimo di euro 3.500 mensili”. Una voce considerevolmente ridotta rispetto alle attuali spettanze se si considera che, ad oggi, ad ogni rappresentante del popolo spettano 3.500 euro solo a titolo di diaria. Mentre le spese di viaggio sono conteggiate a parte: altri 3.323,70 euro a trimestre, per il deputato che deve percorrere fino a 100 chilometri per raggiungere l’aeroporto più vicino al luogo di residenza, che salgono a 3.995,10 euro se la distanza da percorrere è superiore. Ma non è tutto. “Il rimborso delle spese di alloggio non è riconosciuto”, a differenza di quanto avviene oggi, “ai membri del Parlamento che risiedono nel comune di Roma”. Confermata, invece, la “decurtazione” della diaria, la cui entità deve essere determinata dagli Uffici di presidenza delle due Camere, “per ogni giorno di assenza del parlamentare dalle sedute dell’Assemblea, delle Giunte o delle Commissioni in cui si siano svolte votazioni”. Poi ci sono i rimborsi delle spese sostenute per l’esercizio del mandato che il testo unificato della Lombardi fissa a 3.690 euro mensili. Estendendo, in pratica, l’attuale limite previsto a Montecitorio anche a Palazzo Madama dove, invece, si può arrivare ad un massimo di 4.180 euro al mese. Cifre, in entrambe le Camere, oggi forfettarie per il 50% e soggette a rendicontazione periodica solo per il restante 50%.

BENEDETTA TRASPARENZA – Poi c’è l’indennità di fine mandato. Il testo unificato prevede che ai membri del Parlamento non rieletti spetti un assegno “il cui importo è commisurato” all’indennità parlamentare (5.000 euro lordi al mese) e “alla durata complessiva del mandato”, calcolato “secondo la disciplina prevista dall’articolo 2120 del [http://www.normattiva.it/uri-res/N2Ls?urn:nir:stato:codice.civile:1942-03-16;262#art2120] codice civile [http://www.normattiva.it/uri-res/N2Ls?urn:nir:stato:codice.civile:1942-03-16;262#art2120]”. Quello che regola, cioè, il trattamento di fine rapporto per i comuni lavoratori. In pratica, mentre la disciplina vigente ne fissa l’importo, tanto alla Camera che al Senato, nella misura dell’80% dell’indennità lorda per ogni anno di mandato effettivo (o frazione non inferiore a sei mesi), con la nuova normativa verrebbe calcolato dividendo per 13,5 la retribuzione lorda annua e moltiplicando la cifra ottenuta per il numero degli anni di mandato. Infine, la trasparenza. Il testo messo a punto dalla Lombardi prevede che gli Uffici di presidenza delle due Camere assicurino la pubblicazione di tutte le indennità riconosciute al singolo parlamentare; del “numero dei giorni per i quali il membro del Parlamento è risultato presente alle sedute dell’Assemblea e delle Commissioni e ha ottenuto il riconoscimento del rimborso delle spese di soggiorno e di viaggio”; la “rendicontazione” di tutte le spese rimborsate (viaggio, soggiorno ed esercizio del mandato).

PRIVILEGI NEL MIRINO – “Il testo unificato ha fatto propri due principi che, sul trattamento economico dei Parlamentari, il M5S considera irrinunciabili – spiega a ilfattoquotidiano.it la relatrice Roberta Lombardi –. Primo: abbassare l’importo dell’indennità. Secondo: rendere più incisivi gli obblighi di trasparenza imponendo la rendicontazione su tutte le spese i cui rimborsi cessano di essere, come avviene con l’attuale disciplina, almeno in parte forfetari”. Altra questione, invece, concerne la concreta possibilità di arrivare all’approvazione della legge. “Quel che è certo è che noi non arretreremo di un centimetro – conclude la deputata del M5S –. E consideriamo già un successo aver rimesso al centro del dibattito parlamentare il tema dell’abolizione dei privilegi della Casta”.

^^^^^^^^^^^^^^^^^^^

PALESTRA Diaz gremita, ieri, per il presidente onorario aggiunto della Corte di…

2 October 2016

Il Resto del Carlino

PALESTRA Diaz gremita, ieri, per il presidente onorario aggiunto della Corte di Cassazione Ferdinando Imposimato (nella foto), arrivato a Porto Recanati per sostenere le ragioni del no al referendum. L’incontro è stato organizzato dal comitato «No al referendum», del quale fa parte anche l’ex sindaco Sabrina Montali. «Con questa scellerata riforma costituzionale vengono aumentati i poteri di autodichia (le regole fatte in casa) del Parlamento in spregio ai tanti sacrifici degli italiani – ha detto –. Le Camere potranno liberamente incrementare le spese di funzionari, stipendi, appalti, senza essere soggette al controllo della Corte dei Conti. Inoltre le Regioni non potranno più legiferare in materie importanti come ambiente, energia, sanità e sarà una vittoria per le lobby». Presenti all’incontro la presidente Legambiente Civitanova Giorgia Belforte e il presidente regionale dell’associazione consumatori utenti Carlo Cardarelli.

^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^

 

Camera, M5s chiede di dimezzare gli stipendi parlamentari: caos in Aula. Pd: “Indennità più alte? C’è motivo”

  1. Q.

3 August 2016

Il Fatto Quotidiano Online

La Camera ha bocciato la riduzione degli stipendi dei deputati a 5mila euro lordi al mese. L’ordine del giorno al Bilancio è stato proposto dal Movimento 5 stelle, ma maggioranza e opposizioni hanno votato contro. “Noi non abbiamo nessun imbarazzo in questa discussione”, ha detto il capogruppo Pd Ettore Rosato in Aula, “siamo consapevoli che la politica ha un costo, che gli stipendi dei parlamentari sono più alti della media italiana, che questo accade in tutti i Paesi, che c’è una ragione perché questo accade e vale per tutti quelli che siedono in questi banchi”. La Camera in serata ha approvato il bilancio 2015, che registra il record di 270 milioni di risparmi da inizio Legislatura.

Montaggio di Gisella Ruccia

La proposta M5s ha scatenato numerose polemiche nel corso della seduta. Il deputato grillino Manlio Di Stefano nel suo intervento ha accusato i colleghi di “non aver mai fatto altro nella vita se non i politici”: “Anticipo”, ha detto, “un argomento che viene spesso usato per bocciare il nostro ordine del giorno, cioè che dare uno stipendio dignitoso ai parlamentari, dignitoso per questa Camera perché fuori da qui dignitoso è già di 1500 euro, di 10mila euro lordi, tenga gli eletti distanti dalla corruzione o permetta a chi viene da realtà sociali molto disagiate di fare questa professione. Poi vai sul sito di Montecitorio e ti rendi conto che non c’è un deputato che abbia fatto altro nella vita”. La dichiarazione ha provocato le polemiche di un gruppo di deputati e deputate nell’emiciclo che si è alzato dalla propria postazione per raggiungere i banchi 5 stelle. E’ intervenuta anche la presidente della Camera Laura Boldrini che più volte, prima di riuscire a riportare la calma, ha invitato “al rispetto tutti quanti, chi ascolta e chi parla” e a Di Stefano ha detto: “La prego di non offendere i colleghi in quest’Aula perché qui ci sono molte professionalità. Lei non può affermare quello che non è vero. Le assicuro che ci sono molti colleghi che hanno lavori e professioni. Tutti qui hanno diritto ad essere rispettati”. “Ma come si permette?”, ha cominciato a gridare il deputato M5s Alessandro Di Battista. “Molti di noi hanno lasciato incarichi e professioni”, ha detto Boldrini. “Questa sta ‘fuori’…”, ha ribattuto Di Stefano mimando il gesto con le mani mentre stava proseguendo l’intervento. La presidente ha replicato a sua volta: “Non ci sono gesti da fare, vada avanti”. “Presidente”, ha detto Di Stefano, “poi le fornisco un elenco di persone che hanno fatto solo politica nella vita. Ho detto che ‘mi correggo’. Cioè da quando sono entrati in quest’Aula non hanno più fatto altro per almeno trent’anni. La scusa dello stipendio lauto per garantire una continuità quando si tornerà alla vita normale, si interrompe quando ci si rende conto che stanno qui per trent’anni. Voi ritenete che 10mila euro lordi al mese sia una cifra normale? Io con 5mila euro lordi ci vivo benissimo e non rinuncio a niente della mia vita parlamentare”.

L’Aula della Camera è stata impegnata nell’esame degli ordini del giorno ai documenti di Bilancio di Montecitorio. Contro la proposta dei 5 stelle di dare un tetto agli stipendi si sono schierati tutti i partiti. Sull’argomento è intervenuto anche il capogruppo Pd Ettore Rosato che ha poi parlato dei rimborsi per l’attività parlamentare: “Anche i grillini prendono 8mila euro. Il Pd finanzia il partito, loro un sito con la pubblicità delle lavatrici e la faccia di Di Maio e Di Battista. Poi vengono qui a dire che scalano gli scontrini: tutte cifre inventate, hanno appartamenti da 2mila euro”.

Il deputato grillino Danilo Toninelli ha invece la maggioranza per aver bocciato l’ordine del giorno sull’obbligo di “trasparenza nella rendicontazione delle spese di esercizio del mandato”: “Sul taglio degli stipendi”, ha scritto su Facebook, “eravamo certi del no dei piddini. Mi preoccupa ancora di più il loro no alla trasparenza sulle spese romane degli onorevoli. Sì perché dovete sapere che oggi metà dei circa 4mila euro mensili di diaria devono essere rendicontati alla Camera. Alla Camera e solo alla Camera perché qui regna l’autodichia, cioè l’esclusiva giurisdizione interna. Nessun giudice ordinario, infatti, può entrare a controllare questo sistema chiuso. Questo mi porta ad avere molti sospetti. Non sarà mica che pure le spese rendicontate nascondano qualcosa che non va? Magari un’altra gigantesca rimborsopoli?”

Il tema è al centro del dibattito da quando è iniziata la legislatura, ovvero dopo che i parlamentari M5s hanno deciso di dare metà del loro stipendio e la diaria non rendicontata al fondo per la piccola media impresa. Per l’ex grillina e ora deputata Pd Gessica Rostellato alla Camera è andata in scena “la consueta sceneggiata dei deputati del M5s”: “Nonostante la solita retorica e l’inutile speculazione, due sono i fatti reali e concreti che abbiamo di fronte. Il primo, è che l’Istituzione Montecitorio continua a tagliare le spese; un dato su tutti: la legislatura si chiuderà con un risparmio pari a 270 milioni di euro. Il secondo, è che i parlamentari grillini, al di là di quanto dichiarano, tra indennità (pur “autoridotta” a 3mila e 200 euro), diaria e rimborsi vari dissimulati sotto varie voci – peraltro senza alcun controllo o certificazione efficace – percepiscono come, se non di più, degli altri loro colleghi. Basta quindi con la retorica“.

Tra gli ordini del giorno bocciati c’è stato anche quello della deputata M5s Tiziana Ciprini per valutare l’opportunità di adottare test anti-droga per i parlamentari senza “maggiori oneri per l’amministrazione, pubblicando i risultati sul sito della Camera, a garanzia del rapporto di trasparenza con i cittadini elettori”. Per rendere più stringenti i controlli Ciprini chiedeva inoltre, di “compiere periodicamente nei locali della Camera verifiche ambientali, in particolare nei luoghi di possibile assunzione (bagni)”. Bocciato con 324 no anche l’ordine del giorno della Lega Nord sullo stop ai benefit per gli ex presidenti della Camera con lo stop a personale, auto, uffici. “Ai cittadini – ha detto Davide Caparini, componente del Carroccio dell’ufficio di presidenza di Montecitorio – andrebbe consegnata la lista con i nomi dei parlamentari che con il loro no hanno scelto di mantenere inalterati benefici assurdi e ingiustificati“.

L’articolo Camera, M5s chiede di dimezzare gli stipendi parlamentari: caos in Aula. Pd: “Indennità più alte? C’è motivo” [http://www.ilfattoquotidiano.it/2016/08/03/camera-m5s-chiede-di-dimezzare-gli-stipendi-parlamentari-caos-in-aula/2952998/] proviene da Il Fatto Quotidiano [http://www.ilfattoquotidiano.it].

^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^

 

Camera: Toninelli (M5S), sospetto che c’è altra rimborsopoli.

3 August 2016

14:08

ANSA – General News

(ANSA) – ROMA, 3 AGO – “Per il quarto anno consecutivo il Pd ha bocciato la proposta del M5S di abbassare a 5.000 euro lordi gli stipendi dei deputati. Ha bocciato anche l’obbligo di trasparenza nella rendicontazione delle spese di esercizio del mandato. Sul taglio degli stipendi eravamo certi del no dei piddini. Mi preoccupa ancora di più il loro no alla trasparenza sulle spese “romane” degli “onorevoli”. Sì perché dovete sapere che oggi metà dei circa 4.000 euro mensili di diaria devono essere rendicontati alla Camera. Alla Camera e solo alla Camera perché qui regna l’autodichia, cioè l’esclusiva giurisdizione interna. Nessun giudice ordinario, infatti, può entrare a controllare questo sistema chiuso. Questo mi porta ad avere molti sospetti. Non sarà mica che pure le spese rendicontate nascondano qualcosa che non va? Magari un’altra gigantesca rimborsopoli? Voi che dite?”. Lo scrive il deputato M5S Danilo Toninelli sulla sua pagina facebook. (ANSA).

^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^

Senato: ok a conflitto attribuzione per difesa autodichia.

20 July 2016

12:32

ANSA

M5S vota contro, Sel-Si si astengono

(ANSA) – ROMA, 20 LUG – Il Senato si costituirà in giudizio nel conflitto di attribuzione promosso nei confronti della Camera dei deputati dal Tribunale ordinario di Roma, sezione lavoro. Conflitto dichiarato ammissibile dalla Corte Costituzionale con una decisione del 23 marzo scorso notificata a Palazzo Madama il 13 giugno. Il caso riguarda 175 dipendenti della Camera che si sono rivolti al Tribunale ordinario di Roma ma sui quali il Parlamento vuole decidere rivendicando il regime di autodichia. Contro la decisione di costituire in giudizio il Senato nel conflitto di attribuzione a difesa dell’autodichia anche per quanto riguarda l’amministrazione dei dipendenti, si sono pronunciati i senatori del M5S, mentre quelli di Sel-SI si sono astenuti.(ANSA).

Oscar Giannino Premessa. Lo scandalo delle retribuzioni e dei vitalizi parlamentari 19 dicembre 2016 Il Mattino Oscar Giannino © 2016. Il Mattino. Premessa. Lo scandalo delle retribuzioni e dei vitalizi parlamentari e regionali è stato affrontato dal governo Monti nel 2011, e recepito con la riforma degli ex vitalizi da Camera e Senato che godono del discutibilissimo regime della cosiddetta «autodichìa», quindi deliberano autonomamente in quanto organi di rilievo costituzionale in materia di emolumenti e pensioni e recepito poi da un accordo in Conferenza Regioni del 2014, a seguito della quale anche le Regioni autonomamente sono intervenute sui propri trattamenti. I parlamentari hanno visto dal 2013 il proprio regime previdenziale trasformato secondo un sistema contributivo, con un minimo di versamenti pari alla legislatura intera di 5 anni, con un assegno non più percepibile prima dei 65 anni, ma con un anno di anticipo per ogni anno di versamento superiore ai 5 minimi (in realtà bastano sei mesi e un giorno, e vale come un anno) e in ogni caso percependo l’assegno non prima dei 60 anni di età. Già questo i cittadini normali se lo sognano. Ma tant’è. Le Regioni sono intervenute diversamente sia sulle retribuzioni, sia sui vitalizi. Monti aveva stabilito un tetto per i consiglieri regionali, all’epoca poco più di 11 mila euro lordi che diventavano 13 mila e rotti in caso di altri incarichi ricoperti, come la presidenza della Giunta, del Consiglio o di Commissione. Ma le Regioni sono intervenute con criteri ispirati a furbizia. Come ha documentato il professor Roberto Perotti, ex commissario dimessosi dall’incarico della spending review, in 9 Regioni dopo gli interventi le retribuzioni sono oggi più elevate che nel 2012: perché si è intervenuti abbassando in media del 20% l’emolumento tassabile, ma al contempo si sono alzate le diarie e i rimborsi non tassati. Complimenti all’astuzia. L’articolo 122 del testo di riforma costituzionale rigettato dagli italiani alle urne proprio per questo introduceva nuovi limiti, con retribuzioni non superiori a quelli degli emolumenti dei sindaci di città capoluogo, ma è saltato. E veniamo alla Campania. Sotto il presidente Caldoro, si decise l’abrogazione dei vitalizi, lasciando però il dettaglio della nuova disciplina alla consiliatura regionale successiva, quella che oggi appunto sostiene la giunta De Luca. Ed è l’attuale maggioranza, ad aver raggiunto un accordo sul nuovo trattamento previdenziale dei consiglieri regionali, da votare entro la legge finanziaria regionale per il 2017 su cui è atteso il voto entro mercoledì prossimo. Come vedrete dagli approfondimenti nelle pagine interne, la linea è di far proprie le nuove norme adottate dal Parlamento. Ergo una pensione di natura contributiva, con gli stessi requisiti contributivi e anagrafici descritti prima per i parlamentari. Già su questo ci sarebbe da dire, visto che Parlamento e Consigli regionali non sono affatto parificati nella nostra Costituzione. Ma andiamo avanti. Al di là della scelta di principio, infatti, ci sono tre punti almeno sui quali chiediamo a De Luca di distinguersi virtuosamente dalla sua maggioranza. Il primo è la proporzione dei versamenti contributivi, tra quelli a carico del consigliere regionale, e a carico invece del bilancio del Consiglio Regionale. Mentre il consigliere verserà una quota pari all’8,8% della sua base imponibile, a carico del Consiglio Regionale sarà una quota del 24,2%, cioè pari a 2,75 volte il contributo del consigliere. Domanda: avviene lo stesso per i versamenti dei lavoratori dipendenti italiani? Risposta: no. I lavoratori dipendenti pagano un contributo a proprio carico pari al 9,1% dell’imponibile sulla propria retribuzione, e a carico dell’azienda il contributo versato per scopi previdenziali al Fondo lavoratori Dipendenti INPS è pari al 21,5% della retribuzione lorda. Ergo, il trattamento dei parlamentari e dei consiglieri regionali campani, se resta quello dell’emendamento che vi descriviamo, resta un’iniquità. Perché non adottare la formula contributiva che vale per tutti gli italiani, sia per i requisiti anagrafici del beneficio sia per l’entità dei contributi versati? Si dirà appunto: eh, ma il Parlamento ha deciso diversamente, e chi siamo noi per avere meno di loro? Ma infatti il Parlamento ha sbagliato a proprio vantaggio, e non è un buon motivo per replicare l’errore. Se ne occorre una riprova, basta paragonare i trattamenti previdenziali ben diversi nei maggiori paesi europei. Dopo la riforma dei vitalizi parlamentari, oggi un deputato accumula dopo 5 anni una pensione incassabile a 65 anni pari a 2486 euro lordi, una a 60 anni dopo 10 anni di mandato pari a 4973 euro, e dopo 15 anni diventano 7460. In Germania dopo 5 anni di mandato l’assegno previdenziale che va agli ex parlamentari (a 67 anni di età, per altro) è di 961 euro, dopo 10 anni di 1917, e se si arriva a 27 anni di mandato il massimo sono 5175 euro di pensione. Nel Regno Unito ci sono per i deputati 3 diversi regimi contributivi, al 5.9% dell’imponibile, al 7,9% e all’11,9%: in ogni caso, con il regime contributivo più elevato, l’assegno massimo è pari a 2381 euro Naturalmente la risposta dei parlamentari italiani è che il trattamento a loro favore non è in definitiva una vera e propria pensione, come confermato anche dalla Corte costituzionale in diverse sentenze, perché è nato per preservare la possibilità che alla politica si possa dedicare anche chi è povero senza esserne poi danneggiato. Un ragionamento di lana caprina: non solo perché dovrebbe valere allora in ogni paese, ma che cade soprattutto se si dichiara a voce alta di aver voluto abolire i privilegi dei vitalizi allineando i trattamenti a quelli delle pensioni ordinarie degli italiani. Mentre non lo si fa affatto. Restano poi due altre questioni di principio, alle quali l’emendamento della maggioranza in Regione Campania non dà risposta. La Campania non si era allineata infatti a una richiesta della Conferenza Regioni del 2014: escludere o temperare al massimo la possibilità di versamenti in caso di doppi vitalizi a chi aveva ricoperto anche mandati parlamentari. Il testo attuale non menziona questo divieto. Né c’è una norma per il tetto di reddito dell’eventuale beneficiario diverso dall’ex consigliere regionale dopo la sua scomparsa, in caso di reversibilità dell’assegno previdenziale a vantaggio di un suo congiunto. Ce n’è abbastanza, come si vede, per chiedere a De Luca un atto di responsabilità. Mostri a tutti i cittadini della Campania e in primis ai suoi elettori di non voler accettare meno di quello che aveva promesso. Serve una norma in materia di ex vitalizi che concretamente mostri a tutti i cittadini che gli eletti non decidono a proprio vantaggio sentendosi e rappresentandosi come a loro superiori.

 

Il commento; Un’astuzia che regala consenso alle ragioni dell’antipolitica Oscar Giannino 18 dicembre 2016 © 2016. Il Mattino. Appello al presidente della regione Campania Vincenzo De Luca: metta mano all’accordo della sua maggioranza, emerso in materia di disciplina del trattamento previdenziale dei consiglieri regionali. De Luca ha più volte ribadito l’impegno per il contenimento dei costi della politica, e per una nuova equità di trattamento degli eletti rispetto ai cittadini. Ora è il momento di dimostrarlo perché, come Il Mattino spiega nell’approfondimento sul nuovo testo della maggioranza, questi princìpi non vengono osservati. E non è proprio il caso, né in Campania né a livello nazionale, di offrire nuovi argomenti – fondati, per altro – alla protesta antipolitica. Premessa. Lo scandalo delle retribuzioni e dei vitalizi parlamentari e regionali è stato affrontato dal governo Monti nel 2011, e recepito con la riforma degli ex vitalizi da Camera e Senato – che godono del discutibilissimo regime della cosiddetta «autodichìa», quindi deliberano autonomamente in quanto organi di rilievo costituzionale in materia di emolumenti e pensioni – e recepito poi da un accordo in Conferenza Regioni del 2014, a seguito della quale anche le Regioni autonomamente sono intervenute sui propri trattamenti. I parlamentari hanno visto dal 2013 il proprio regime previdenziale trasformato secondo un sistema contributivo, con un minimo di versamenti pari alla legislatura intera di 5 anni, con un assegno non più percepibile prima dei 65 anni, ma con un anno di anticipo per ogni anno di versamento superiore ai 5 minimi (in realtà bastano sei mesi e un giorno, e vale come un anno) e in ogni caso percependo l’assegno non prima dei 60 anni di età. Già questo i cittadini normali se lo sognano. Ma tant’è. Le Regioni sono intervenute diversamente sia sulle retribuzioni, sia sui vitalizi. Monti aveva stabilito un tetto per i consiglieri regionali, all’epoca poco più di 11 mila euro lordi che diventavano 13 mila e rotti in caso di altri incarichi ricoperti, come la presidenza della Giunta, del Consiglio o di Commissione. Ma le Regioni sono intervenute con criteri ispirati a furbizia. Come ha documentato il professor Roberto Perotti, ex commissario dimessosi dall’incarico della spending review, in 9 Regioni dopo gli interventi le retribuzioni sono oggi più elevate che nel 2012: perché si è intervenuti abbassando in media del 20% l’emolumento tassabile, ma al contempo si sono alzate le diarie e i rimborsi non tassati. Complimenti all’astuzia. L’articolo 122 del testo di riforma costituzionale rigettato dagli italiani alle urne proprio per questo introduceva nuovi limiti, con retribuzioni non superiori a quelli degli emolumenti dei sindaci di città capoluogo, ma è saltato. E veniamo alla Campania. Sotto il presidente Caldoro, si decise l’abrogazione dei vitalizi, lasciando però il dettaglio della nuova disciplina alla consiliatura regionale successiva, quella che oggi appunto sostiene la giunta De Luca. Ed è l’attuale maggioranza, ad aver raggiunto un accordo sul nuovo trattamento previdenziale dei consiglieri regionali, da votare entro la legge finanziaria regionale per il 2017 su cui è atteso il voto entro mercoledì prossimo. Come vedrete dagli approfondimenti nelle pagine interne, la linea è di far proprie le nuove norme adottate dal Parlamento. Ergo una pensione di natura contributiva, con gli stessi requisiti contributivi e anagrafici descritti prima per i parlamentari. Già su questo ci sarebbe da dire, visto che Parlamento e Consigli regionali non sono affatto parificati nella nostra Costituzione. Ma andiamo avanti. Al di là della scelta di principio, infatti, ci sono tre punti almeno sui quali chiediamo a De Luca di distinguersi virtuosamente dalla sua maggioranza. Il primo è la proporzione dei versamenti contributivi, tra quelli a carico del consigliere regionale, e a carico invece del bilancio del Consiglio Regionale. Mentre il consigliere verserà una quota pari all’8,8% della sua base imponibile, a carico del Consiglio Regionale sarà una quota del 24,2%, cioè pari a 2,75 volte il contributo del consigliere. Domanda: avviene lo stesso per i versamenti dei lavoratori dipendenti italiani? Risposta: no. I lavoratori dipendenti pagano un contributo a proprio carico pari al 9,1% dell’imponibile sulla propria retribuzione, e a carico dell’azienda il contributo versato per scopi previdenziali al Fondo lavoratori Dipendenti INPS è pari al 21,5% della retribuzione lorda. Ergo, il trattamento dei parlamentari e dei consiglieri regionali campani, se resta quello dell’emendamento che vi descriviamo, resta un’iniquità. Perché non adottare la formula contributiva che vale per tutti gli italiani, sia per i requisiti anagrafici del beneficio sia per l’entità dei contributi versati? Si dirà appunto: eh, ma il Parlamento ha deciso diversamente, e chi siamo noi per avere meno di loro? Ma infatti il Parlamento ha sbagliato a proprio vantaggio, e non è un buon motivo per replicare l’errore. Se ne occorre una riprova, basta paragonare i trattamenti previdenziali ben diversi nei maggiori paesi europei. Dopo la riforma dei vitalizi parlamentari, oggi un deputato accumula dopo 5 anni una pensione incassabile a 65 anni pari a 2486 euro lordi, una a 60 anni dopo 10 anni di mandato pari a 4973 euro, e dopo 15 anni diventano 7460. In Germania dopo 5 anni di mandato l’assegno previdenziale che va agli ex parlamentari (a 67 anni di età, per altro) è di 961 euro, dopo 10 anni di 1917, e se si arriva a 27 anni di mandato il massimo sono 5175 euro di pensione. Nel Regno Unito ci sono per i deputati 3 diversi regimi contributivi, al 5.9% dell’imponibile, al 7,9% e all’11,9%: in ogni caso, con il regime contributivo più elevato, l’assegno massimo è pari a 2381 euro… Naturalmente la risposta dei parlamentari italiani è che il trattamento a loro favore non è in definitiva una vera e propria pensione, come confermato anche dalla Corte costituzionale in diverse sentenze, perché è nato per preservare la possibilità che alla politica si possa dedicare anche chi è povero senza esserne poi danneggiato. Un ragionamento di lana caprina: non solo perché dovrebbe valere allora in ogni paese, ma che cade soprattutto se si dichiara a voce alta di aver voluto abolire i privilegi dei vitalizi allineando i trattamenti a quelli delle pensioni ordinarie degli italiani. Mentre non lo si fa affatto. Restano poi due altre questioni di principio, alle quali l’emendamento della maggioranza in Regione Campania non dà risposta. La Campania non si era allineata infatti a una richiesta della Conferenza Regioni del 2014: escludere o temperare al massimo la possibilità di versamenti in caso di doppi vitalizi a chi aveva ricoperto anche mandati parlamentari. Il testo attuale non menziona questo divieto. Né c’è una norma per il tetto di reddito dell’eventuale beneficiario diverso dall’ex consigliere regionale dopo la sua scomparsa, in caso di reversibilità dell’assegno previdenziale a vantaggio di un suo congiunto. Ce n’è abbastanza, come si vede, per chiedere a De Luca un atto di responsabilità. Mostri a tutti i cittadini della Campania e in primis ai suoi elettori di non voler accettare meno di quello che aveva promesso. Serve una norma in materia di ex vitalizi che concretamente mostri a tutti i cittadini che gli eletti non decidono a proprio vantaggio sentendosi e rappresentandosi come a loro superiori.

 

^ VERSO IL VOTO IL FOCUS; TRA Sì E NO LE 10 RAGIONI DEI GIURISTI Dino Martirano 2 dicembre 2016 Corriere della Sera (c) CORRIERE DELLA SERA 1 «Il nuovo Senato non sarà una Camera eletta a suffragio universale. Non deve esserlo. Perché non serve creare un doppione della Camera dei deputati che da sola ha un rapporto di fiducia con il governo. Piuttosto, il nuovo Senato deve dare voce al legislatore regionale, alle istanze dei territori e alle comunità locali: è questo il punto di svolta, la novità assoluta e per questo bisogna votare Sì al referendum. L’immunità parlamentare? Così come è stata cambiata nel 1993 con la modifica dell’articolo 68 (limitandola all’insindacabilità delle opinioni espresse nell’esercizio del mandato e alle misure restrittive) serve anche per i senatori. Altrimenti facciamo la fine della Turchia dove Erdogan può far arrestare i parlamentari di opposizione». 2 «Quello della fiducia concessa da una sola Camera è il punto chiave e vincente di questa riforma. I cittadini che votano devono poter decidere anche la maggioranza che esprime il governo del Paese. Ma questo meccanismo funziona a condizione che ci sia solo una Camera che esprime la fiducia al governo. Non basta: serve anche che il sistema elettorale abbia un’impronta maggioritaria, un premio che consenta la governabilità. Così si passa dalla democrazia consociativa alla democrazia competitiva. Inoltre, la seconda Camera dei territori deve servire a ridurre il conflitto tra Stato e Regioni. Al Senato, che funzionerà da Camera di compensazione tra centro e periferia del Paese, la questione di fiducia sui singoli provvedimenti è irrilevante perché i senatori avranno, per così dire, un potere di veto soltanto sul tre per cento delle leggi». 3 «Bisogna valutare positivamente sia i tagli dei costi che arrivano subito e quelli che scatteranno a regime. Adesso, con questa riforma, tagliamo 315 stipendi da senatore ma in futuro, a regime, non dovremmo pagare più le indennità agli ex senatori. E non saranno risparmi irrilevanti. Per quanto riguarda poi l’autodichia di Camera e Senato (il potere di decidere in casa, senza sottostare a giudizi esterni, le regole su stipendi, dipendenti e appalti, ndr ) va ricordato che la norma è stata fatta soprattutto per i dipendenti dei gruppi parlamentari che oggi vengono licenziati alla fine di ogni legislatura. Certo, con questi tagli non si ripiana il debito ma così i politici danno per primi il buon esempio». 4 «I procedimenti legislativi, in pratica, sono solo due: quello a prevalenza della Camera, che riguarda il 97% delle leggi, e quello bicamerale che investe giusto il 3% dei provvedimenti. Il comma I del nuovo articolo 70 è più lungo ma disciplina in modo chirurgico e puntuale i due procedimenti. Non ci sono problemi, è tutto scritto. Il Senato potrà richiamare tutte le leggi che riguardano gli enti locali e presentare molti emendamenti che non sono vincolanti. E la Camera, accogliendo anche in parte le proposte di modifica avanzate dai senatori, potrà comunque sminare il potenziale contenzioso tra Stato e Regioni». 5 «Oggi i decreti legge rappresentano una patologia nella dinamica parlamentare e la riforma supera questa anomalia. E, dunque, la novità più rilevante riguarda l’estensione dei limiti temporali, da 60 a 90 giorni, per la conversione del decreto nel caso il presidente della Repubblica intenda rinviarlo alle Camere. E poi ci sono i disegni di legge del governo da approvare a data certa entro 70 giorni che diventeranno 100-110 giorni se si considera l’intero iter anche al Senato. Così, il nuovo sistema sceglie una strada mediana: tra i 60 giorni previsti attualmente per la conversione di un decreto legge e i 500 giorni mediamente necessari per approvare un disegno di legge del governo». 6 «Oggi le proposte di legge di iniziativa popolare non sono considerate in modo serio. E visto che con la riforma viene introdotto un termine per la loro calendarizzazione, ne consegue che l’istituto debba essere deflazionato: portando le firme necessarie per presentarle da 50 mila a 150 mila. Sul referendum abrogativo nulla cambia nel caso vengano raccolte almeno 500 mila firme: il quorum per la validità è sempre del 50% più uno degli aventi diritto. Se invece i promotori superano quota 800 mila firme, il quorum si abbassa alla maggioranza dei votanti alle ultime elezioni per la Camera dei deputati. E questo cambiamento rappresenta un contropotere molto efficace». 7 «È una previsione molto efficace perché fa sentire i suoi effetti anche retroattivamente. Se infatti verrà approvata la riforma, l’Italicum (che è già legge dello Stato) potrà essere portato da una minoranza di parlamentari davanti alla Corte costituzionale. Infatti, la Consulta ha congelato i ricorsi veicolati dai vari tribunali sull’incostituzionalità della legge elettorale ma non ha ancora detto se quei ricorsi siano ammissibili o meno». 8 «Semmai questa norma può essere considerata sbagliata perché è troppo garantista. I quorum infatti sono alti. Perché oggi dal quarto scrutinio in poi basta la maggioranza assoluta per eleggere il capo dello Stato e poi si passa alla maggioranza dei tre quinti degli aventi diritto, prima e dei votanti, poi. Ma questo vuol dire che senza una componente molto consistente dell’opposizione il presidente della Repubblica non si elegge». 9 «Va chiarita una connessione che fin qui è rimasta nascosta: nessun Titolo V sarà mai soddisfacente se prima non si cambia il Senato creando la Camera dei territori. Le leggi infatti nascono dai problemi reali e i problemi reali spesso si accavallano tra materie diverse. E poi non è vero che questa riforma riporta tutto al centro e ai poteri dello Stato perché dà la possibilità alle Regioni ordinarie di diventare un po’ speciali. Cioè la Regione che ritiene di avere i numeri per farlo, può provare a contrattare con il governo una promozione di livello». 10 «Sarebbe sbagliato e controproducente “punire” le Regioni a statuto speciale solo per colmare le differenze con quelle a statuto ordinario. Piuttosto, noi dobbiamo dare alle Regioni ordinarie la possibilità di salire di grado. E poi non è vero che le Regioni a statuto speciale siano paragonabili a cinque Stati completamente autonomi. Non è così: hanno il vincolo del pareggio di bilancio e, nel legiferare, devono rispettare l’interesse nazionale».

 

Il vitalizio in Costituzione. La casta ringrazia Felice Besostri 439 parole 1 dicembre 2016 il manifesto ILMANI Italiano © 2016 Il Nuovo Manifesto Società Cooperativa Editrice Caro dr. Matteo Renzi, Presidente del Consiglio dei Ministri, pur essendo io un tenace avversario della sua riforma costituzionale, e così della sua legge elettorale che assieme a un pool di avvocati sono riuscito a portare davanti alla Corte costituzionale, devo ringraziarla per aver costituzionalizzato il mio vitalizio di ex senatore (nella tredicesima legislatura) e con il mio quello di migliaia di altri ex parlamentari o loro superstiti, coniugi o compagni e compagne e di vita: 2.700 elettori circa. Il suo è stato un atto di generosità fatto con discrezione. Evidentemente non doveva accorgersene nessuno, né i parlamentari né gli assatanati populisti, anzi soprattutto loro. Purtroppo la mia acribia di oppositore mi ha fatto leggere tutto il testo della legge di revisione e così anche l’articolo 40 (disposizioni finali), comma 3, ultimo periodo: «Restano validi ad ogni effetto i rapporti giuridici, attivi e passivi, instaurati anche con i terzi». Una norma estranea alla materia costituzionale. Una formulazione talmente ampia e generica, che non sistema solo disinvolte operazioni contrattuali delle Camere in autodichia, ma anche e per sempre i nostri vitalizi. Se ne vuol discutere pubblicamente il mio ringraziamento al suo cospetto suonerà ancora più forte. Ciò non ostante, spero e mi do da fare perché il No vinca, sono un sentimentale costituzionale da quando ho potuto sentire dal vivo Calamandrei a Milano nel 1955. Per questo mi son battuto con i colleghi Bozzi e Tani contro il Porcellum e con un centinaio di avvocati abbiamo coordinato 23 ricorsi contro l’Italicum, di cui 5 già arrivati alla Corte Costituzionale. In ogni caso devo ringraziarla per il suo generoso, ma spero infruttuoso, tentativo di resistere alla demagogia di questi tempi. Viva i vitalizi. Devo però aggiungere, proprio in quanto ex senatore, che mi disturba alquanto l’ingannevole quesito sul quale siamo chiamati a votare. Tra le tante domande cui dovremmo rispondere il 4 dicembre con un sì o con un no, c’è infatti quella relativa alla «riduzione del numero dei parlamentari». In realtà, come ormai tutti hanno capito, si tratta della riduzione di soli 220 senatori elettivi. Forse in questo caso anche lei, dottor Renzi, ha ceduto alla demagogia. O forse si è contenuto, poteva infatti scrivere «riduzione di 200 poltrone di superflui senatori». Se non che c’era il rischio che, in un sussulto dignità, alcuni senatori potessero provare a emendare il titolo del disegno di legge costituzionale. Che invece è rimasto quello stabilito dal governo dal principio, grazie anche alla collaborazione – ex art. 83 comma 4 della Costituzione – di Giorgio Napolitano, allora presidente non emerito.

 

^ In provincia Famiglietti a Summonte, Paris a Castelfranci; Ariano, domani Gambacorta, Caldoro e Gargani 1 dicembre 2016 Il Mattino © 2016. Il Mattino. Flavio Coppola Il presidente onorario della suprema Corte di Cassazione, Ferdinando Imposimato, sceglie Avellino per ribadire, con le argomentazioni dei padri costituenti, il No secco a «una riforma che darà il via libera alla distruzione del territorio». «Sostenitore ma non militante del Movimento Cinque Stelle», si definisce, ex Pci, una vita spesa a combattere le mafie, alle 17,45 presso l’ex Carcere Borbonico, chiuderà la campagna dei grillini sull’imminente referendum costituzionale. Imposimato, secondo il fronte del Sì vi sarà una velocizzazione del processo normativo che gioverà anche al rilanci del Sud. Che cosa ne pensa? «Questo governo non ha alcuna intenzione di aiutare il Sud. Lo ha dimostrato con le leggi, che vanno contro il Mezzogiorno, e con una politica liberista a vantaggio degli squali del territorio: potranno distruggere una regione meravigliosa come la Campania e mortificare potenzialità esistenti anche in Irpinia. Lo stesso referendum dell’aprile 2016 sulle trivellazioni consente lo sfruttamento peggiore della natura. In realtà nulla viene fatto per salvare il Sud dal dissesto idrogeologico e dall’inquinamento che ci ha avvelena la vita. Io, ad Ariano, ero tra quelli che facevano la battaglia contro rifiuti. Poi questa storia della velocizzazione non ha senso. Il governo ha fatto tutte le leggi che voleva in 15 giorni, con la fiducia. Con il nuovo sistema ci vorrà più tempo. Il vero tema è la qualità delle leggi». Lei sostiene che ci sia un pericolo per la democrazia. Si riferisce al passaggio esclusivo delle competenze su ambiente ed energia e lavoro allo Stato? «È una certezza. L’articolo 5 della Costituzione dice che la Repubblica riconosce le autonomie locali, ed attua il decentramento. I governanti non ne hanno tenuto assolutamente conto. La clausola di supremazia, per cui lo Stato si riserva il potere di intervenire, non fa che mettere in pericolo l’unità d’Italia e le Regioni, come ebbe già a dire anche Giulio Andreotti quando la legge, discussa nel 2003, fu bloccata dal referendum del 2006. Vogliamo reintrodurre ciò che il popolo ha già bocciato?». D’accordo, ma perché è una certezza? «Ci sarà il via libera alla devastazione del territorio. Chi sta a Roma non conoscere i problemi di queste aree e la necessità di difenderle anche dalle infiltrazioni della camorra, per esempio nell’eolico o nel petrolio. In Basilicata gli impianti hanno prodotto solo inquinamento». La riforma prevede anche un recupero di risorse dal taglio dei costi della politica. Non sarebbe un bene? «Un’altra bugia colossale. Nell’articolo 40 della riforma è mantenuto il fenomeno ingiusto dell’autodichia. Camera e Senato potranno gestire il denaro, fare appalti e pagare dipendenti senza limite e controllo esterno, nemmeno della Corte dei conti. Secondo le stime le spese aumenteranno di 2 miliardi all’anno. Altro che risparmio di 60 milioni». Si dice che la Campania sia decisiva perché in bilico. Il governatore Vincenzo De Luca è fortemente impegnato per il Sì. «Penso che stabilire accordi con i governatori a seconda del loro orientamento sul referendum sia assolutamente ingiusto. In Puglia, Renzi nega a Emiliano 50 milioni per i malati di cancro perché vota No. Qui si aspettano finanziamenti se vince il Sì. L’atteggiamento di De Luca non è tollerabile e i fondi vanno erogati in maniera imparziale e per un obiettivo. Altrimenti siamo nell’ambito del voto di scambio». Nella sfida per il No, lei sarà al fianco, tra gli altri, di Ciriaco De Mita. Un’accozzaglia, come dice il premer? «È un’accusa ingiusta, perchè la Costituzione deve unire tutti. Questo è il momento della concordia nazionale. Con queste argomentazioni si tenta di smontare la battaglia di chi si riconosce nella Costituzione, nell’ interesse dei giovani e dei più deboli. Per ciò sostengo i Cinque Stelle».

 

La conferma; Cito resta senza vitalizio. Respinto il suo ricorso Lino CAMPICELLI 29 novembre 2016 Il Nuovo Quotidiano di Puglia Online © 2016. Il Quotidiano Di Puglia Niente da fare per Giancarlo Cito, con un passato di parlamentare e di sindaco di Taranto. Nel suo caso è stata confermata la revoca del vitalizio che spetta ai parlamentari. A distanza di quasi un anno dal ricorso, la Commissione parlamentare di Roma (presieduta dall’onorevole Alberto Lo Sacco) ha respinto i motivi addotti dalla difesa di Cito. In piedi resta la deliberazione che aveva annullato i vitalizi dei parlamentari nei confronti dei quali erano state inflitte condanne superiori ai due anni. La Commissione parlamentare ha detto “no”, attraverso la riunione dei ricorsi, anche all’istanza presentata a suo tempo dalla difesa dell’ex ministro De Lorenzo e di altri due ex parlamentari, pure loro coinvolti in vicende giudiziarie sfociate in condanne superiori ai due anni. Giancarlo Cito, da questo punto di vista, è in buona compagnia. Tuttavia, non può di sicuro essere soddisfatto del “mal comune”. Il fatto che la Commissione parlamentare abbia impiegato quasi un anno per arrivare a questo risultato la dice lunga sulla complessità della materia e sulla fondatezza delle questioni poste a suo tempo dagli avvocati Franco De Feis e Guglielmo De Feis, che avevano contestato alla radice la decisione capitolina. Nei mesi scorsi, peraltro, il ricorso promosso in favore di Cito era stato integrato con documentazione sulla situazione economico-patrimoniale dell’ex parlamentare.Come è noto, fra le argomentazioni addotte nel robusto ricorso discusso dai legali tarantini, vi era anche quella che la perdita del vitalizio avrebbe impedito a Cito di godere di un sostentamento economico, giacchè Cito non godrebbe di altri cespiti da cui attingere risorse. L’assunto era stato sostenuto da ampia documentazione, affinchè il consiglio di giurisdizione avesse un quadro di riferimento definitivo. Ma quale era stata la questione principale? Riguardava l’arbitrio sotteso al principio di “Autodichia” (prerogativa dei due rami del Parlamento di risolvere, attraverso un organismo giurisdizionale interno, le controversie insorte con i propri dipendenti). Nel caso in questione, i legali di Cito avevano eccepito che la delibera della presidenza del Consiglio avrebbe violato l’articolo 25 della carta costituzionale (“Nessuno può essere distolto dal giudice naturale precostituito per legge; nessuno può essere punito se non in forza di una legge che sia entrata in vigore prima del fatto commesso”). Sostanzialmente, a Cito era stato vietato di adire un giudice per far valere il suo diritto represso. L’assunto proposto era semplice: se è ammissibile che siano legittimati a rivolgersi ai giudici ordinari i dipendenti della Camera, a maggior ragione non può essere impedito il percorso a un terzo estraneo, qual è da ritenere un ex parlamentare. Così, la difesa di Cito aveva fatto un passo in avanti. E aveva contestato la decisione del presidente della Camera Laura Boldrini (alla quale si deve la revoca del vitalizio agli ex parlamentari), eccependo la violazione dell’articolo 25 della Costituzione, secondo cui «le norme penali e le sanzioni accessorie non possono essere applicate in modo reotroattivo». In pratica, atteso che Cito è stato condannato per reati in ragione dei quali nell’estate 2015 è scattata la norma della presidenza del Consiglio, quest’ultima non può essere applicata come pena accessoria di un reato su cui si è da tempo formato il giudicato. Vale la pena di ricordare, infatti, che per i legali di Cito l’applicazione del decreto del presidente della Camera poteva (e ancora deve) avere valore a partire da sentenze che siano state emesse successivamente alla data dello stesso decreto (luglio 2015). Ciò che «è avvenuto in precedenza», avevano sostenuto gli avvocati Franco De Feis e Guglielmo De Feis, «come nel caso di Cito, non può essere compreso nel regolamento presidenziale». Di qui, secondo le valutazioni dei legali, la violazione del principio della irretroattività delle norme penali e della inapplicabilità del decreto regolamentare, la cui vigenza scatterebbe «dalla data della firma e non può essere riferita a fatti e sentenze passate in giudicato in epoca precedente». In ogni caso, resta in piedi la questione della legittimità costituzionale del conflitto di attribuzione fra poteri dello stato sollevato dagli stessi legali di Cito che non sarebbe stato affrontato dalla Commissione. Quest’ultima, secondo quanto filtrato da Roma, avrebbe confermato la revoca dei vitalizi, lasciando un piccolo spiraglio, di cui potrebbero beneficiare Cito e gli altri tre parlamentari. La Commissione ha infatti posto come “condizione risolutiva” la riabilitazione dei soggetti ai quali è stato revocato il vitalizio.

 

Taglio indennità parlamentari, alla Camera via libera al testo unificato: da 5.000 euro netti a 5.000 lordi al mese Antonio Pitoni 14 ottobre 2016 Il Fatto Quotidiano Online © 2016 Il Fatto Quotidiano Riduzione dell’indennità parlamentare, sforbiciata ai rimborsi per le spese di alloggio (la cosiddetta diaria), di viaggio e per l’esercizio del mandato. Persino una stretta sul Tfr di onorevoli e senatori. Sono i temi affrontati dal testo unificato (relatrice Roberta Lombardi del M5S) adottato alla Camera in commissione Affari costituzionali, con i soli voti del Movimento 5 Stelle (tutti gli altri si sono astenuti), per riscrivere le norme che regolano il trattamento economico dei rappresentanti del popolo. Un provvedimento, atteso in Aula entro ottobre, che ha dovuto fare i conti con l’ostacolo insormontabile della Costituzione. Per la precisione con l’articolo 69: “I membri del Parlamento ricevono una indennità stabilita dalla legge”. Con il risultato che, delle varie voci e relativi ammennicoli che concorrono a formare la retribuzione complessiva di deputati e senatori, solo l’indennità parlamentare (in pratica lo stipendio base) e le spettanze ad essa collegate possono essere oggetto di modifica legislativa. AUTODICHIA OFF LIMIT – Su tutto il resto, invece, la legge non può intervenire. In base al principio dell’autodichia, vale a dire l’autonomia del Parlamento da qualsiasi ingerenza esterna, ulteriori modifiche possono essere introdotte solo dalle due Camere nell’esercizio del loro potere autoregolamentare. Una situazione della quale l’Ufficio di presidenza della commissione Affari costituzionali di Montecitorio, guidata da Andrea Mazziotti di Scelta civica, non ha potuto che prendere atto. Invitando, la settimana scorsa, i proponenti delle diverse proposte di legge a riformulare i rispettivi testi, limitandone i contenuti alla sola materia delle indennità parlamentari, alla diaria – la somma riconosciuta a deputati e senatori a titolo di rimborso delle spese di soggiorno nella capitale – e al relativo trattamento fiscale. E ieri, sempre in commissione, con i soli voti del Movimento 5 Stelle (tutti gli altri gruppi si sono astenuti) è stato approvato il testo unificato della relatrice Roberta Lombardi. La deputata pentastellata era stata la prima a presentare una pdl sulla materia, cui erano poi seguite quelle di Guglielmo Vaccaro (gruppo Misto), Donata Lenzi e Sesa Amici (Partito democratico), Roberto Capelli (Democrazia solidale-Centro democratico) e Paolo Vitelli (Scelta civica). AVANTI SI TAGLIA – Ma cosa prevede il nuovo impianto normativo che, conclusi i lavori della commissione, dovrebbe arrivare entro ottobre all’esame dell’Aula di Montecitorio? Innanzitutto la riduzione dell’indennità parlamentare a 5.000 euro lordi al mese. Una sforbiciata consistente rispetto ai circa 5.000 euro netti (pari a un lordo di 10.435 euro) che intascano attualmente deputati e senatori. Ai membri del Parlamento è, inoltre, riconosciuto “un rimborso delle spese documentate di soggiorno (la diaria, ndr) e di viaggio entro il limite massimo di euro 3.500 mensili”. Una voce considerevolmente ridotta rispetto alle attuali spettanze se si considera che, ad oggi, ad ogni rappresentante del popolo spettano 3.500 euro solo a titolo di diaria. Mentre le spese di viaggio sono conteggiate a parte: altri 3.323,70 euro a trimestre, per il deputato che deve percorrere fino a 100 chilometri per raggiungere l’aeroporto più vicino al luogo di residenza, che salgono a 3.995,10 euro se la distanza da percorrere è superiore. Ma non è tutto. “Il rimborso delle spese di alloggio non è riconosciuto”, a differenza di quanto avviene oggi, “ai membri del Parlamento che risiedono nel comune di Roma”. Confermata, invece, la “decurtazione” della diaria, la cui entità deve essere determinata dagli Uffici di presidenza delle due Camere, “per ogni giorno di assenza del parlamentare dalle sedute dell’Assemblea, delle Giunte o delle Commissioni in cui si siano svolte votazioni”. Poi ci sono i rimborsi delle spese sostenute per l’esercizio del mandato che il testo unificato della Lombardi fissa a 3.690 euro mensili. Estendendo, in pratica, l’attuale limite previsto a Montecitorio anche a Palazzo Madama dove, invece, si può arrivare ad un massimo di 4.180 euro al mese. Cifre, in entrambe le Camere, oggi forfettarie per il 50% e soggette a rendicontazione periodica solo per il restante 50%. BENEDETTA TRASPARENZA – Poi c’è l’indennità di fine mandato. Il testo unificato prevede che ai membri del Parlamento non rieletti spetti un assegno “il cui importo è commisurato” all’indennità parlamentare (5.000 euro lordi al mese) e “alla durata complessiva del mandato”, calcolato “secondo la disciplina prevista dall’articolo 2120 delcodice civile”. Quello che regola, cioè, il trattamento di fine rapporto per i comuni lavoratori. In pratica, mentre la disciplina vigente ne fissa l’importo, tanto alla Camera che al Senato, nella misura dell’80% dell’indennità lorda per ogni anno di mandato effettivo (o frazione non inferiore a sei mesi), con la nuova normativa verrebbe calcolato dividendo per 13,5 la retribuzione lorda annua e moltiplicando la cifra ottenuta per il numero degli anni di mandato. Infine, la trasparenza. Il testo messo a punto dalla Lombardi prevede che gli Uffici di presidenza delle due Camere assicurino la pubblicazione di tutte le indennità riconosciute al singolo parlamentare; del “numero dei giorni per i quali il membro del Parlamento è risultato presente alle sedute dell’Assemblea e delle Commissioni e ha ottenuto il riconoscimento del rimborso delle spese di soggiorno e di viaggio”; la “rendicontazione” di tutte le spese rimborsate (viaggio, soggiorno ed esercizio del mandato). PRIVILEGI NEL MIRINO – “Il testo unificato ha fatto propri due principi che, sul trattamento economico dei Parlamentari, il M5S considera irrinunciabili – spiega a ilfattoquotidiano.it la relatrice Roberta Lombardi –. Primo: abbassare l’importo dell’indennità. Secondo: rendere più incisivi gli obblighi di trasparenza imponendo la rendicontazione su tutte le spese i cui rimborsi cessano di essere, come avviene con l’attuale disciplina, almeno in parte forfetari”. Altra questione, invece, concerne la concreta possibilità di arrivare all’approvazione della legge. “Quel che è certo è che noi non arretreremo di un centimetro – conclude la deputata del M5S –. E consideriamo già un successo aver rimesso al centro del dibattito parlamentare il tema dell’abolizione dei privilegi della Casta”.

 

^ PALESTRA Diaz gremita, ieri, per il presidente onorario aggiunto della Corte di… 2 ottobre 2016 Il Resto del Carlino Copyright 2016 MONRIF NET S.R.L.  PALESTRA Diaz gremita, ieri, per il presidente onorario aggiunto della Corte di Cassazione Ferdinando Imposimato (nella foto), arrivato a Porto Recanati per sostenere le ragioni del no al referendum. L’incontro è stato organizzato dal comitato «No al referendum», del quale fa parte anche l’ex sindaco Sabrina Montali. «Con questa scellerata riforma costituzionale vengono aumentati i poteri di autodichia (le regole fatte in casa) del Parlamento in spregio ai tanti sacrifici degli italiani – ha detto –. Le Camere potranno liberamente incrementare le spese di funzionari, stipendi, appalti, senza essere soggette al controllo della Corte dei Conti. Inoltre le Regioni non potranno più legiferare in materie importanti come ambiente, energia, sanità e sarà una vittoria per le lobby». Presenti all’incontro la presidente Legambiente Civitanova Giorgia Belforte e il presidente regionale dell’associazione consumatori utenti Carlo Cardarelli.

 

Camera, M5s chiede di dimezzare gli stipendi parlamentari: caos in Aula. Pd: “Indennità più alte? C’è motivo” 3 agosto 2016 Il Fatto Quotidiano Online © 2016 Il Fatto Quotidiano La Camera ha bocciato la riduzione degli stipendi dei deputati a 5mila euro lordi al mese. L’ordine del giorno al Bilancio è stato proposto dal Movimento 5 stelle, ma maggioranza e opposizioni hanno votato contro. “Noi non abbiamo nessun imbarazzo in questa discussione”, ha detto il capogruppo Pd Ettore Rosato in Aula, “siamo consapevoli che la politica ha un costo, che gli stipendi dei parlamentari sono più alti della media italiana, che questo accade in tutti i Paesi, che c’è una ragione perché questo accade e vale per tutti quelli che siedono in questi banchi”. La Camera in serata ha approvato il bilancio 2015, che registra il record di 270 milioni di risparmi da inizio Legislatura. Montaggio di Gisella Ruccia La proposta M5s ha scatenato numerose polemiche nel corso della seduta. Il deputato grillino Manlio Di Stefano nel suo intervento ha accusato i colleghi di “non aver mai fatto altro nella vita se non i politici”: “Anticipo”, ha detto, “un argomento che viene spesso usato per bocciare il nostro ordine del giorno, cioè che dare uno stipendio dignitoso ai parlamentari, dignitoso per questa Camera perché fuori da qui dignitoso è già di 1500 euro, di 10mila euro lordi, tenga gli eletti distanti dalla corruzione o permetta a chi viene da realtà sociali molto disagiate di fare questa professione. Poi vai sul sito di Montecitorio e ti rendi conto che non c’è un deputato che abbia fatto altro nella vita”. La dichiarazione ha provocato le polemiche di un gruppo di deputati e deputate nell’emiciclo che si è alzato dalla propria postazione per raggiungere i banchi 5 stelle. E’ intervenuta anche la presidente della Camera Laura Boldrini che più volte, prima di riuscire a riportare la calma, ha invitato “al rispetto tutti quanti, chi ascolta e chi parla” e a Di Stefano ha detto: “La prego di non offendere i colleghi in quest’Aula perché qui ci sono molte professionalità. Lei non può affermare quello che non è vero. Le assicuro che ci sono molti colleghi che hanno lavori e professioni. Tutti qui hanno diritto ad essere rispettati”. “Ma come si permette?”, ha cominciato a gridare il deputato M5s Alessandro Di Battista. “Molti di noi hanno lasciato incarichi e professioni”, ha detto Boldrini. “Questa sta ‘fuori’…”, ha ribattuto Di Stefano mimando il gesto con le mani mentre stava proseguendo l’intervento. La presidente ha replicato a sua volta: “Non ci sono gesti da fare, vada avanti”. “Presidente”, ha detto Di Stefano, “poi le fornisco un elenco di persone che hanno fatto solo politica nella vita. Ho detto che ‘mi correggo’. Cioè da quando sono entrati in quest’Aula non hanno più fatto altro per almeno trent’anni. La scusa dello stipendio lauto per garantire una continuità quando si tornerà alla vita normale, si interrompe quando ci si rende conto che stanno qui per trent’anni. Voi ritenete che 10mila euro lordi al mese sia una cifra normale? Io con 5mila euro lordi ci vivo benissimo e non rinuncio a niente della mia vita parlamentare”. L’Aula della Camera è stata impegnata nell’esame degli ordini del giorno ai documenti di Bilancio di Montecitorio. Contro la proposta dei 5 stelle di dare un tetto agli stipendi si sono schierati tutti i partiti. Sull’argomento è intervenuto anche il capogruppo Pd Ettore Rosato che ha poi parlato dei rimborsi per l’attività parlamentare: “Anche i grillini prendono 8mila euro. Il Pd finanzia il partito, loro un sito con la pubblicità delle lavatrici e la faccia di Di Maio e Di Battista. Poi vengono qui a dire che scalano gli scontrini: tutte cifre inventate, hanno appartamenti da 2mila euro”. Il deputato grillino Danilo Toninelli ha invece la maggioranza per aver bocciato l’ordine del giorno sull’obbligo di “trasparenza nella rendicontazione delle spese di esercizio del mandato”: “Sul taglio degli stipendi”, ha scritto su Facebook, “eravamo certi del no dei piddini. Mi preoccupa ancora di più il loro no alla trasparenza sulle spese romane degli onorevoli. Sì perché dovete sapere che oggi metà dei circa 4mila euro mensili di diaria devono essere rendicontati alla Camera. Alla Camera e solo alla Camera perché qui regna l’autodichia, cioè l’esclusiva giurisdizione interna. Nessun giudice ordinario, infatti, può entrare a controllare questo sistema chiuso. Questo mi porta ad avere molti sospetti. Non sarà mica che pure le spese rendicontate nascondano qualcosa che non va? Magari un’altra gigantesca rimborsopoli?” Il tema è al centro del dibattito da quando è iniziata la legislatura, ovvero dopo che i parlamentari M5s hanno deciso di dare metà del loro stipendio e la diaria non rendicontata al fondo per la piccola media impresa. Per l’ex grillina e ora deputata Pd Gessica Rostellato alla Camera è andata in scena “la consueta sceneggiata dei deputati del M5s”: “Nonostante la solita retorica e l’inutile speculazione, due sono i fatti reali e concreti che abbiamo di fronte. Il primo, è che l’Istituzione Montecitorio continua a tagliare le spese; un dato su tutti: la legislatura si chiuderà con un risparmio pari a 270 milioni di euro. Il secondo, è che i parlamentari grillini, al di là di quanto dichiarano, tra indennità (pur “autoridotta” a 3mila e 200 euro), diaria e rimborsi vari dissimulati sotto varie voci – peraltro senza alcun controllo o certificazione efficace – percepiscono come, se non di più, degli altri loro colleghi. Basta quindi con la retorica“. Tra gli ordini del giorno bocciati c’è stato anche quello della deputata M5s Tiziana Ciprini per valutare l’opportunità di adottare test anti-droga per i parlamentari senza “maggiori oneri per l’amministrazione, pubblicando i risultati sul sito della Camera, a garanzia del rapporto di trasparenza con i cittadini elettori”. Per rendere più stringenti i controlli Ciprini chiedeva inoltre, di “compiere periodicamente nei locali della Camera verifiche ambientali, in particolare nei luoghi di possibile assunzione (bagni)”. Bocciato con 324 no anche l’ordine del giorno della Lega Nord sullo stop ai benefit per gli ex presidenti della Camera con lo stop a personale, auto, uffici. “Ai cittadini – ha detto Davide Caparini, componente del Carroccio dell’ufficio di presidenza di Montecitorio – andrebbe consegnata la lista con i nomi dei parlamentari che con il loro no hanno scelto di mantenere inalterati benefici assurdi e ingiustificati“.

 

^ I CONTI; Pensioni, i dipendenti della Camera versano 1 euro e ne ricevono 4 Diodato Pirone 6 maggio 2016 Il Messaggero Online Copyright 2016. Il Messaggero. L’Inps del professor Tito Boeri ha diffuso nei mesi scorsi i conti previdenziali dettagliati di molte categorie mettendo a fuoco su internet, con i dossier pubblicati nel capitolo “Porte aperte”, privilegi e storture di ogni genere e di moltissime categorie. Tuttavia le pensioni di una nicchia di lavoratori molto particolare sembrano essere sfuggite alle occhiute e documentatissime analisi degli esperti dell’Inps: quelle dei circa 2.300 dipendenti di Camera e Senato. Si perché, almeno a giudicare dai bilanci delle due Istituzioni, questo pugno di lavoratori italiani (gli occupati nel nostro Paese sono oltre 22,5 milioni) gode di un trattamento davvero particolare, un trattamento persino migliore di quello che il professor Boeri ha definito ”insostenibile” riferendosi ai vitalizi dei politici. Per capirlo basta fare due conti sulla punta del naso: gli ex dipendenti della Camera assorbiranno nel 2016 la bellezza di 270 milioni di euro ma verseranno sotto forma di contributi meno di una settantina di milioni. In altre parole la loro magica formula previdenziale è: versi uno e prendi quattro. Euro, ovviamente. ROSSO SENZA PARI Il passivo annuo complessivo di 200 milioni di euro (che suddiviso per i circa 1.500 dipendenti di Montecitorio raggiunge la siderale cifra media di 133.000 euro a persona) viene pagato non dall’Inps ma direttamente da Montecitorio che riceve questi soldi dal Tesoro sulla base del principio dell’autodichìa, ovvero della totale autonomia delle istituzioni costituzionali. Fatto sta che sia alla Camera che al Senato la voce delle pensioni dei dipendenti sta letteralmente mettendo a soqquadro i rispettivi bilanci. La Camera segnala di aver pagato per i suoi pensionati non politici 257 milioni nel 2015 e di prevedere uscite per 270 milioni nel 2016 e di ben 283 milioni nel 2017. Il Senato è passato dai 120 milioni del 2014 ai 143 milioni del 2015. Per entrambe le istituzioni la previdenza dei soli dipendenti assorbe quasi il 30% di tutte le risorse disponibili. Risorse che, dopo tanti anni di fallimenti, finalmente stanno diminuendo. La Camera ad esempio quest’anno risparmierà una cinquantina di milioni soprattutto per i tagli agli affitti e agli stipendi dei lavoratori attivi. Già perché l’autodichìa non ha impedito alle presidenze delle due Camere di sforbiciare – sia pure solo fino alla fine del 2017 – le retribuzioni dei loro 2.300 dipendenti sia pure senza rispettare il tetto di 240.000 euro annui lordi che vale per tutti i dipendenti statali “normali”. La spesa per gli stipendi dei lavoratori della Camera dovrebbe scendere secondo questa scaletta: 195 milioni nel 2015; 187 milioni quest’anno e 179 milioni per il 2017. Paradossalmente proprio questo calo aumenta il già pantagruelico deficit pensionistico delle Camere perché per risparmiare non si fanno assunzioni e i contributi dei dipendenti diminuiscono in proporzione alle retribuzioni ma contemporaneamente non solo i pensionati continuano a crescere ma giungono a maturazione pensioni robustisime spesso superiori ai 100 mila euro lordi annui.

 

^ Auto blu, ok della Camera a ddl M5s-maggioranza: reato usarla per tragitto tra casa e l’ufficio F. Q. 15 marzo 2016 Il Fatto Quotidiano Online © 2016 Il Fatto Quotidiano Funzionari, politici e assessori regionali che godono di un auto di servizio dovranno tornare a casa dal lavoro con la propria vettura di servizio. Il ddl M5s, poi modificato dalla maggioranza in commissione, ha ottenuto il via libera della Camera e ora passa al Senato. Il pacchetto di norme stringenti sull’argomento ha ottenuto 387 sì (tra cui i 5 stelle), nessun contrario e 19 astenuti di Forza Italia. Diventa reato penale e, precisamente, peculato d’uso, l’uso delle auto di servizio per il tragitto da casa all’ufficio. Inoltre, le amministrazioni pubbliche non potranno acquistare autovetture né stipulare contratti di locazione finanziaria per avvalersene fino al 31 dicembre 2017, anziché 31 dicembre 2015, come previsto dall’ultima legge di stabilità. Festeggiano i 5 stelle: “Hanno provato ad affossarla per ben due volte”, ha commentato il deputato Giorgio Sorial, “ma alla fine la nostra tenacia ha avuto la meglio e oggi sarà ricordato come il giorno in cui la Camera ha detto finalmente ‘stop’ alle auto blu, un privilegio che costa a tutti i cittadini italiani la bellezza di 400 milioni di euro l’anno”. La legge, come spiega l’agenzia Ansa, proroga a tutto il 2017 il divieto per le amministrazioni pubbliche e le Autorità indipendenti (comprese Bankitalia e Consob) di comprare o prendere in leasing nuove auto di servizio. Un divieto introdotto dal governo Monti nella legge di Stabilità del 2013 per quell’anno e il 2014, e poi prorogato di un altro anno da Renzi. Inoltre si tenta di rendere più cogente il tentativo di vendita di auto blu, avviato nel settembre 2014 dal governo attuale. Infatti per arrivare a un censimento attendibile, le amministrazioni che non forniranno i dati sul proprio parco auto saranno segnalate all’Autorità anti corruzione (Anac), che potrà multare i funzionari reticenti con sanzione dai 500 ai 10.000 euro. Restano ferme le norme sulla vendita delle auto blu o sulla loro cessione gratuita a Onlus che operano nel sociale. La novità maggiore riguarda però l’utilizzo delle auto di servizio. L’uso, afferma la legge, “è consentito solo per singoli spostamenti per ragioni di servizio, che non comprendono lo spostamento tra l’abitazione e il luogo di lavoro in relazione al normale orario d’ufficio“. Chi non si attiene alla nuova regola finisce sul penale e per l’esattezza nel peculato d’uso. Questa legge si applica immediatamente alle pubbliche amministrazioni e alle Autorità indipendenti, mentre gli organi Costituzionali (che hanno autonomia normativa, la cosiddetta autodichia) dovranno recepire queste indicazioni nei regolamenti interni: questo vale quindi per il Parlamento, la Presidenza della Repubblica, la Corte costituzionale. Per le Regioni, che in base al federalismo hanno propria competenza su questa materia, queste norme “costituiscono disposizioni di principio ai fini del coordinamento della finanza pubblica” (competenza questa dello Stato), per cui dovranno “adeguare i propri ordinamenti” a questi nuovi vincoli.

 

Chi sono i 30 mila pensionati «d’oro» Enrico Marro 23 febbraio 2016 Corriere della Sera  (c) CORRIERE DELLA SERA Parlamentari, giudici e assessori al riparo dai tagli negli ultimi 25 anni Con redditi fino a 200 mila euro L’altro sistema C’è un sistema previdenziale che si sottrae a tutte le riforme pensionistiche Il costo Si tratta di 29.725 pensioni che costano più di un miliardo e mezzo l’anno Ci sono circa 30 mila pensioni in Italia che rappresentano un mondo a parte, di assoluto privilegio, che la politica ha tenuto al riparo dalle riforme che negli ultimi 25 anni hanno invece tagliato la previdenza dei comuni mortali. Sono le pensioni del personale della Camera e del Senato; quelle degli ex deputati e senatori (ipocritamente definite «vitalizi»); le pensioni dei dipendenti della Regione Siciliana; quelle del personale della presidenza della Repubblica; quelle dei dipendenti della Corte costituzionale e degli ex giudici della stessa; i vitalizi degli ex consiglieri regionali. Di questi assegni, che oscillano in media tra i 40 mila e i 200 mila euro all’anno, si sa poco o nulla, se non appunto che sono d’oro e costruiti su regole di assoluto favore. Eppure da dodici anni c’è una legge che imporrebbe di conoscere tutto di queste pensioni, i cui dati dovrebbero essere trasmessi al Casellario centrale della previdenza. Solo che la legge viene disattesa. E non si trova il modo di farla rispettare, perché gli organi costituzionali invocano l’autodichia, cioè il principio di autonomia regolamentare garantito dalla carta fondamentale, e la Sicilia il suo statuto speciale. Un tentativo di censire questo piccolo paradiso delle pensioni è contenuto nel rapporto «ll bilancio del sistema previdenziale italiano» appena diffuso dal centro studi di Itinerari previdenziali, presieduto da Alberto Brambilla, esperto di pensioni ed ex presidente del Nucleo di valutazione della spesa previdenziale presso il ministero del Lavoro, istituito dalla legge Dini del 1995. Il Nucleo è poi stato chiuso nel 2012. Ma Brambilla ha continuato a sfornare il rapporto annuale, aiutato dai migliori esperti del settore. E nell’ultima edizione, «per la prima volta», ha inserito un capitolo dedicato a quello che viene definito «l’altro sistema previdenziale», quello appunto che si sottrae a tutte le riforme. «Reperire questi dati è difficile – si sottolinea – poiché mancano le informazioni di questi soggetti che non comunicano i dati, come previsto dalla legge 243 del 23 agosto 2004, al Casellario centrale». Non si sa, in particolare, quanti contributi vengono pagati e quante pensioni e per quali importi sono erogate. A oggi, le amministrazioni ed enti che non comunicano i dati sono: Camera e Senato, che hanno proprie regole previdenziali approvate dagli stessi parlamentari sia per i propri dipendenti sia per deputati e senatori; la Regione Siciliana, «che gestisce un fondo di previdenza sostitutivo per i propri dipendenti», quindi fuori dal regime Inps; la Corte costituzionale per i giudici e i propri dipendenti (anche qui vige un regolamento interno); la Presidenza della Repubblica per il proprio personale; le Regioni a statuto ordinario e quelle a statuto speciale per le cariche elettive. Infine, c’è lo strano caso del Fama («una anomalia tutta italiana»), il Fondo agenti marittimi ed aerei, con sede a Genova, che gestisce la previdenza per gli agenti marittimi: «Non pubblica dati» e «non risulta sottoposto a particolari controlli», dice il Rapporto. Per ovviare a questa situazione, gli esperti coordinati da Brambilla hanno esaminato i bilanci degli enti e degli organi costituzionali per scattare una prima fotografia di questo mondo a parte. I dati sono contenuti nella tabella che pubblichiamo. Le 29.725 pensioni d’oro censite costano più di un miliardo e mezzo l’anno. Gli assegni medi oscillano tra i circa 40 mila euro lordi dei 16.377 pensionati della Regione Siciliana (3.338 euro al mese) ai 200 mila euro dei 29 ex giudici costituzionali (16.666 al mese), passando per i circa 91 mila euro dei vitalizi di Camera, Senato e Regioni (7.583 al mese), i 55 mila euro dei pensionati ex dipendenti del Parlamento e del Quirinale (4.583 al mese), che stanno un po’ peggio – si fa per dire – di quelli della Consulta, che ricevono in media 68.200 euro (5.683 al mese). Per avere un’idea di quanto siano ricchi questi assegni, basti dire che la pensione media dei dipendenti statali è di 26 mila euro lordi l’anno (2.166 euro al mese), quella dei dipendenti privati di 12.500 euro (1.041 al mese), quella degli avvocati di 27 mila euro (2.250 al mese) e quella dei dirigenti d’azienda di 50 mila (4.166 al mese). Ma non c’è solo questa sperequazione negli importi. C’è che le pensioni dell’«altra previdenza» hanno seguito sempre proprie regole sull’età di pensionamento, infischiandosene delle riforme generali. Sulla base di anacronistici e malintesi principi di autonomia hanno subito solo qualche timido correttivo ai loro privilegi e comunque con molto ritardo. Prendiamo i parlamentari. Fino al 1997 bastava aver fatto una legislatura (anche se le Camere erano state sciolte anticipatamente) per andare in pensione a 60 anni e per ogni ulteriore legislatura il limite per ottenere il vitalizio si abbassava di 5 anni. Solo dal 2012 l’età di pensionamento è stata portata a 65 anni e servono 5 anni effettivi di legislatura. E comunque per ogni anno in più di presenza in Parlamento l’età pensionabile scende di un anno fino al limite dei 60 anni. Giova ricordare che per i comuni mortali, nel regime Inps, servono 66 anni e 7 mesi d’età per la pensione di vecchiaia oppure 42 anni e 10 mesi di lavoro per ottenere la pensione anticipata. Certo, un miliardo e mezzo di euro all’anno di spesa per le pensioni dell’«altra previdenza» sono una goccia rispetto al mare magnum dei 250 miliardi di euro che si spendono ogni anno per tutte le pensioni (pensioni, invalidità, superstiti). Ma una goccia che ancora oggi non accetta di confondersi con le altre.

 

^ “La Consulta era come un’azienda chimica. Uccise nostro padre” 14 febbraio 2016 Il Fatto Quotidiano © 2016 Il Fatto Quotidiano Il tipografo della Corte Costituzionale morto di cancro tra i fumi di un locale non a norma. La famiglia che chiede da 26 anni il riconoscimento della “causa di morte in servizio”, ingaggiando una lotta impari con la Consulta protetta dall’autodichia, il principio giuridico per cui gli organi costituzionali, entro centri limiti, sono “giudici di sé stessi”. La verità processuale (archiviazioni e assoluzioni) e quella storica che affogano e riaffiorano in una bottiglia di latte. Infine, una nuova istanza del 18 dicembre 2015 con la quale i figli chiedono alla Corte di riaprire il caso, spinti anche dalla circostanza della morte, pure loro per tumore, di due ex colleghi del padre, testimoni al processo. “Lassù – ripete la famiglia Morrone – sapevano che quel locale era malsano”. Antonio Morrone, ex carabiniere, ha lavorato nel Centro di foto riproduzione della Corte dal 1976 fino alla sua morte, nel 1989, come “operatore di stamperia”. Per 13 anni ha respirato i fumi dei solventi impiegati per la pulizia delle macchine che stampavano i fascicoli destinati ai giudici. L’unico modo per dare aria ai locali era l’apertura delle piccole finestre che danno su piazza del Quirinale. L’impianto di aspirazione arriverà solo nel 1995, quando il centro verrà spostato. Il tipografo era in servizio quando, nel giugno 1989, accusò il malore che lo porterà a morire per un tumore del colon. Ha lasciato la moglie casalinga e quattro figli. Nel febbraio 1990 i Morrone depositano presso il Consiglio direttivo della Corte un’istanza per il riconoscimento della causa di servizio da trasmettere al “Comitato per le pensioni privilegiate ordinarie”. Il parere del Comitato fu negativo, nonostante la commissione medico legale dell’ospedale militare Roma- Cecchignola avesse invece riconosciuto il “nesso causale” tra condizioni di lavoro e decesso. Il 13 aprile del 1999 la famiglia sporge denuncia alla Procura di Roma per “omissione dolosa di misure di sicurezza sul lavoro”. Il perito di parte Caterina Offidani fu netta: la patologia è insorta “dopo una prolungata esposizione a sostanze chimiche nocive per l’organismo”. Benzolo, metil cloroformio, ciclopropano e fenolo. Ma il pm per due volte chiede l’archiviazione sostenendo che non era possibile dimostrare che “i responsabili dell’epoca omettessero volutamente di installare un sistema di sicurezza” e considerando che “tale ambiente è stato adeguato nel tempo” secondo leggi e disposizioni dei vertici della Corte basate sui “limiti di spesa”. Poi si scoprirà che costava 310 milioni di lire e nelle riserve c’era un miliardo. E anche per questo il giudice Otello Lupacchini nega l’archiviazione. Per due volte. E indaga l’ex segretario generale della Corte, Cesare Bronzini e l’ex direttore del Provveditorato interno, Alberto Giraldi per omissione dolosa di cautele contro gli infortuni sul lavoro e omicidio colposo. Il 12 febbraio 2002 un altro giudice proscioglie gli imputati che “non ebbero la percezione del rischio cui erano esposti gli operatori del Centro stampa”. Proscioglimento confermato anche dalla Procura generale a cui si era rivolta la famiglia. Un dettaglio sembra, però, contraddire quelle conclusioni: la bottiglia di latte che la Corte si premurava di acquistare, ogni giorno, come “disintossicante” artigianale delle via aeree. La circostanza è confermata da verbali di indagini. E nell’imputazione coatta, il gip Lupacchini ricorda che all’epoca il latte veniva “notoriamente utilizzato per lenire gli effetti di tossicità di talune sostanze” in molti ambienti di lavoro a rischio, come le miniere e le fabbriche chimiche. La famiglia Morrone intenta una causa civile ma, dicono i figli di Antonio, Lorenzo, Ivano, Walter e Antonella, dopo contatti verbali con la Corte, si convincono a ritirarla perché sarebbe stata promessa loro una sorta di riparazione. Di questa presunta promessa esiste giusto una lettera dell’avvocato della Consulta del 30 luglio 2002 che, facendo riferimento a colloqui verbali, risponde al legale della famiglia: “Come già rappresentato per le vie informali, qualora la Corte si determinasse nel senso di tener conto in qualche modo della situazione e delle esigenze degli astanti, pur tuttavia qualsiasi elargizione non potrebbe che assumere la forma e la consistenza del rimborso spesa” per le cure ospedaliere e per il funerale. La famiglia non ci sta e oggi come allora torna a chiedere alla Corte di riconoscere la morte sul lavoro che per un quarto di secolo è rimasta sul fondo di una bottiglia di latte.

 

i costi della politica dopo la riforma; Al Senato si cambiano le regole per non cambiare lo stipendio; «Armonizzazione» con la Camera: i futuri cento eletti avranno più degli 11.100 euro di indennità regionale Sergio Rizzo 1 febbraio 2016  (c) CORRIERE DELLA SERA Rimborsi e vitalizi La misura mira a salvare anche il sistema dei rimborsi e quello dei vitalizi S ono tre parole, ma pesanti come macigni. «I membri della Camera dei deputati ricevono una indennità stabilita dalla legge»: ecco la nuova formulazione dell’articolo 69 della Costituzione, che invece prima cominciava così: «I membri del Parlamento…». Tre parole anziché una: «Camera dei deputati» invece di «Parlamento». Del resto il presidente del Consiglio Matteo Renzi l’aveva detto ancora prima di insediarsi a Palazzo Chigi, nel discorso di San Valentino di due anni fa alla direzione del Pd con cui aveva sfiduciato Enrico Letta, che i futuri senatori avrebbero svolto il compito gratis. Ma si sa come vanno le cose in Italia. Fanno le leggi, però poi quando le applicano salta fuori sempre la sorpresina. Ed è forse ciò in cui confidano gli apparati. La dimostrazione? C’è un documento interno che circola da qualche giorno, intitolato «Proposte dei collegi dei questori in merito alle integrazioni funzionali tra le amministrazioni del Senato e della Camera», che è illuminante in materia. Dentro c’è scritto: «Con riferimento allo status dei parlamentari occorre procedere all’armonizzazione delle discipline vigenti presso i due rami del Parlamento circa le competenze spettanti ai deputati e ai senatori, in carica e cassati dal mandato, nonché ai loro aventi diritto, anche alla luce delle prospettive della riforma costituzionale in itinere». Chi conosce bene i fatti sa che c’è un precedente. Poche settimane prima di dare il via libera alla riforma che avrebbe abolito le loro indennità, i senatori approvarono insieme al bilancio interno un ordine del giorno che impegnava il collegio dei questori a completare «il processo di armonizzazione delle discipline relative al trattamento giuridico ed economico dei senatori e dei deputati in vista della creazione dello status unico dei parlamentari». Traduzione: salvare stipendi e rimborsi. Secondo quanto più volte ha ripetuto Renzi, in quanto espressione dei Consigli regionali i futuri senatori si dovrebbero accontentare dell’emolumento legato a quel ruolo: non più di 11.100 euro al mese lordi e onnicomprensivi. Il termine «armonizzazione» significa forse che il compenso dovrà essere adeguato a quello dei parlamentari? E quale in particolare, l’indennità attuale dei deputati o dei senatori? I deputati hanno diritto a un’indennità netta di 5.346,54 euro mensili, più una diaria di 3.503,11 e un rimborso per spese di mandato pari a 3.690 euro, oltre a 1.200 euro annui di rimborsi telefonici e da 3.323.70 fino a 3.995.10 euro ogni tre mesi per i trasporti. Oggi ai senatori spetta invece un’indennità mensile netta di 5.304,89 euro, più una diaria di 3.500 euro, più ancora un rimborso per le spese di mandato pari a 4.180 euro, più 1.650 euro al mese di rimborsi forfettari fra telefoni e trasporti. A conti fatti e senza considerare le eventuali indennità di funzione, i componenti del Senato intascano ogni mese 14.634.89 euro contro 13.971,35 dei deputati. Ovvero, 663 euro di più. Differenze da poco, sulle quali però si continua a discutere, anche se questa volta in un clima surreale: la Costituzione sopprime un’indennità che però a quanto pare si ostina a sopravvivere, magari in altre forme. C’è poi la questione dei vitalizi, vecchi e nuovi. Ne avranno diritto anche i futuri senatori? La parola «armonizzazione» lo lascia intendere. Ma non finisce qui. Il ruolo unico, cioè la prevista integrazione delle strutture di Montecitorio e Palazzo Madama, pone altre questioni delicate. Le retribuzioni dei funzionari in che modo saranno anch’esse «armonizzate», tenendo conto delle recenti prese di posizione delle due Camere a proposito del tetto dei 240 mila euro vigente per tutti gli stipendi pubblici? Facendo appello al principio in base al quale le decisioni di Camera e Senato sono autonome e insindacabili, Montecitorio e Palazzo Madama considerano quel tetto (già dal Parlamento applicato in modo assai elastico) solo «temporaneo». Con il risultato che dal primo gennaio 2018 tutto dovrebbe tornare come prima. La battaglia è appena all’inizio, e quel documento la dice lunga a proposito dei problemi che salteranno fuori. Anche se il quadro di fondo è già piuttosto chiaro. Tutto infatti si deve tenere insieme: dai servizi sanitari e informatici, alla gestione degli immobili, ai contratti del personale. E se il Parlamento è uno, può mai essere diverso il trattamento economico dei parlamentari?  autodichìa La parola È il potere, conferito ad alcuni organi dello Stato (come le Camere o la Corte costituzionale), di giudicare da sé i ricorsi presentati sugli atti amministrativi da loro stessi licenziati, di norma quelli relativi ai dipendenti, in deroga alle norme sulla competenza degli organi giurisdizionali. Originariamente era intesa a salvaguardare la separazione tra i poteri dello Stato. Le novità Il 20 gennaio il Senato ha approvato il ddl Boschi sulle riforme costituzionali che modifica anche composizione e poteri di Palazzo Madama (manca l’ok definitivo della Camera, previsto ad aprile) Finisce il bicameralismo perfetto. Il Senato non voterà più la fiducia al governo. L’approvazione di entrambi i rami del Parlamento sarà necessaria per le leggi di revisione costituzionale e per i referendum Il nuovo Senato avrà solo 100 componenti: 74 consiglieri regionali (ogni Regione ne esprimerà almeno 2), 21 sindaci e 5 nominati dal capo dello Stato. Godranno dell’immunità parlamentare ma per questo nuovo incarico non percepiranno una seconda indennità Lo stipendio di cui godranno i nuovi senatori sarà quello legato al loro ruolo di rappresentanti locali (consiglieri o sindaci), quindi inferiore a quello previsto per i deputati (11 mila euro lordi). Per questo si ipotizza un intervento di «armonizzazione dei trattamenti» che fa discutere

 

SPENDING REVIEW ZOPPA; Stipendi tagliati ai dipendenti Alla Camera vale solo per 2 anni Sergio Rizzo 15 gennaio 2016 Corriere della Sera  (c) CORRIERE DELLA SERA P er la serie: portarsi avanti sul lavoro durante le Feste. Se Raiuno ha anticipato il Capodanno di un minutino con la scusa di battere così la concorrenza, il Babbo Natale dei dipendenti della Camera si è presentato addirittura due anni prima. Il regalo? Una sentenza del «collegio d’appello», come si chiama l’organo interno a Montecitorio competente a giudicare i ricorsi in materia di lavoro. Sfornata calda calda martedì 22 dicembre, stabilisce che il tetto dei 240 mila euro alle retribuzioni pagate dallo Stato avrà per i dipendenti della Camera valore esclusivamente temporaneo. Esattamente, fino al 31 dicembre del 2017. Dopo di che liberi tutti. E se a quel punto non interverrà un provvedimento per riaffermare il limite, valido invece senza vincoli temporali per tutti gli altri dipendenti pubblici, gli stipendi dei dipendenti del Parlamento potranno tornare nelle parti più alte della stratosfera. Qualcuno dirà che non è una sorpresa: prima della Camera, l’organo d’appello interno del Senato aveva preso esattamente la stessa decisione. Ma non per questo la sentenza può passare inosservata, per varie ragioni. La prima riguarda le dimensioni della valanga dei ricorsi: più di mille persone appartenenti a una decina di sigle sindacali, l’80 per cento dei dipendenti di Montecitorio. Dimensioni che danno l’idea di quanti siano aggrappati a certi privilegi che si sono radicati nelle potenti corporazioni di palazzo di pari passo a quelli della classe politica, ma in profondità anche maggiore. La seconda è la conferma, implicita nelle 50 pagine di argomentazioni, che in Italia esiste un’amministrazione pubblica di serie B, quella tenuta al rispetto rigoroso dei tetti alle retribuzioni, e un’amministrazione pubblica di serie A: quella per cui invece i tetti si interpretano. Va infatti ricordato che tanto alla Camera quanto al Senato il limite dei 240 mila euro ha avuto declinazioni tutte particolari. Escludendo infatti dal computo le competenze previdenziali e le indennità di funzione, per quanto queste siano state ridotte, i compensi apicali possono superare anche di slancio lo stipendio del capo dello Stato. E ora si aggiunge anche la validità «a tempo» dei tagli. Il tutto nel contesto di un sistema autoreferenziale ispirato a una ormai anacronistica autodichìa, il principio in base al quale le decisioni riguardanti la gestione e le spese delle Camere sono tutte interne e soprattutto insindacabili. I ricorsi dei dipendenti del Parlamento sono giudicati in primo e secondo grado da commissioni formate esclusivamente da parlamentari. Il collegio d’appello di Montecitorio è composto da cinque onorevoli. Presidente è Mario Guerra, uno dei due esponenti del Partito democratico che ne fanno parte: l’altro è Giuseppe Lauricella. C’è poi Giuseppe Galati, vecchia conoscenza del centrodestra passato con gli ex forzisti di Denis Verdini. Quindi Gaetano Piepoli del Centro democratico. Infine il grillino Alfonso Bonafede, che non ha sottoscritto la sentenza. Comprensibile il perché: il Movimento 5 Stelle non soltanto aveva sostenuto fin dall’inizio l’estensione del tetto dei 240 mila euro proprio agli organi costituzionali, ma aveva contestato anche le decisioni di primo grado tutte in qualche modo orientate dal Pd e favorevoli ai dipendenti. Così ora, tanto per fare una cosa diversa, tira in ballo le responsabilità del Partito democratico, che ha voluto questo singolare compromesso del tetto «a tempo» mentre i dipendenti della Camera erano sul piede di guerra per le sforbiciatine alle indennità di funzione. «Il bello», insiste Riccardo Fraccaro, segretario dell’ufficio di presidenza della Camera, «è che lo stesso Pd sconfessa una decisione presa dal suo segretario Matteo Renzi». E non è finita qui. Per aprile è atteso il pronunciamento della Corte costituzionale su un conflitto di attribuzione sollevato da un giudice del lavoro che si era visto recapitare altri ricorsi sui tetti. Questione spinosissima: la Consulta dovrà dire se i dipendenti delle Camere vanno considerati come tutti gli altri lavoratori pubblici oppure no.  Sempre che nel frattempo la faccenda del tetto di 240 mila euro (più qualche dorato extra), come ha fatto intendere l’avvocato Maurizio Paniz, ex deputato di Forza Italia legale di alcuni ricorrenti, non finisca alla Corte europea dei diritti dell’uomo. Ma tant’è. Arrivati a questo punto niente è impossibile. Sergio Rizzo collegio d’Appello La parola È un organo giurisdizionale della Camera e ha competenza sui ricorsi in materia di lavoro. È formato da deputati. Il presidente è il pd Mario Guerra. Gli altri membri sono: Giuseppe Galati (dei verdiniani di Ala, nel gruppo Misto), Gregorio Gitti (Pd), Alfonso Bonafede (M5S), Giuseppe Lauricella (Pd). Membri supplenti: Gaetano Piepoli (Democrazia solidale-Cd), Gianfranco Chiarelli (Cr) e Stefania Covello (Pd).

 

^ Tagli agli stipendi e dentro il Palazzo esplode la rivolta filippo ceccarelli 22 dicembre 2015 La Repubblica Gruppo Editoriale L´Espresso Spa La Camera La presidenza ha confermato la scure sulle indennità di funzione e gli otto sindacati dei dipendenti hanno proclamato lo stato di agitazione Non conosce pace, né fine, né niente di buono l’ormai annosa, intermittente e anche abbastanza triste vicenda degli stipendi dei dipendenti di Montecitorio, che ieri hanno dichiarato lo stato di agitazione. Anche quest’anno l’ufficio di presidenza si prepara infatti a confermare il taglio delle indennità di funzione che insieme ad altre misure, nella loro indecifrabile complessità, comunque alleggeriscono la busta paga di questi particolari lavoratori assunti per concorso e da sempre, per esigenze di mestiere, interni al Palazzo e come tali molto vicini al potere. Un tempo anche assai privilegiati, oggi economicamente appena un po’ meno, comunque rappresentati da ben otto sigle sindacali che, insieme ai loro colleghi del periclitante Senato, arrivano a superare le venti – e anche questo spezzatino, se non favorisce la lotta, certo la rende vieppiù complicata. Sennonché la classe politica ha un dannato bisogno di risparmiare, ma più ancora di mostrarsi virtuosa quanto a spese. Sapendolo meglio di chiunque altro, o in maniera meno rispettosa conoscendo come nessun altro i loro polli, ecco allora che operai, inservienti, commessi, impiegati, documentaristi, ma anche funzionari, consiglieri e burocrati di media e alta caratura hanno lanciato ieri una specie di brusco altolà ventilando i rischi di una «condotta antisindacale». Questo porterebbe al proseguimento di una sorta di infinita guerriglia para e meta-giudiziaria con la partecipazione straordinaria di misteriosi organismi interni, oltre che dell’immancabile Tar del Lazio, del Consiglio di Stato e magari perfino della Consulta. Tutto ciò che riguarda Montecitorio è infatti sottratto ai vincoli della legge ordinaria, secondo i canoni di un principio giuridico costituzionale che risponde al nome di «autodichia». Su questo piano i rivoltosi non solo la sanno lunga, ma hanno pure buoni avvocati, per giunta ex parlamentari, come quell’onorevole Paniz (Forza Italia) che nel suo palmares può vantare di aver fatto trangugiare alla maggioranza della Camera l’identificazione di Ruby come nipote di Mubarak. Ma la novità, come sempre in questi casi relativa, è che nei rapporti interni insieme all’abituale consuetudine è venuto meno anche l’antico rispetto. Tale esito può farsi risalire agli ultimi giorni del luglio 2014, quando il solitamente ovattato corridoio dei busti fu invaso dalle grida di una moltitudine di dipendenti che parvero quasi prendere d’assedio l’ufficio di presidenza nel corso delle sue deliberazioni. Ci furono allora buuuu-buuuu, sarcasmi volanti e beffardi coretti («Bravi!», «Bis!», «Grazie!»). La maggior parte se li accollò la vicepresidente Marina Sereni, Pd, che più aveva lavorato sui provvedimenti di spending review. Ma anche la presidente Boldrini si disse «dispiaciuta e rattristata», ma tenne il punto – pure facendo notare che proprio in quei giorni sotto Montecitorio c’era un presidio di lavoratori che, assai meno fortunati di loro, protestava contro il mancato finanziamento della cassa integrazione in deroga (ieri c’erano i dipendenti comunali, mentre rischiano il posto oltre 250 lavoratori posti a contratto dalle ditte di sub-appalto dei palazzi a suo tempo incautamente affittati dall’amministrazione di Montecitorio). Ma niente. Piovvero 1200 ricorsi e sempre in piena estate e a sfregio, per così dire, la Commissione giurisprudenziale per il personale della Camera, peraltro composta da tutti onorevoli del Pd, diede ragione ai ribelli. Stavano dunque per saltare tutti i risparmi, ma sempre in agosto Boldrini e gli altri dell’ufficio di presidenza fecero appello riuscendo in extremis a sospendere la sentenza con un decreto cautelare d’urgenza che salvava i tagli. E qui più o meno si fermava la storia. Che tuttavia, nel merito, non tiene forse nel debito conto l’indistinta severità, per non dire la rabbia che ispirano oggi i costi del palazzo; ma anche il ruolo immiserito del Parlamento, miniatura purtroppo di se stesso, tanto più obbligato a riscattarsi quanto più vittima del suo antico rango e perduto.

 

Ddl riforme: Grasso, auspico conclusione percorso nei prossimi mesi 3 dicembre 2015 © Copyright Il Sole 24 Ore- Tutti I diritti riservati (Il Sole 24 Ore Radiocor) – Roma, 03 dic – “L’auspicio che nei prossimi mesi si compia l’importante percorso di riforme costituzionali” e’ stato espresso dal presidente del Senato, Pietro Grasso, nel suo intervento al convegno ‘Costruire il Nuovo Senato’. Grasso ha ricordato che, in parallelo, “nuove risposte si attendono dalla Corte costituzionale su temi (come l’autodichia) che da sempre identificano la sfera di autonomia parlamentare”. Infine Grasso si e’ augurato che “al livello dell’Unione europea si trovino assetti idonei a migliorare l’interazione dei parlamenti nazionali con le istituzioni europee”.

 

Camera, i tagli di Laura Boldrini finiscono alla Consulta 29 ottobre 2015 Espresso.it Gruppo Editoriale L´Espresso Spa Sembrava una delle tante sforbiciate decise una volta per tutte: e invece i tagli agli stipendi dei dipendenti della Camera dei deputati, decise ormai più di un anno fa dall’Ufficio di presidenza di Montecitorio, traballano sempre più. La guerra legale è infatti ben aperta, e anzi adesso sale di livello: approderà alla Corte costituzionale. A chiamarla in causa è la Seconda sezione Lavoro del Tribunale di Roma: con una ordinanza che l’Espresso ha potuto visionare in esclusiva, accogliendo di fatto alcune delle obiezioni dei dipendenti, il giudice solleva conflitto d’attribuzione. E arriva a mettere in questione, addirittura, l’autodichia di Montecitorio, vale a dire il principio per cui la Camera (come il Senato) ha da sempre la facoltà di risolvere da sé, senza ricorrere a tribunali esterni, le controversie concernenti i dipendenti. In ballo ci sono 47 milioni di euro Un colpo non da poco, soprattutto in tempi nei quali nulla pare più scontato, e anzi proprio per via giudiziaria si smontano decreti del governo (vedasi la sentenza della Consulta che ha mandato a gambe in aria il blocco delle pensioni deciso da Monti-Fornero) o si provano ad aprire vertenze epocali come quella intentata contro il governo da parte di 400 dirigenti declassati dell’Agenzia delle Entrate. Prima di entrare nei dettagli, va chiarito infatti che la posta in gioco è alta. Per i circa 1300 dipendenti di Montecitorio, che si sono visti drasticamente ridurre sia nel presente sia in prospettiva la propria busta paga, sin qui pacificamente progressiva fino alla pensione; ma pure per la Camera, che sui tagli al personale ha fondato gran parte della propria spending rewiew e che, in caso di annullamento, verrebbe drasticamente ridursi il monte risparmi sul quadriennio 2015-2018, già sbandierato ai quattro venti: da 60 milioni, a 13 milioni di euro. Una norma incostituzionale? Ecco, nel conflitto che si è aperto dopo che nel settembre 2014 l’Ufficio di presidenza di Montecitorio ha stabilito unilateralmente (senza accordo coi sindacati) nuovi tetti e sotto-tetti agli stipendi del personale, l’ultima decisione del Tribunale è un punto a favore di consiglieri, documentaristi, commessi e segretari, che vedono un primo riconoscimento delle ragioni delle loro proteste. La seconda sezione Lavoro del Tribunale di Roma, con una ordinanza del 26 ottobre firmata dal giudice Antonio Maria Luna, ha infatti sollevato conflitto di attribuzioni nei confronti della Camera ritenendo che i suoi regolamenti comprimano diritti costituzionali in quanto “precludono” ai dipendenti “l’accesso alla tutela giurisdizionale”, ossia non consentono di rivolgersi al giudice ordinario per le controversie di lavoro. Il tribunale chiede dunque alla Consulta di dichiarare che “alla Camera non spettava” declinare l’autodichia, perché quest’ultima “appare in contrasto con il principio di eguaglianza (articolo 3 Costituzione, comma 1), di cui è espressione il diritto di ognuno di agire in giudizio per la tutela dei propri diritti e interessi legittimi (articolo 24 Costituzione, comma 1)”. Il passaggio alla Corte costituzionale si rende necessario, spiega il giudice del Lavoro, perché altrimenti – stante la “competenza giurisdizionale esclusiva” degli organi interni alla Camera – non sarebbe possibile per un tribunale ordinario esprimersi in merito alla controversia sui tagli degli stipendi. Il che è quanto volevano i 175 dipendenti che, assistiti dagli avvocati Vincenzo Ribet, Renato Clarizia e Paolo Teodoli, avevano chiesto al Tribunale di “accertare l’illiceità e/o l’illegittimità del comportamento dell’amministrazione” e “disapplicare” la delibera sui tagli, argomentando – fra l’altro – che ha riformato “in peius” le retribuzioni “senza prevedere alcun limite di durata” al blocco degli stipendi, ed è quindi una decisione “illegittima”, “irragionevole”, viziata di “incostituzionalità”, e persino “discriminatoria” in quanto “i dipendenti della Camera sono gli unici a subire tale imposizione tra tutti i dipendenti pubblici contrattualizzati e non”. L’esito non è scontato  Insomma adesso il piede nella porta è messo. E l’esito, a differenza del passato, non è scontato. Anche perché, giusto a luglio, la Corte costituzionale ha dichiarato ammissibile un analogo conflitto di attribuzione, sempre relativo all’autodichia, sollevato dalle sezioni unite di Cassazione nei confronti del Senato, per una causa di lavoro. La questione sarà esaminata dalla Consulta nell’udienza del 19 aprile 2016: dunque già lì si potrà capire che fine farà la speciale autonomia del Parlamento, sin qui mai messa in discussione. Per quel che riguarda la vertenza della Camera, si tratta potenzialmente di qualcosa che andrebbe persino oltre la decisione, pure favorevole ai dipendenti, con la quale in luglio la Commissione giurisdizionale (il tribunale interno di primo grado) aveva bocciato non la decisione di far valere anche a Montecitorio il tetto massimo di 240 mila euro annui stabilito da Renzi per i manager pubblici, bensì quella di uniformare a cascata, con una serie di sotto- tetti, tutti gli altri stipendi del personale (anche quelli ben lontani dai 240 mila euro annui). Entro dicembre anche questa decisione, contro la quale l’amministrazione della Camera ha nel frattempo fatto appello, dovrebbe vedere una soluzione definitiva. E chissà se, nel decidere, il collegio giudicante (il tribunale interno d’appello), già orientato a confermare il primo grado, non terrà conto anche del potenziale esplosivo contenuto nella ordinanza del giudice del Lavoro.

 

Vitalizi; L’ipotesi di una sforbiciata da 100 milioni: a 2 mila politici assegni ribassati del 50% Sergio Rizzo 6 ottobre 2015 Corriere della Sera  (c) CORRIERE DELLA SERA Trattamento retributivo Il ricalcolo attuariale riguarderebbe coloro che ricevono più di 63.700 euro lordi annui C he si tratti solo di un’idea, o che la cosa sia destinata ad assumere la forma di un nuovo piano per le pensioni in vista delle legge di Stabilità pare essere un dilemma ancora da sciogliere. Ma di sicuro all’Inps i calcoli si stanno facendo, eccome, per vedere come si possa introdurre il principio dell’«equità attuariale». Principio sacrosanto, che dovrebbe ridurre il divario attualmente esistente fra il vecchio metodo di calcolo retributivo, cioè basato soltanto sullo stipendio percepito dal lavoratore, e il nuovo sistema contributivo: quello cioè che tiene conto esclusivamente dei contributi versati. E se è fin troppo facile prevedere che il presidente dell’istituto di previdenza Tito Boeri non sia allergico all’ipotesi di dare una sforbiciatina alle pensioni retributive d’oro, eventualità del resto alla quale aveva pensato anche l’ex commissario alla spending review Carlo Cottarelli, in questo schema non manca a quanto pare una sorpresa anche per i vitalizi dei politici. E che sorpresa. L’ipotesi è di intervenire con il ricalcolo attuariale sui vitalizi di ex parlamentari ed ex consiglieri regionali di importo superiore ai 63.700 euro lordi annui, circa 5.300 euro mensili. Le persone coinvolte sarebbero 2 mila e i loro assegni, secondo le stime, potrebbero subire tagli molto consistenti. Dell’ordine del 49-50 per cento. Con un risparmio certo modesto, in confronto alle esigenze del bilancio statale, ma niente affatto trascurabile considerando il piccolo universo che verrebbe interessato: un centinaio di milioni. Ciò significa che l’esborso pubblico per i vitalizi parlamentari e regionali, oggi pari a 400 milioni, si ridurrebbe di un quarto. Si tratterebbe di una iniziativa senza precedenti. Non soltanto per la caratura dei personaggi interessati dalla misura. Nell’elenco dei vitalizi pubblicata tempo fa da Primo Di Nicola sull’Espresso il club degli over 5.000 euro netti comprende nomi come quello di Massimo D’Alema, Gianfranco Fini, Luciano Violante, Carlo Vizzini, Walter Veltroni, Achille Occhetto, Beppe Pisanu… e tanti altri. Il fatto è che mai il governo è intervenuto con una propria proposta su una materia di competenze esclusiva del parlamento, dove vige ancora la rigida (e anacronistica) regola dell’autodichìa. Ma adesso le condizioni potrebbero essere diverse, soprattutto se il taglio dei vitalizi rientrasse nell’alveo di un intervento più generale sulle pensioni retributive ricche: le quali, ovviamente, subirebbero decurtazioni per nulla rapportabili a quelle assai rilevanti degli ex onorevoli. I quali, oltre a beneficiare di trattamenti senza alcuna proporzione con i versamenti, avevano anche in molti casi il privilegio di non dover rispettare requisiti anagrafici. Da tempo i vitalizi sono nel mirino dell’opinione pubblica, al punto che i consigli regionali sono stati indotti ad abolirli partendo da questa legislatura. Mentre a Montecitorio e palazzo Madama sono stati sostituiti con decorrenza 2012 da trattamenti contributivi, per quanto ancora più favorevoli rispetto a quelli dei comuni mortali. Tuttavia per i vitalizi del passato nulla o quasi era stato fatto, nonostante lo squilibrio enorme con le normali pensioni. Le regole perverse hanno consentito per esempio fino a pochi anni fa di ritirare l’assegno senza limiti di età, e di fatto senza limiti minimi di mandato. In alcune regioni, poi, quei criteri assurdi sono rimasti in vigore . Nel 2013 ha fatto scalpore che l’ex presidente del consiglio regionale della Sardegna Claudia Lombardo abbia cominciato a riscuotere a soli 41 anni di età un vitalizio superiore ai 5 mila euro mensili netti. Mentre nel Lazio, dove la base per il calcolo del vitalizio comprendeva anche la diaria (cioè le spese per il ristorante e l’albergo!), ancora pochi mesi fa c’era chi poteva incassare a 50 anni 2.167 euro netti al mese per aver passato appena tre anni da consigliere. Per non parlare delle possibilità di cumulo. Chi aveva fatto il parlamentare e il consigliere regionale portava a casa due vitalizi. E magari anche il terzo, del parlamento europeo. In più, la pensione ordinaria regalata: per gli eletti è infatti previsto che l’ente di previdenza provveda ad accreditare virtualmente i contributi di spettanza del datore di lavoro. Il taglio dei vitalizi per legge è forse l’unica strada percorribile. Ma certo non si presenta in discesa. Già vediamo il diluvio di ricorsi per aver lo Stato leso i diritti acquisiti, come accaduto già in alcune regioni. Il Lazio, per dirne una, aveva stabilito un ridimensionamento del 17 per cento e in più di settanta ex consiglieri si sono rivolti al Tar. Che ha bocciato il loro ricorso. Non domi, hanno minacciato di rivolgersi alla Corte dei diritti umani di Strasburgo. Quella che condanna la tortura, pensate…

 

^ Retroscena ; La strategia del governo: sconto dall’Ue per 16 miliardi alessandro Barbera 26 agosto 2015 La Stampa  (c) 2015, La Stampa Confermata l’esenzione per le prime abitazioni, dubbi sulle ville “A1” Il sì dell’Europa solo con meno spesa. “Nuovi tagli agli stipendi” «L’Imu e la Tasi sulla prima casa si aboliscono per tutti. Non è possibile continuare con questo giochino». Renzi da quell’orecchio non ci sente. Nonostante molti nel partito – la minoranza bersaniana – e nel governo gli chiedano di escludere dallo sconto almeno le case di maggior pregio e i più ricchi, il premier non ammette passi indietro. Teme di mandare messaggi contraddittori, di aprire un dibattito infinito su quali immobili escludere e quali no. «Messaggi chiari e comprensibili, altrimenti addio fiducia e aspettative», dicono dal governo. In realtà nell’apparente chiarezza c’è una ambiguità: parlando di «Imu e Tasi sulla prima casa» sembra lasciar intendere la volontà di abolire la tassa anche sulle ville di categoria A1, le quali, nelle interpretazioni dei renziani, finora avrebbero dovuto rimanere escluse dall’esenzione. Dettagli che in ogni caso non cambiano il senso del messaggio. L’ostacolo più insidioso per Renzi è un altro: la Commissione europea. Bruxelles è contraria all’abolizione di quella tassa, e senza il suo assenso Renzi rischia di non ottenere la flessibilità di cui ha assoluto bisogno. Nei suoi piani c’è una manovra da 25 miliardi di euro, solo dieci dei quali saranno coperti con tagli alla spesa. «Abbiamo ottenuto dall’Europa spazio fino a 16 miliardi», dice. Se c’è già un accordo in questo senso, è una notizia esclusiva. Ieri nessuno fra i ministri e i consiglieri interpellati ne era a conoscenza. Più facile che Renzi abbia espresso un wishful thinking sulla base di ciò che conta realisticamente di ottenere. Il Documento di economia e finanza prevede per il 2016 un deficit dell’1,8 per cento, mentre l’obiettivo di quest’anno è del 2,6 per cento. È opinione comune nel governo che l’anno prossimo si possa deviare dall’obiettivo al massimo fino al 2,5 per cento. Ciò significa uno scostamento dello 0,7 per cento, più o meno 11 miliardi. Il resto – ciò che è necessario a finanziare la manovra da 25 miliardi – dovrebbe essere garantito da minor spesa per interessi e da un aumento del gettito fiscale. Renzi otterrà tutto quel che chiede, stante la decisione di abolire l’Imu sulla prima casa e di riscrivere il programma di finanza pubblica presentato a primavera? Per sperare in un sì deve presentare a Bruxelles un credibile piano di tagli. I due commissari alla spesa, Yoram Gutgeld e Roberto Perotti, hanno ipotizzato nuovi tagli alla sanità (3 miliardi), ministeri (1,5-2 miliardi), agevolazioni fiscali (altrettanto), alla spesa per beni e servizi (3,5 miliardi) e degli enti locali. Renzi per ora non cita le scelte più impopolari, si limita a quelle più gradite alla pancia del Paese: gli stipendi dei burocrati pubblici. «Il tetto che abbiamo introdotto a 240mila euro vale per tutti ma c’è ancora qualcuno che approfittando del rango di organo costituzionale ne ha ancora diritto». Renzi cita il Senato, poi chiede alla platea di non applaudirlo «per evitare di farla sembrare una polemica contro di loro». È la cosiddetta «autodichia» che non riguarda solo Palazzo Madama, ma anche Camera, Quirinale, Corte Costituzionale, Banca d’Italia. Per loro, a meno di non approvare una riforma della Carta, ogni decisione è rimessa all’autonomia degli enti. In ciascuno di essi, chi più chi meno, sono già stati presi provvedimenti. Renzi cita il Senato perché è fra i dipendenti delle Camere che ci sono le resistenze maggiori. L’ultimo documento pubblicato a Montecitorio stabilisce il rispetto del limite dei 240mila euro per i nuovi assunti, non per i vecchi. Per loro è previsto un progressivo adeguamento di qui al 2018. La Banca d’Italia a fine 2014 ha ridotto per la terza volta in tre anni il compenso a tutti i membri del Direttorio e al Governatore. Fino al 2011 quest’ultimo poteva contare su 758mila euro annui. Un primo taglio lo ha portato a 495 mila, ora è di 450mila. Siamo ancora sopra il tetto di Renzi, sopra il compenso del capo della Bce Mario Draghi (378mila euro) ma decisamente al di sotto del compenso di Antonio Fazio.

 

Stipendi, Renzi strepita ma fanno tutti come gli pare Redazione 772 parole 26 agosto 2015 Il Fatto Quotidiano FATQUO Italiano © 2015 Il Fatto Quotidiano Matteo Renzi non gliele manda a dire. Due giorni fa, al teatro Rossini di Pesaro, ha scagliato la sua rituale invettiva anticasta: “Dall’anno scorso abbiamo messo un tetto agli stipendi dei manager, e non è un tettuccio. C’è qualcuno che approfittando degli organismi costituzionali, approfitta e non si taglia lo stipendio”. Un anno e mezzo fa, dopo aver riproposto il taglio ai superstipendi già deciso da Mario Monti con il suo primo atto di governo (decreto Salvaitalia, dicembre 2011) e da Enrico Letta, si finse fiducioso: “Io spero che anche gli organi costituzionali accettino il taglio al tetto degli stipendi con la comparazione al salario del presidente della Repubblica”. Ma non c’è niente da fare, continuano a fare i loro comodi. Il dato curioso è che stavolta la rabbia renziana era rivolta all’interno della cerchia più intima del cerchio magico. È stato infatti il tesoriere del Pd Francesco Bonifazi, avvocato fiorentino, nella sua veste di presidente della Commissione giurisdizionale per il personale della Camera, a firmare una decisione che ha fatto infuriare perfino la presidente della Camera Laura Boldrini, generalmente accusata di buonismo. La Camera, che in quanto organo costituzionale gode della cosiddetta autodichia, aveva deciso di portare sotto il tetto dei 240 mila euro annui (lo stipendio del presidente della Repubblica) tutti i suoi alti funzionari, ma di tagliare in proporzione anche gli altissimi stipendi sottostanti, come il leggendario barbiere da 160 mila euro. I dipendenti della Camera hanno fatto ricorso all’organo di giurisdizione interno e Bonifazi gli ha dato ragione, ma solo a loro, ai più pagati no. Così ai consiglieri parlamentari che arrivavano a guadagnare 360 mila euro si applica un drastico taglio fino al 30 per cento dello stipendio, il barbiere continua a guadagnare 160 mila euro. Applicando in modo creativo i canoni della meritocrazia renziana, Bonifazi argomenta che gli uscieri della Camera, privati “delle leve di incentivazione determinate dal consolidato sviluppo stipendiale”, potrebbero dar luogo “a comportamenti poco virtuosi e a cali di produttività determinati dall’assenza di competizione”. La Boldrini ha dovuto fare ricorso alla commissione giurisdizionale di appello, altri deputati che a settembre prenderanno la decisione definitiva. E vedremo. Il fatto è che il tetto ai superstipendi è una specie di araba fenice. Fatta la legge, subito sono stati trovati inganni a profusione. Quello degli organi costituzionali appare un ostacolo invalicabile. La Corte Costituzionale per esempio non ha fatto una piega, il presidente Alessandro Criscuolo guadagna 423 mila euro all’anno, i giudici semplici 360 mila. E al Quirinale i tagli sono dovuti solo alla volontà del presidente Sergio Mattarella, che per stare nel tetto dei 240 mila euro ha rinunciato alla pensione da professore universitario. Quasi comico il caso della Banca d’Italia, per la quale Renzi ha scritto nel decreto legge 66/2014 un comma di legge fenomenale, un impareggiabile ossimoro giuridico: “La Banca d’Italia, nella sua autonomia organizzativa e finanziaria, adegua il proprio ordinamento ai principi di cui al presente articolo”. Dare ordini a un’istituzione dotata di autonomia è grottesco. Infatti il governatore Ignazio Visco, nella sua autonomia organizzativa e finanziaria, continua a incassare 450 mila euro l’anno, il direttore generale Salvatore Rossi 400 mila. Poi ci sono le società a controllo pubblico quotate in Borsa. Per queste si era previsto di imporre attraverso l’assemblea degli azionisti, un taglio agli stipendi dei manager che non potevano superare il 75 per cento di quello dei predecessori. Ma in Finmeccanica l’amministratore delegato Mauro Moretti ha ottenuto esattamente lo stesso emolumento del predecessore Alessandro Pansa, 2,2 milioni all’anno tra fisso e variabile. All’Eni Claudio Descalzi ha portato a casa nel 2014 3,3 milioni. All’Enel Francesco Starace ha guadagnato 2,2 milioni. Poi ci sono le società pubbliche non quotate, per le quali però si è previsto di salvare dalla mannaia stipendiale quelle che emettono obbligazioni quotate. Immediatamente chi non l’aveva ancora fatto si è precipitato a indebitarsi emettendo titoli quotati. Salvo così lo stipendio del nuovo direttore generale della Rai, Antonio Campo Dall’Orto: non è ancora fissato ufficialmente ma dovrebbe attestarsi sui 500 mila euro. Nessun problema neppure per il numero uno delle Poste Francesco Caio (1,2 milioni di euro) e per i nuovi vertici di Cassa Depositi e Prestiti, anche se per ora i loro stipendi sono top secret. Il presidente Claudio Costamagna, nominato il mese scorso, può puntare alla stessa retribuzione del predecessore Franco Bassanini (275 mila euro annui), mentre l’amministratore delegato Fabio Gallia può chiedere quanto il predecessore Giovanni Gorno Tempini (823 mila).

 

Camera, pensioni d’oro: versi un euro, ne prendi 5 12 agosto 2015 Il Messaggero © 2015.Il Messaggero IL FOCUS ROMA Non c’è dubbio: con il bilancio 2015, approvato poco prima della chiusura estiva, bisogna dare atto alla Camera dei Deputati di essere passata dalle parole ai fatti sul fronte dei tagli alle proprie spese. Le cifre parlano da sole: per la prima volta da un decennio Montecitorio scende sotto il miliardo di spese (986 milioni per l’esattezza) e per il terzo anno consecutivo restituisce soldi al Tesoro che – per l’autonomia totale stabilita dal regime di autodichìa – sarebbe chiamato a ripianare le uscite della Camera a piè di lista, senza neppur poter fiatare. E tuttavia un’occhiata più attenta ai meccanismi interni del bilancio di Montecitorio mettono in mostra ancora una volta le enormi crepe che si sono allargate negli ultimi anni in un meccanismo squilibrato strutturalmente. LA SORPRESA Contrariamente a quello che si pensa la voce di spesa più importante di Montecitorio non è relativa agli stipendi dei deputati. E neppure a quella dei loro odiatissimi e superprivilegiati vitalizi (peraltro aboliti a partire dalle retribuzioni dei deputati dal primo gennaio 2012). Gli stipendi degli onorevoli, infatti, assorbono 145 milioni e i loro vitalizi (o pensioni a partire dal 2012) arrivano “appena” a sfiorare i 138 milioni. Il fatto è che nel tempio della politica italiana la politica non è la regina del bilancio. Il primo posto del podio della spesa più consistente della Camera va infatti ai dipendenti che quest’anno assorbiranno la bellezza di 488,7 milioni sotto forma di ricchi stipendi e soprattutto di superbe pensioni. In altre parole i 1.281 dipendenti della Camera (al 15 luglio 2015) e soprattutto coloro che li hanno preceduti assorbono praticamente la metà dell’intero bilancio della Camera, facendo assomigliare questo ganglio vitale della vita pubblica italiana ad una sorta di maxi-stipendificio e ad una ancora più prolifica fabbrica di pensionati d’oro. Per rendersene conto basta fare due conti sulla punta del naso. Per gli stipendi e i contributi dei 1.281 dipendenti di Montecitorio quest’anno sono stati stanziati 232 milioni. Questo vuol dire che mediamente ognuno di loro verrà a costare all’amministrazione la bellezza di 181 mila euro. Sia chiaro: è evidente che su questo stratosferico importo pesa l’elevata presenza percentuale di dirigenti non solo laureati ma anche particolarmente qualificati. Ha il suo peso anche l’età elevata di chi lavora a Montecitorio che solo in 149 casi (l’11,6% del totale) vanta meno di 10 anni di esperienza professionale. Tuttavia l’enormità della cifra media risulta evidente se si pensa che nel parlamento francese le buste paga che superano i 200.000 euro annui lordi non superano le dita di una mano. E infatti non a caso sui tagli a questi stipendi è in corso un braccio di ferro. RAPPORTO SCANDALOSO Ma è sulle pensioni dei dipendenti della Camera che si raggiunge l’apice dello squilibrio contabile e dell’irresponsabilità del privilegio. Questa voce, infatti, quest’anno assorbe 256,7 milioni di euro. Una cifra esagerata che impone tre riflessioni. La prima è sconsolante: sommando le pensioni dei dipendenti a quelle dei deputati si raggiunge la somma di 394,5 milioni. Questo vuol dire che la Camera assegna alle pensioni addirittura il 40% di tutte le proprie spese, il che non è proprio un segnale di investimento sul futuro del Paese. La seconda allarma: rispetto al 2014 la spesa previdenziale dei dipendenti della Camera è salita del 10% (contro il +0,6 di quella dell’Inps). La causa? Chi ha potuto si è dileguato portando con sè il privilegio di una pensione legata a stipendi particolarmente elevati. In alcuni casi – ma alla Camera su questo circolano molte leggende metropolitane – si parla di 100.000 euro (su più anni) di tagli evitati alle pensioni personali. Il terzo dato su cui riflettere è quello più grave: nel 2015 i dipendenti della Camera pagheranno in totale una cinquantina di milioni di contributi pensionistici (36,8 dei quali a carico dell’amministrazione) ma le pensioni dei loro colleghi a riposo ammonteranno a 256 milioni. Il rapporto contributi/prestazioni è di uno a cinque. Al mondo non c’è un altra categoria che versa 1 euro per le proprie pensioni e contemporaneamente ne prende 5 (cinque). Per avere un’idea del trattamento previdenziale riservato ai dipendenti della Camera si può ricordare che nel 2013 i 12,7 milioni di lavoratori dipendenti italiani “normali” hanno versato all’Inps 4,4 miliardi di euro di contributi in più rispetto a quelli che hanno preso i loro colleghi pensionati.

 

^ il caso ; Camera, tornano i tagli agli stipendi Il Pd cambia idea 4 volte in 10 mesi giuseppe salvaggiulo 10 agosto 2015 La Stampa  (c) 2015, La Stampa Dietrofront a tempo di record. I dipendenti: andremo al Tar Con un decreto cautelare d’urgenza senza precedenti, emesso nella serata di un sabato di agosto, l’onorevole Mauro Guerra del Pd, presidente del Collegio di appello della Camera, ha cancellato la sentenza di primo grado della Commissione giurisdizionale per il personale (a totale composizione di deputati del Pd, tra cui il presidente Francesco Bonifazi, che è anche tesoriere del partito), che il 29 luglio aveva annullato la delibera dell’ufficio di presidenza (di cui fanno parte otto onorevoli del Pd) del 30 settembre 2014, che poneva sottotetti retributivi ai dipendenti di Montecitorio parametrati sulle mansioni. Considerando che invece la commissione contenziosa del Senato (presidente Pagliari, anch’egli del Pd, e maggioranza Pd), lo scorso marzo si era pronunciato su un’analoga delibera con diversa motivazione, ci troviamo di fronte a quattro decisioni diverse in dieci mesi. Tutte targate Pd. La questione nasce l’anno scorso dal tetto agli stipendi pubblici fissato a 240 mila euro con un decreto del governo Renzi. Si stabilisce che Camera e Senato contribuiscano con circa 100 milioni di risparmi in quattro anni, tagliando anche le retribuzioni dei dipendenti. Il Senato applica tagli lineari a tutti, con proporzionali riduzioni degli stipendi. La Camera stabilisce un tetto generale (nessuno più di 240 mila euro l’anno, mentre prima il segretario generale arrivava a 480 mila) e sottotetti per le diverse funzioni. Per esempio, i famosi barbieri dei deputati scendono da 136 mila a 99 mila euro, i tecnici da 152 mila a 106 mila, i documentaristi da 238 mila a 166 mila. I dipendenti – quasi 2000 rappresentati da 21 sindacati – non ci stanno: in 1200 fanno ricorso, assistiti da insigni docenti di diritto pubblico. Per il principio giuridico dell’autodichia, le questioni parlamentari vengono sottoposte non a giudici terzi ed esterni, ma a organi politici interni. Nonostante ciò (o proprio per questo?) il risultato è caotico. Le udienze si svolgono in primavera. Il collegio del Senato decide immediatamente, rifacendosi alla giurisprudenza della Corte costituzionale e considerando i tagli agli stipendi legittimi solo se temporanei. Quello della Camera deposita la sentenza solo a fine luglio. Sentenza all’italiana, che salva il tetto generale da 240 mila euro ma cancella i sottotetti per le mansioni inferiori. Motivazione: il blocco degli aumenti automatici di stipendio sulla base dell’anzianità «espone la Camera a comportamenti poco virtuosi e cali di produttività determinati da assenza di competizione». Il mancato risparmio di quasi 50 milioni e le polemiche inducono il vertice della Camera a chiedere un decreto urgente, pronunciato in soli due giorni. Il collegio si riunirà il 24 settembre per decidere nel merito. Ma i dipendenti sono già pronti a rivolgersi a Tar e Corte costituzionale.

 

E il Pd regala 47 milioni alla casta della Camera «Sennò non lavora più» Nella commissione che ha cancellato i tagli ai salari dei commessi tre democrat: «Togliere scatti a chi prende 11mila euro? Disincentiva» LA RETROMARCIA Accolto il ricorso contro il tetto degli stipendi a oltre 500 dipendenti 8 agosto 2015 Il Giornale  (c) Il Giornale 2015  Giuseppe Marino Roma Il Pd renziano è sempre di più la Penelope della politica: di giorno cuce tagli alla spesa pubblica, di notte li disfa. La conferma arriva dalla sentenza che lo scorso 23 luglio ha accolto il ricorso dei dipendenti della Camera cancellando i tetti ai loro super stipendi. Eppure i tagli decisi a fine settembre 2014 con un accordo tra i presidenti dei due rami del Parlamento erano stato criticati perché troppo timidi nel ridimensionare salari così generosi che almeno 500 dipendenti guadagnavano più dei parlamentari. La notizia ha scatenato la consueta polemica contro l’autodichia, cioè la speciale facoltà di Camera e Senato di risolvere le proprie controversie giuridiche attraverso un «tribunale» interno. In realtà la vera ipocrisia è spacciare per qualcosa di paragonabile a un tribunale la «Commissione giurisdizionale per il personale» della Camera dei deputati, composta non da giudici indipendenti, ma da tre parlamentari, seppur estratti a sorte. E le centinaia di dipendenti che hanno fatto ricorso contro il tetto massimo ai salari hanno fatto bingo: i «giudici» sono tutti e tre del Pd. Non solo il presidente Francesco Bonifazi, renzianissimo tesoriere del partito, ma anche gli altri due membri, il deputato barese Dario Ginefra e Fulvio Bonavitacola per il quale, altro scherzo del destino, la sentenza che ai contribuenti costerà 47 milioni di euro è stata l’ultimo atto da parlamentare. Due giorni dopo si è dimesso ed è andato a fare il vice di Vincenzo De Luca alla Regione Campania. Amaro il commento di Gregorio Fontana, questore della Camera: «Sono lontano dalle posizioni della Boldrini, ma stavolta aveva avuto coraggio. Il Pd invece con una mano taglia, con l’altra taglia la mano che ha tagliato». In sostanza, i tre generosi piddini hanno confermato il tetto massimo che vale per tutti i dipendenti pubblici, 240mila euro, ma ritenuto illegittimi i sotto-tetti articolati a seconda della funzione. Il risultato paradossale (che nessun vero giudice avrebbe potuto avallare) è che ora funzionari di grado più alto potrebbero trovarsi a guadagnare la stessa cifra (mostruosa) di un commesso, che alla Camera può arrivare a intascare 140mila euro l’anno, 11mila euro lordi al mese. Il tetto, fermando la progressione automatica per anzianità dopo 23 anni, avrebbe portato gli stipendi di questa categoria, tra cui quello dei barbieri che tagliano i capelli ai parlamentari, a 99mila euro, non proprio una paga da fame. E tra l’altro non tenendo conto delle altre voci della busta paga, come indennità di unzione, incentivi e contributi. Le argomentazioni di Bonifazi & co. sono da schianto frontale con la logica. A parte il livellamento delle paghe irrispettoso delle mansioni e lo scollamento con quelle del Senato, dove per ora i tagli restano in vigore, la sparata più grossa vergata nella sentenza è che «il rigido blocco dell’anzianità» metterebbe in pericolo «il buon andamento dell’organizzazione», infatti bloccando gli aumenti per anzianità dopo «soli» 23 anni, a fine carriera la Camera «si espone» a «comportamenti poco virtuosi e a cali di produttività determinati da assenza di competizione». Capito? Un usciere che ha ancora dieci anni di carriera davanti potrebbe decidere, suo malgrado, di arrendersi al fancazzismo, privato dallo stimolo di arrotondare quei miseri 11mila euro al mese. Dunque, tre parlamentari del Pd hanno sostenuto nero su bianco che gli scatti di anzianità incentivano a lavorare, dimenticando che anche se si passa il tempo a giocare con lo jo-jo, gli scatti scattano lo stesso. Se saranno questi stessi parlamentari a votare future leggi sulla meritocrazia, stiamo in banca. Ora un’altra commissione dovrà decidere se sospendere la sentenza, e il pagamento degli arretrati, in attesa del nuovo grado di giudizio. Alla guida della Commissione c’è Mauro Guerra, deputato del Pd.

 

Politica Il caso; Se la Camera mette e toglie il tetto agli stipendi Sergio Rizzo 5 agosto 2015 Corriere della Sera  (c) CORRIERE DELLA SERA L a parola è pressoché irreperibile nei principali dizionari della lingua italiana: «autodichìa». Il vocabolario Treccani, dove invece se ne trova traccia, la definisce come «esercizio di attività formalmente giurisdizionale da parte della pubblica amministrazione». Chi ci capisce è bravo. L’autodichìa è il principio in base al quale le decisioni di un organo costituzionale come il Parlamento non sono sindacabili dall’esterno. Se la suonano e se la cantano, si sarebbe tradotto in volgare. Ne consegue che se bisogna ricorrere contro una decisione della Camera dei deputati, a decidere è la Camera dei deputati. Proprio com’è successo ora. L’anno scorso si era stabilito di applicare il tetto dei 240 mila euro per gli stipendi pubblici anche ai dipendenti di Montecitorio, dove le retribuzioni arrivano a superare anche il doppio di quella cifra. Avevano dunque fissato il tetto massimo per i superdirigenti, introducendo limiti di fascia più bassi per le categorie inferiori in modo da graduare i compensi. Davanti alla proposta di applicare tetti diversi commessi e documentaristi non hanno abbozzato e hanno fatto ricorso all’organo giurisdizionale interno. Si tratta di una commissione composta da deputati. E ovviamente ha accolto il ricorso presentato dall’avvocato dei dipendenti riottosi: l’ex deputato Maurizio Paniz. Tutto in famiglia, insomma. Poco importa se il risparmio previsto da qui al 2018, previsto in 60 milioni, si ridurrà invece a soli 13 milioni. E poco importa se un documentarista potrà arrivare a guadagnare 232 mila euro. Ancora meno se i sette barbieri della Camera continueranno a costare 500 mila euro, con lo stipendio del più anziano dei sette attestato a 143 mila euro. L’importante è che si faccia in fretta, è in corso il dibattito se la decisione sia immediatamente applicabile anche prima del secondo grado di giudizio e perciò gli stipendi vadano immediatamente adeguati. E soprattutto che nessuno si azzardi a mettere in discussione l’autodichìa. Per la piega che ha preso, una cosa non più accettabile.

 

i privilegi insostenibili; Pensioni, un guazzabuglio imprigiona il paese Sergio Rizzo 22 maggio 2015 Corriere della Sera (c) CORRIERE DELLA SERA Contraddizioni L’Italia spende per la previdenza più di ogni altra nazione avanzata. Non solo: lo fa male, perché le categorie forti si sono fatte regole più vantaggiose degli altri Una legge ha regalato migliaia di contributi a politici e sindacalisti Stime Secondo l’Ocse le nostre uscite sono pari al 14% del Pil, contro una media del 7,2 Dice l’ex commissario alla spending review Carlo Cottarelli che l’Italia spende per la previdenza il 16,5 per cento del Prodotto interno lordo, record continentale assoluto. L’Ocse calcola invece che sia pari al 14 per cento, ma contro una media dei Paesi industrializzati del 7,2. Si tratta di stime contestate da molti esperti, nonché dai sindacati, con la motivazione che nel calderone figurano voci diverse dalle pensioni. Tenendo conto di ciò, è la tesi, si avrebbe un risultato in linea con il dato medio europeo: ogni allarme è quindi infondato. Resta però un fatto. Fra il 2001 e il 2011, prima del blocco degli adeguamenti all’inflazione decretato da Monti e bocciato dalla Corte costituzionale, la spesa pubblica al netto degli interessi è salita in termini reali di circa 62 miliardi di euro: di questi, ben 57 miliardi per il solo capitolo «Protezione sociale», rappresentato per la stragrande maggioranza proprio dalle pensioni. Sono dati della Ragioneria, facilmente verificabili. Dai quali si desume che quel capitolo rappresentava, nel 2011, oltre il 40 per cento della spesa pubblica complessiva. Che si spenda tanto e sempre di più, dunque, è accertato. Peggio ancora, però, spendiamo male. Anzi, malissimo. Per questo la cosa peggiore che la classe politica potrebbe fare oggi sarebbe quella di limitarsi a tappare i buchi aperti nel bilancio pubblico dalla sentenza della Consulta, senza coglierne il messaggio profondo. Cioè che un sistema così pieno di assurde disparità e folli contraddizioni alla lunga non potrà reggere. Lo sosteneva già nel 1997 un ben più giovane Stefano Fassina allora impegnato nella battaglia «meno ai padri, più ai figli» di blairiana (e anche dalemiana) memoria: «Il problema principale è smantellare un sistema previdenziale corporativo e iniquo. In Italia ci sono cinquantadue regimi pensionistici diversi, e ciò è dovuto al fatto che le categorie più forti si sono fatte regole migliori rispetto a quelle più deboli». Una verità illuminante, purtroppo, ancora oggi. L’elenco di quelle regole, molte abolite dalle varie riforme ma che ancora dispiegheranno i propri effetti per decenni, è sterminato. Ci sono le leggi che hanno garantito le baby pensioni, i trattamenti privilegiati dei militari e l’assegno sociale da subito ai dipendenti pubblici che non avevano accumulato un minimo di contributi. C’è la legge Mosca che ha regalato migliaia di trattamenti previdenziali a politici e sindacalisti sulla base di semplici dichiarazioni avallate dal partito o dal sindacato. Ecco quindi le regolette che hanno spalancato la strada alle pensioni d’oro dei telefonici, i pareri del consiglio di Stato che l’hanno concessa ai commissari delle authority (alcuni sono consiglieri di Stato), i codicilli che consentono ai dipendenti di Camera e Senato di andare ancora in pensione a 53 anni con assegni superiori allo stipendio, o che hanno rinviato di otto anni l’applicazione della riforma contributiva Dini per i dipendenti della Regione Siciliana… Oppure i prepensionamenti senza soluzione di continuità, grazie a cui abbiamo poligrafici pensionati dall’età di 52 anni mentre i manovali sono costretti a volteggiare sui ponteggi fino a 67. E poi le furbizie piccole e grandi occultate nelle pieghe delle normative, grazie a cui un avvocato comunale ha potuto riscuotere una pensione tripla rispetto allo stipendio. O i meccanismi curiosi delle casse autonome, ognuna delle quali segue proprie regole, come quella dei giornalisti. Per non parlare della miriade di pensioni bassissime distribuite a pioggia senza un solo contributo versato, come pure degli assegni di invalidità, cresciuti del 52% in dieci anni. Con il risultato che oggi in Italia c’è una pensione di invalidità ogni 21 abitanti. Su tutto, la politica: vitalizi parlamentari che si possono liberamente cumulare a vitalizi regionali, a vitalizi europei e a pensioni regalate a lor signori dai contribuenti con il meccanismo odioso dei contributi figurativi. Ma guai a toccarli. Subito i beneficiari insorgono a difesa dei presunti diritti acquisiti e dell’autodichia: principio in base al quale la politica decide per sé in totale autonomia e le sue decisioni non sono sindacabili. Un enorme guazzabuglio nel quale privilegi, clientele e assistenzialismi si mischiano a orribili ingiustizie che riguardano soprattutto i giovani e i precari. Il tutto basato su un principio di fondo: l’assenza per la maggior parte delle pensioni pagate oggi e ancora a lungo nel futuro di qualunque rapporto con i contributi versati. Dice tutto il rapporto presentato da Antonietta Mundo al congresso nazionale degli attuari di due anni fa. Nel 2015 le pensioni contributive sono appena l’1,1% del totale, contro l’86,9% di quelle retributive pure. Ma ancora nel 2050 non raggiungeranno che il 40,4%. Con la popolazione sempre più anziana, il lavoro sempre più intermittente, e i versamenti contributivi sempre meno ricchi. Renzi ora promette flessibilità. Benissimo. Ma certo non basta. Per quanto possiamo ancora permetterci un sistema simile? Non sarà il caso di studiare, e in fretta, i correttivi necessari? Forse non lo dobbiamo ai nostri figli?

 

Le pensioni da pacchia dei politici Valgono 7 volte i contributi versati Per i vitalizi degli ex deputati quest’anno la Camera spenderà oltre 140 milioni di euro a fronte di 20 milioni di entrate. Un sistema che manderebbe in bancarotta qualsiasi Stato il caso ASSEGNO COSPICUO Dai 6mila euro di Rutelli e Violante ai 4mila euro incassati da Di Pietro 16 maggio 2015 Il Giornale  (c) Il Giornale 2015.  U n euro di contributi, in cambio di 7 euro di pensione. Benvenuti in Parlamento, repubblica indipendente con un bilancio a prova di bomba (nel senso che nessuno può metterlo in discussione grazie al principio della autodichia) e con un sistema previdenziale che, se fosse quello di uno Stato, sarebbe esploso da tempo. Come quello degli altri organi costituzionali, d’altro canto. Nonostante la riforma previdenziale che ha investito anche i deputati, i conti della Camera ci dicono ad esempio che nel 2015 i contributi versati dai deputati per i loro vitalizi (così si chiamano le pensioni di Montecitorio) ammontano a sette milioni di euro. Nello stesso anno la Camera dei deputati spenderà 140 milioni di euro per il trattamento previdenziale dei deputati che hanno cessato il mandato. Il rapporto sarebbe uno a venti. Per fare un paragone, è come se il rosso dell’Inps fosse di 220 miliardi. Abbastanza da fare andare in bancarotta, non solo l’istituto di previdenza, ma tutto il Paese. Ma per fare un paragone più puntuale con i lavoratori dipendenti, bisogna tenere conto della quota di contributi che nel mondo fuori, pagano i datori, che sono circa il doppio. Le camere, non li conteggiano perché il Parlamento non si avvale dell’Inps né di un altro istituto di previdenza per erogare pensioni. Lo fa autonomamente, non avrebbe senso mettere a bilancio una entrata e una uscita di pari importo. Facendo quindi un paragone corretto, la contribuzione teorica dei deputati sale a 21 milioni. Cifre simili a Palazzo Madama, dove la contribuzione porta al bilancio circa 5 milioni di euro all’anno contro 82 milioni di spese per i trattamento degli ex senatori. Sempre applicando il metodo politically correct, il sistema previdenziale della Camera alta prevede un rapporto tra versamenti e prestazioni di uno a 5,4. Vero che da qualche anno la previdenza onorevole è diventata meno generosa. Nel 2012 è stato introdotto un sistema «contributivo» che – nella migliore tradizione dei legislatori italiani – si scarica sulle generazioni future, cioè si applica integralmente sugli eletti dal primo gennaio 2012 e pro rata (cioè facendo salvi i diritti acquisiti) per chi era deputato anche prima. La vera novità è che i deputati conseguono il diritto alla pensione al compimento dei 65 anni di età e solo se hanno cumulato almeno 5 anni di mandato e a calare fino a 60 per ogni altro anno di mandato. Regola che è spesso finita nei retroscena politici per spiegare come mai molti neo eletti siano difensori della scadenza naturale della legislatura. Un tempo questo incentivo non c’era, le elezioni erano più frequenti e c’erano più baby onorevoli pensionati. Le regole delle pensioni della Camera dei deputati prevedono un contributo dell’8,8 per cento lordo. Poco. Nelle istituzioni, per contro, esiste il divieto di cumulo, cioè il vitalizio viene sospeso se il deputato entra in un altro organo elettivo. I vitalizi dei deputati ammontano a circa 5.000 euro all’anno. Chi ha più anni di legislatura arriva ad altre cifre, come Francesco Rutelli che ne incassa 6.400 euro lordi al mese o Luciano Violante, poco più di 6 mila. Chi ha avuto una carriera politica più breve prende cifre più basse, ad esempio Antonio Di Pietro, il cui assegno è di poco inferiore ai 4.000 euro al mese, ma anche Romano Prodi, intorno ai 3.000 euro mensili. I deputati pensionati sono una categoria particolare e nel bilancio della Camera c’è anche una voce a copertura delle spese che sostengono. Sono circa 900mila euro all’anno. Poco, ma, come sempre, colpisce il paragone con i pensionati semplici. Non risultano, a memoria di cronista, datori che si fanno carico di spese degli ex dipendenti pensionati, fuori nel mondo normale.

 

I tagliagole sono in Parlamento di Domenico Cacopardo 9 maggio 2015 ItaliaOggi Copyright ItaliaOggi Erinne Srl 2015  Togliendo i vitalizi, si è fatto strame della cultura giuridica e ci si è affidati all’invidia Le pene vanno previste dal codice e irrogate dai giudici Quindi, i tagliagole senza cultura «tout-court», né cultura giuridica, guidati solo dai peggiori istinti sociali, l’invidia e la persecuzione, hanno vinto. Dopo una stagione in cui l’hanno fatta da padroni, sono tornati alla ribalta, guidati dallo spirito fascistoide del comico di turno, Beppe Grillo e dei suoi fanatici seguaci.Giustizia è quasi fatta: i vitalizi ai parlamentari condannati per reati contro lo Stato non saranno più pagati.La cosa più stupefacente è che un magistrato (anche se ex, «semel abbas semper abbas» chi è stato abate per una volta lo è per sempre) come Pietro Grasso in un tweet gioisce della decisione: sembra aver dimenticato che, in uno Stato di diritto, non esiste la retroattività della pena, che la decisione di Camera e Senato, istituti dotati di «autodichia» (di giurisdizione riservata alla Camera e al Senato medesimi), rende vano il diritto alla giustizia cui accedono tutti i cittadini italiani. Infatti, i «revocati» non potranno ricorrere ad alcuna autorità giudiziaria per ottenere ragione, rispetto a un abuso grave come questo: un abuso nei confronti di chi deve subire e basta.Una vergogna generale per i partiti che hanno votato la cancellazione e per il sistema mediatico che ha falsificato coscientemente i dati del problema indicando al pubblico ludibrio i nomi di ex parlamentari condannati, senza spiegare che in un sistema ordinato le pene debbono essere previste dal codice penale e irrogate da un giudice. Tali (giudici) non sono la Camera dei deputati e il Senato della Repubblica, che, in questo modo, hanno commesso, lo ripeto, un abuso nei confronti di inermi cittadini. Nuovi vitelli sacrificali all’obbrobrio che s’è impadronito di quella Nazione che una volta si definiva Patria del diritto. Questi exparlamentari condannati hanno scontato o stanno scontando la loro pena, che ha una duplice funzione: riparatoria e riabilitativa.Lo Stato, con la condanna di un tribunale, stabilisce la pena che deve essere scontata nei modi previsti dalla legge con lo scopo di spingere il condannato sulla strada del recupero di una personalità non volta a delinquere. La riparazione è nel medesimo concetto di pena: tu violi il codice penale che prevede la tua pena, tu la devi scontare. Il conto è chiuso. Ma no. Non è vero che il conto è chiuso: un giorno s’è svegliato il Parlamento della Repubblica italiana e ha deciso di infliggere un’altra pena, che non era prevista.Ma c’è anche la beffa. Non tutti saranno trattati allo stesso modo, visto che il Parlamento si riserva di giudicare caso per caso per valutare se la pena scontata è esaustiva delle aspettative dello Stato da un punto di vista indeterminato: la riparazione, il recupero?Come sempre, il giudizio discrezionale comporta il massimo dell’arbitrarietà che si sostanzierà in intollerabili disparità di trattamenti. Stupisce la posizione di alcuni parlamentari, per esempio, del senatore Luigi Zanda.Gli vorrei dire: «Caro Luigi, ci conosciamo dall’aprile del 1980. Come fai a giustificare alla tua coscienza una posizione giuridicamente e moralmente incivile? Conta così tanto la corrente principale del fiume del conformismo da farti superare tutte le obiezioni che questa decisione comporta?» E tutti i magistrati che militano nei partiti di sinistra hanno così svolto il loro mestiere di magistrato? Piegando alle esigenze del momento, di popolarità istantanea, alle richieste dei tagliagole le regole del diritto italiano? Non credo. Credo anzi che abbiano un problema di coscienza politica e professionale.Qualcuno di loro potrebbe avere deciso una condanna nei confronti di un parlamentare o exparlamentare sapendo ch’essa era esaustiva del debito contratto dal reo nei confronti dello Stato. E, ora, vedono la camera cui appartengono riaprire il caso e risentenziare. Certo, può non essere considerato giusto che per un certo numero di reati, compresi quelli depenalizzati di recente, i parlamentari ricevano un vitalizio per la loro attività di parlamentari. Ma, se è così e così è, fate una legge e introducete la revoca del beneficio come pena accessoria da irrogare da qui in poi da parte del giudice. Non ci può essere retroattività in materia penale.Fra l’altro, se la decisione è stata presa in vista delle elezioni e per tacitare (già perché è stato un tentativo di tacitare, non di fare e dare giustizia) Grillo e i suoi seguaci, non avete raggiunto il risultato: aggrappandovi alla decisione di valutare i fatti caso per caso, gli avete dato la possibilità di accusarvi, a ragione, di proteggere alcuni a scapito di altri, magari i soliti noti, da tempo additati dai media (ormai implacabilmente tossici) all’odio generale di coloro che, nella vita, preferiscono odiare all’essere e costruire.Di certo ci sono gravi profili di incostituzionalità. Li abbiamo accennati. Non ci vorrà molto perché l’ultimo dei condannati si rivolga a un buon avvocato e trovi la sede giudiziaria capace di sollevare la questione di costituzionalità.Chissenefrega, direte voi che avete deciso la cancellazione dei vitalizi: lo stabilirà un giudice (la Corte costituzionale) e noi siamo a posto. Abbiamo fatto ciò che il popolo (quale popolo?) voleva. La giustizia (costituzionale) restituisce il vitalizio: fatti suoi. Così ragionò Pilato, rilasciando Barabba. Come nel suo caso, il cinismo l’ha fatta da padrone. Anche tra di voi.

 

E adesso a ballare è il vitalizio per tutti Incensurati compresi 8 maggio 2015 Espresso.it Gruppo Editoriale L´Espresso Spa Ai pochi deputati che provavano a mettere in discussione l’istituto del vitalizio con qualche ordine del giorno, nella scorsa legislatura il presidente della Camera Gianfranco Fini era solito ripetere: «I diritti acquisiti non si toccano». La si consideri “una farsa” come il Movimento cinque stelle o “una scelta di forte moralizzazione” come il Pd, è indubbio che la delibera con cui Camera e Senato hanno deciso lo stop all’assegno per i condannati ha un pregio: aprire una crepa proprio nel muro invalicabile dei presunti “diritti acquisiti”. E in un universo a se stante come il Parlamento, dove l’autonomia assoluta di giurisdizione (autodichia) è asse portante, le conseguenze sono potenzialmente esplosive: creare un precedente che potrebbe mettere in discussione tutta l’impalcatura. Insomma, se reggerà ai probabili ricorsi di quanti subiranno la revoca, la delibera potrebbe aprire un varco proprio nel dorato mondo dei vitalizi, costati nel 2014 la bellezza di 211 milioni di euro (82 al Senato, 129 alla Camera). Ed è proprio per questo, oltre che per spirito di corpo, che i partiti hanno fino all’ultimo alzato un potente fuoco di sbarramento contro ogni ipotesi di modifica. Perché sono consapevoli dell’effetto dirompente. Il succo giuridico sta in tre righe vergate da Piero Grasso, in una replica al presidente emerito della Corte costituzionale Cesare Mirabelli (che invece aveva considerato la “pensione” intoccabile): “l’organo che produce una norma è l’unico che possa modificarla”. E sia alla Camera che al Senato i vitalizi sono stati creati nel 1968 con una semplice delibera degli Uffici di presidenza, che hanno sempre regolato i vari aspetti: requisiti anagrafici per l’accesso, importo spettante, entità del prelievo sulla busta paga e via dicendo. Di conseguenza, se è possibile togliere l’assegno ai condannati in virtù della legge Severino, allo stesso modo si potrebbe cancellare del tutto questo istituto, peraltro nemmeno previsto dalla Costituzione. Soprattutto senza dover approvare una legge, secondo la vulgata ufficiale, ma con una semplice delibera come quella sui pregiudicati. Certo, non tutto è così semplice: il passaggio dal sistema retributivo a quello contributivo (introdotto per i comuni mortali con la riforma Dini nel 1995 e per i parlamentari solo nel 2012) ha ormai avvicinato il vitalizio a una pensione a tutti gli effetti. Ma anche in questo caso, gli appigli giuridici non mancano. E vengono proprio dai pareri chiesti ai costituzionalisti sulla cessazione dell’assegno ai condannati. “Nei limiti della non irragionevolezza, il legislatore può, per ragioni di interesse pubblico, stabilire condizioni nuove e meno favorevoli” ha ricordato ad esempio il costituzionalista Valerio Onida. Mentre Franco Gallo, docente di Diritto tributario, si è spinto oltre, ricordando che sulle pensioni “la Corte costituzionale ha considerato giustificati interventi anche profondamente incidenti che trovavano la loro causa normativa nel fine di salvaguardare equilibri di bilancio e contenere la spesa previdenziale”. Insomma, la strada potrebbe essere percorsa. Ma, come sempre, è una questione di volontà politica.

 

I COSTI DELLA POLITICA; Vitalizi ai condannati e stipendi L’arrocco del Parlamento Sergio Rizzo 13 aprile 2015 Corriere della Sera  (c) CORRIERE DELLA SERA I due fronti Le Camere costrette a rimettersi a una legge per risolvere il nodo indennità ai condannati. Mentre per il tetto dei salari al personale si pensa a «tagli a tempo» D a mesi il Terrore si aggira nelle immediate vicinanze del Palazzo. Serpeggia nell’elenco sterminato dei vitalizi degli ex parlamentari, alla ricerca dei condannati in via definitiva, ora sotto il peso di una valanga di carte: otto-pareri-otto prodotti da altrettanti illustri costituzionalisti. Serpeggia da tempo, anche se una brusca accelerazione si verifica a novembre, quando il presidente dell’assemblea regionale siciliana Giovanni Ardizzone spedisce alla Camera e al Senato il suo carteggio con l’Avvocatura dello Stato sul caso di Salvatore Cuffaro. L’ex presidente della Regione condannato a 7 anni per vari reati fra cui il favoreggiamento a Cosa Nostra, classe 1958, percepiva un vitalizio regionale di 6 mila euro al mese: impensabile, dopo le furiose polemiche scoppiate sul caso, che non si ponesse un problema. Risolto, appunto, con un parere dell’Avvocatura dello Stato secondo cui a chi viene colpito dalla pena accessoria dell’interdizione perpetua dai pubblici prevista per condanne superiori a 5 anni il vitalizio non va soltanto sospeso, ma revocato del tutto. Gli avvocati richiamano quell’articolo del Codice penale che prevede appunto per quei soggetti la privazione «di stipendi, pensioni o assegni che siano a carico dello Stato». E a nulla vale appellarsi al fatto che la Consulta abbia decretato l’incostituzionalità della norma nella parte relativa alle pensioni. Perché il vitalizio, argomenta l’Avvocatura, è cosa ben diversa dalla pensione, essendo legato non a un rapporto di lavoro ma a un mandato pubblico elettivo. Amen. Recapitate da Ardizzone ai piani alti della Camera e del Senato, quelle sei paginette contengono un messaggio nemmeno troppo subliminale: e adesso che cosa si fa con i vitalizi parlamentari? Non che ai vertici del Parlamento mancasse la volontà di tirare fori dalla naftalina il dossier degli ex onorevoli condannati e titolari di assegni spesso profumati. Ad agosto il presidente del Senato Pietro Grasso aveva dichiarato pubblicamente l’intenzione di togliere il vitalizio a quei senatori condannati per i reati che secondo la legge Severino comportano l’incandidabilità. Ma la vicenda di Cuffaro, che prima di finire in carcere era fra l’altro anche senatore, è stato un detonatore micidiale. Con il rischio di provocare un’esplosione ben più grande. Così devastante che subito si sono alzate le barriere protettive. Anche perché al di là dei casi più eclatanti come quello di Marcello Dell’Utri che come Cuffaro si è beccato 7 anni, i condannati che potrebbero perdere il vitalizio, ora ma anche in futuro, sono un bel numero. E il problema riguarda quasi tutti i partiti, ai quali l’impostazione rigorista di Grasso non va affatto giù. Scontato, dunque, che trovare un accordo sull’applicazione immediata di una tagliola fosse impossibile. Come sempre capita in questi casi, è allora partita la sarabanda dei pareri pro veritate: ma giusto per scaricarsi, viene da pensare, della responsabilità di una decisione che per forza di cose sarà tutta (e solo) politica. Fra Camera e Senato, come ha raccontato qualche settimana fa sul Corriere Dino Martirano, ne sono stati chiesti addirittura otto, a otto fra costituzionalisti, giuristi, consiglieri e presidenti emeriti della Consulta. Nomi come Sabino Cassese, Michele Ainis, Alessandro Pace, Massimo Luciani, Giancarlo Ricci, Franco Gallo, Valerio Onida e Cesare Mirabelli. Con l’ovvio esito di trovarsi di fronte a otto punti di vista non coincidenti. E sorvoliamo sul costo: pure chi (per esempio Onida) aveva manifestato l’intenzione di svolgere l’incarico gratuitamente, ha dovuto in seguito alle insistenze degli uffici staccare la parcella minima. Da 8 mila euro. Il risultato è che mercoledì prossimo, alla riunione congiunta fra i vertici di Camera e Senato per stabilire il da farsi, si finirà probabilmente per rimandare la soluzione a un’apposita legge. Un provvedimento complicato, dove non si potrà non tener conto della legge Severino che impone l’incandidabilità per pene superiori a due anni. Ma che, immaginiamo, sarà anche un terreno di scontro feroce sulla retroattività delle sanzioni. E se nel frattempo, come vorrebbe qualcuno, anche la legge Severino venisse modificata… Speriamo soltanto che non venga fuori l’ennesimo pasticcio, però le premesse ci sono tutte. Come ci sono per un’altra rogna che la Camera dovrà affrontare giusto il giorno prima, martedì 14. Domani è infatti prevista la riunione della cosiddetta commissione contenziosa, composta dall’ex grillino Tancredi Turco, dal democratico Alberto Losacco e dal forzista Antonio Marotta, competente per giudicare sui ricorsi dei dipendenti. Pure alla Camera i sindacati hanno contestato il taglio degli stipendi previsto per allinearsi al tetto dei 240 mila euro fissato alle retribuzioni di tutti i dipendenti pubblici. Ma è una decisione, quella affidata domai ai tre, che difficilmente non sarà influenzata da quanto è già accaduto al Senato. Lì i 14 sindacati dei dipendenti non sono riusciti a evitare la riduzione degli stipendi ma hanno portato ugualmente a casa un risultato clamoroso: la temporaneità dei tagli. Resteranno in vigore solo fino al 31 dicembre 2017. Due anni o poco più: poi si vedrà. I miracoli dell’autodichìa, principio assurdo in base al quale gli organi costituzionali stabiliscono le regole per se stessi, in barba a quelle che valgono per gli altri comuni mortali, non cessano di stupirci. Ma c’è da chiedersi se nel 2015 tutto questo abbia ancora un senso. E la risposta è ovviamente una sola: no.

 

POLITICA E SOCIETA Senato. A novembre la bagarre del M5s contro lo Sblocca Italia: fascicolo in Procura dopo la denuncia del senatore Buemi; Indagine dei Pm sui disordini in Aula Alt di Grasso: non avete giurisdizione 2 aprile 2015 Il Sole 24 Ore Digital Replica Edition of Print Edition © Copyright Il Sole 24 Ore È il 5 novembre scorso: l’Aula del Senato è impegnata nel voto sullo Sblocca Italia, un provvedimento che contiene autorizzazioni alle trivellazioni su cui il governo pone la fiducia. Il M5s è contrario e alcuni suoi senatori si sdraiano sui banchi del Governo con le mani sporche di petrolio (in realtà è inchiostro). Una protesta che costringe gli altri senatori a votare dal proprio banco senza passare sotto lo scranno della presidenza (com’è prassi per il voto di fiducia). Il comportamento costa la sospensione a 10 senatori del movimento di Beppe Grillo (due di loro con 10 giorni, il massimo previsto). L’episodio, però, non finisce lì perché ieri si è saputo che il senatore Enrico Buemi (Aut), insieme ad altri otto parlamentari, ha presentato un esposto contro i cinque stelle che ha comportato l’apertura di un fascicolo della Procura di Roma. Una vicenda scivolosa sulla quale è intervenuto direttamente il presidente del Senato, Pietro Grasso, sollecitato da Giacomo Caliendo e Nitto Palma (Fi) che chiedevano spiegazioni alla presidenza sulle convocazioni di alcuni senatori in procura «a causa del Movimento 5 stelle». Grasso convoca una capigruppo per chiarire il “pasticcio” e la questione finisce nelle mani della Giunta delle immunità chiamata a dare un parere mentre il presidente scrive una lettera alla Procura chiedendo di sospendere il procedimento e la convocazioni di testimoni. Per l’ex magistrato c’è un «difetto assoluto di giurisdizione della magistratura ordinaria sui comportamenti dei senatori nell’esercizio delle loro prerogative costituzionalmente garantite» e la magistratura non può intervenire «quando tali condotte siano già state definitivamente qualificate dal Presidente e vagliate dal Consiglio di presidenza». L’autore della denuncia che ha innescato il caso spiga così la sua posizione: «Per più di mezz’ora ci hanno impedito di votare – ha detto Buemi -. Questo è un reato penale». Il parlamentare socialista non è nuovo a battaglie contro l’autodichia sostenendo che, per alcune situazioni particolari, come quella dei disordini di novembre, è bene che si pronunci l’autorità giudiziaria. «Dobbiamo aspettare che arrivi il colonnello Tejero in Senato?», si è chiesto polemicamente riferendosi al comandante della Guardia Civil che fece il colpo di Stato in Spagna nel 23 febbraio 1981.

 

L’INTERVENTO; Boldrini e Grasso: «Abolire subito i vitalizi agli ex parlamentari condannati» 26 febbraio 2015 Il Mattino Online Copyright 2015. Il Mattino. «La mia posizione sui vitalizi agli ex parlamentari è chiara e nota da tempo: ritengo personalmente inaccettabile che si continui ad erogarli a chi si è macchiato di reati gravi come mafia e corruzione»: così la presidente della Camera Laura Boldrini. «La decisione – ha aggiunto la presidente Boldrini – spetta ora all’Ufficio di Presidenza della Camera e al Consiglio di Presidenza del Senato, che sono certa arriveranno quanto prima a deliberare su una materia così delicata, sulla quale c’è anche molta attesa da parte dell’opinione pubblica». Prima riunione tecnica congiunta dei questori di Senato e Camera, a Palazzo Madama, sullo stop ai vitalizi per gli ex parlamentari condannati in via definitiva per reati gravi. Secondo quanto si è appreso, il collegio dei questori del Senato ha depositato il parere del professor Cesare Mirabelli, presidente emerito della Corte Costituzionale che avrebbe espresso delle perplessità sulla legittimità costituzionale. l Senato ha tutto il diritto di abolire i vitalizi dei senatori condannati, non serve una legge. Lo scrive il presidente del Senato, Grasso, che dissente dal parere del presidente emerito della Consulta Mirabelli («non è fondato»). L’abolizione dei vitalizi non è «una sanzione penale accessoria», quindi non c’è alcun «divieto di retroattività» di cui tener conto. Grasso ha espresso il suo punto di vista in un documento illustrato nella pre-riunione dei questori di Camera e Senato dedicata all’argomento dei vitalizi. Nel documento Grasso esamina e critica a fondo il parere di Mirabelli. Innanzitutto, il presidente del Senato contesta l’idea del costituzionalista secondo cui sulla materia bisogna intervenire per legge e non con una decisione autonoma delle Camere. Secondo Grasso si tratta di un’affermazione «paradossale»: «vale un principio generale del diritto , oltre che di palese ragionevolezza, secondo cui l’organo che produce una norma è l’unico che possa modificarla». È esattamente questo il caso dei vitalizi: «Non vi è dubbio – osserva Grasso – che la legge sia incompetente a disciplinare la materia, che è ricompresa nell’autonomia normativa (autodichia) delle Camere». Grasso si sofferma sulla natura dei vitalizi. Essi «sono strettamente collegati» all’indennità prevista per i parlamentari dall’articolo 69 della Costituzione. «Ne consegue che se vengono meno i requisiti di legge per l’appartenenza alle Camere cade il diritto all’indennità e cade il diritto al vitalizio. Simul stabunt simul cadunt». Grasso evidenzia che l’indennità parlamentare non va intesa come una «retribuzione» per un lavoro svolto: si tratta invece di una «indennità legata alla carica» nata per «consentire a chi sia in stato di bisogno di concorrere attivamente alla vita pubblica». Di conseguenza non c’è «un diritto al trattamento previdenziale connesso all’attività esercitata». «Al contrario – aggiunge Grasso – si tratta di un diritto costituito dal consiglio di presidenza che può legittimamente escluderlo o limitarlo in casi specifici. Non si tratta di un diritto intangibile perchè non ha come presupposto in un rapporto di lavoro». Grasso sottolinea poi che l’abolizione del vitalizio per i condannati è collegato alle cause di ineleggibilità e incandidabilità previste dalla legge Severino (decreto legislativo 235 del 2012) per chi abbia riportato condanne superiori ai due anni per delitti di particolare gravità. Secondo Grasso «non è fondato il parere del Prof. Mirabelli secondo cui la cessazione dell’erogazione sarebbe assimilabile a una sanzione penale accessoria, come tale soggetta alla riserva di legge assoluta». Infatti «la legge Severino non ha previsto una sanzione accessoria ma una condizione per l’esercizio dell’elettorato passivo, in particolare una condizione di moralità collegata alla condanna per determinati reati gravi. Se viene meno la condizione il soggetto non può ricoprire la carica di parlamentare e cessa da ogni connesso diritto. La base costituzionale di questa previsione è l’art. 54 Cost secondo cui »i cittadini cui sono affidate funzioni pubbliche hanno il dovere di adempierle con onore« e il legislatore nell’approvare la Legge Severino ha ritenuto che non sussista questa condizione di onore se la persona è stata condannata per gravi reati. Da questo si desume che non sussiste un divieto di retroattività, che varrebbe ove si trattasse di una sanzione penale accessoria. Quando una condizione di eleggibilità viene meno (che sia la moralità, collegata ad una condanna, o la cittadinanza italiana), cade il presupposto sia per l’esercizio di una carica sia per la percezione di emolumenti che sono collegati ad una carica che non si può più ricoprire. E questo deve riguardare anche i vitalizi e le pensioni».

 

Giuliano Amato salva i dipendenti della Camera: e ora il taglio degli stipendi è a rischio 22 aprile 2016 Espresso.it Gruppo Editoriale L´Espresso Spa Ma quale autodichia, sbandierata ogni volta che il Parlamento ha trovato il modo per aggirare le leggi valide per i comuni mortali: anche i dipendenti di Camera e Senato sono dipendenti come tutti gli altri e hanno diritto di fare ricorso in tribunale contro il loro datore di lavoro. Sebbene pure loro, proprio come i politici, abbiano sentito ardere dentro questo impetuoso desiderio di uguaglianza soltanto quando i loro dorati privilegi, spesso mascherati dietro la formula dei “diritti acquisiti”, sono stati intaccati. E mai, invece, quando c’era da adeguarsi alle regole imposte a tutti gli altri lavoratori dipendenti. Come nel caso delle ricorrenti riforme del sistema pensionistico, iniziate nel 1992 con quella varata da Giuliano Amato. Ecco, per una strana ironia del destino è proprio l’ex presidente del Consiglio, che in Parlamento ha trascorso una vita e oggi è giudice costituzionale, ad aver “salvato” (per ora) i dipendenti di Montecitorio da sforbiciate alle buste paga che altrimenti sarebbero diventate definitive. Questa la vicenda: a settembre 2014 l’Ufficio di presidenza della Camera decide unilateralmente nuovi tetti e sotto-tetti agli stipendi del personale. Una sforbiciata consistente, visto che da solo questo intervento vale 47 milioni di risparmio su 60 previsti fra il 2015 e il 2018. Come mai Montecitorio agisce senza accordo coi sindacati? In virtù dell’autodichia, ovvero il principio secondo cui i due rami del Parlamento, quali organi costituzionali, hanno la facoltà di amministrare per conto proprio la giustizia tramite appositi organi giurisdizionali, senza ricorrere a quella ordinaria. Un’autonomia che rappresenta un caso unico nel panorama delle democrazie moderne e che, estesa al trattamento economico, ha trasformato le Camere in un El Dorado a sé, con condizioni di assoluto privilegio sotto il profilo retributivo e pensionistico tanto per gli onorevoli quanto per i dipendenti, come ha raccontato più volte l’Espresso. Solo che 175 dipendenti di Montecitorio hanno deciso di fare ricorso contro i tagli e si sono rivolti al Tribunale del lavoro. Che a ottobre, quando si è trovato fra le mani il caso, ha chiamato in causa la Corte costituzionale per farle stabilire a chi toccasse decidere, sostenendo che “alla Camera non spettava” invocare l’autodichia perché i suoi regolamenti interni “precludono” ai dipendenti “l’accesso alla tutela giurisdizionale”. La risposta l’ha vergata, come relatore, Giuliano Amato, che ha ritenuto il quesito non infondato. Insomma, se non proprio una vittoria dei dipendenti, quanto meno un riconoscimento che il problema si pone: se infatti fosse stato dichiarato inammissibile, i tagli sarebbero divenuti definitivi. In realtà nulla è ancora detto: la Consulta dovrà pronunciarsi nel merito nelle prossime settimane. E anche se dovesse optare per il Tribunale del lavoro, è lì che si giocherà la vera partita. Solo che la decisione della Consulta potrebbe trasformarsi in un boomerang. In base alla presunta insindacabilità delle decisioni prese, infatti, l’autodichia è da tempo immemore la foglia di fico del Parlamento per mantenere i propri privilegi, dalla possibilità di accedere dopo pochi anni di mandato al vitalizio (calcolato fino al 2011 col sistema retributivo abolito nel 1995) all’erogazione per i dipendenti di stipendi più alti di quelli del presidente della Repubblica (240 mila euro l’anno). Una speciale autonomia che, finché ha fatto comodo, non ha mai portato a strascichi legali. E che adesso potrebbe rendere controproducente metterla in discussione. Perché o vale sempre o, anacronistica com’è, non ha più senso lasciarla in piedi: togliere anche un solo mattone può avere ripercussioni sulla stabilità di tutto un Palazzo.

 

Consulta: “Sui dipendenti della Camera ancora nessuna decisione” 26 aprile 2016 Espresso.it Gruppo Editoriale L´Espresso Spa Nessun salvataggio degli stipendi dei dipendenti della Camera: con una nota ufficiale la Corte costituzionale interviene sull’ordinanza con cui lo scorso 22 aprile ha dichiarato ammissibile il conflitto di attribuzione promosso dal Tribunale di Roma nei confronti della Camera dei deputati. Nei mesi scorsi 175 dipendenti avevano presentato ricorso contro il taglio unilaterale alle loro buste paga deciso da Montecitorio e il giudice del lavoro aveva sollevato il caso davanti alla Corte costituzionale, sostenendo che “alla Camera non spettava” invocare l’autodichia perché i suoi regolamenti interni “precludono” ai dipendenti “l’accesso alla tutela giurisdizionale”. Una tesi degna di approfondimento secondo la Consulta ma interpretata come un salvataggio tout court degli stipendi, tanto da spingere a precisare in un comunicato: “La Corte costituzionale non ha dichiarato ‘fondato’ alcun ricorso in merito alla tutela giurisdizionale dei dipendenti della Camera, ha solo ritenuto in via del tutto preliminare tecnicamente ammissibile l’esame del conflitto di attribuzione promosso dal Tribunale di Roma, ricorso che verrà esaminato e discusso dai quindici giudici della Corte in altra data. È dunque infondata ogni notizia di ‘salvataggio dei 175 dipendenti della Camera’ perché la Corte Costituzionale non ha ancora né discusso né tantomeno deciso il merito del ricorso”. A dare per primo la notizia, poi ripresa da numerose testate e siti internet, era stato l’Espresso online, che aveva specificato come in caso contrario le decurtazioni sarebbero divenute definitive e che in realtà, in merito al salvataggio degli stipendi, nulla è ancora detto: relativamente al potere di tagliare le retribuzioni ai dipendenti di Montecitorio, infatti, “la Consulta dovrà pronunciarsi nel merito nelle prossime settimane” per “stabilire a chi spetta decidere”. E che, “anche se dovesse optare per il Tribunale del lavoro, è lì che si giocherà la vera partita” sui tagli.

 

Altro che sobrietà: Zampetti costretto a lavorare gratis Il compenso non può essere cumulato con la super pensione il caso La «rinuncia» del nuovo segretario generale del Colle in realtà è imposta dalla legge 19 febbraio 2015 Il Giornale  (c) Il Giornale 2015.  Anna Maria Greco RomaL’operazione sobrietà è stata gestita ad arte dal Quirinale, per l’immagine del nuovo presidente. In particolare, quando una nota ufficiale ha comunicato che Sergio Mattarella aveva scelto un segretario generale, Ugo Zampetti, che eserciterà le sue funzioni «senza compenso alcuno». Naturalmente, coro di sorpresa ammirata per il beau geste del grand commis dello Stato che, lasciata la Camera con una ricca pensione dopo 40 anni di cui 15 come segretario generale, saliva al Colle senza nulla chiedere. Fini commentatori hanno scritto del fatto come ultimo segnale dello stile austero inaugurato da Mattarella al Quirinale, dopo la Panda grigia, il viaggio a Palermo sull’aereo di linea e l’apertura al pubblico del Palazzo presidenziale. Peccato, che nessuno ci abbia spiegato che in realtà Zampetti non ha fatto alcuna scelta. Semplicemente, una legge gli imponeva di non cumulare retribuzioni pubbliche ad una pensione superiore al tetto dei 240mila euro lordi l’anno. E la sua è ben oltre il doppio, se l’ultimo stipendio alla Camera era di 478mila euro lordi l’anno, più l’indennità di 662 euro al mese: due volte quella del capo dello Stato. Il fatto è che il tetto fissato dal governo Renzi per i manager pubblici, appunto di 240mila euro annui lordi, esclude anche la possibilità di una retribuzione pubblica aggiuntiva. La norma è stata già applicata ad alcuni alti burocrati che, dopo la pensione, sono diventati consiglieri di Stato ma lavorano praticamente gratis. È vero che il limite imposto alla Pubblica amministrazione dalla riforma non si applica direttamente agli organi costituzionali come Camera e Senato, Corte costituzionale e Quirinale, ma si auspica che si adeguino alle norme secondo la loro «autodichìa». E, vista l’aria che tira, dopo le Camere anche la presidenza della Repubblica ha recepito le nuove regole nel suo ordinamento interno, per volere di Giorgio Napolitano poco prima delle sue dimissioni. Per sfortuna di Zampetti e di altri come lui. Così, l’altra possibilità del nuovo braccio destro di Mattarella era quella di rinunciare alla pensione di mezzo milione di euro e scegliere solo lo stipendio di 300 mila euro lordi l’anno del suo predecessore Donato Marra. Ma non gli conveniva certo. E, ben felice, è salito al Quirinale «senza compenso alcuno». In più, con l’aureola. D’altronde, sarebbe stato davvero paradossale se l’avesse fatta franca una seconda volta proprio lui, che al fianco della presidente di Montecitorio Laura Boldrini aveva imposto sanguinosi tagli ai dipendenti, uscendone personalmente indenne a fine dicembre con la sua pensione d’oro, giusto alla vigilia dell’applicazione a gennaio 2015. C’è un’ultima osservazione da fare. Se l’obiettivo del governo Renzi era non solo di risparmiare ma anche di «svecchiare» la Pubblica amministrazione, in cui certi ruoli di civil servant se li scambiano sempre gli stessi personaggi, stavolta sul Rottamatore vince il potente Mandarino.

 

 Spese e sprechi delle Regioni; non è un delitto tagliare del 2% Sergio Rizzo 18 ottobre 2014 Corriere della Sera  (c) CORRIERE DELLA SERA Facciamo davvero fatica, e tanta, a comprendere il lamento delle Regioni dopo che il governo di Matteo Renzi ha chiesto loro di tagliare 4 miliardi. Il sacrificio equivale a circa il 2 per cento di una spesa pubblica regionale che da quando nel 2001 è stato approvato il nuovo Titolo V della Costituzione è andata letteralmente in orbita. In un solo decennio la crescita reale, depurata cioè dell’inflazione, è stata di oltre il 45 per cento. Con una qualità dei servizi che certo non ha seguito lo stesso andamento. I presidenti delle Regioni minacciano ripercussioni sulla Sanità. Argomento cui si ricorre spesso quando viene paventato un giro di vite, nella speranza di conquistare il sostegno dei cittadini. I quali però avrebbero anche diritto di conoscere le cifre. Nel 2000, prima dell’entrata in vigore del famoso Titolo V che ha esteso in modo scriteriato le autonomie regionali, la spesa sanitaria era di poco superiore a 70 miliardi. Nel 2015 ammonterà invece a 112 miliardi. L’aumento monetario è del 60 per cento, che si traduce in un progresso reale del 22 per cento. Si potrà giustamente sostenere che in quindici anni sono cambiate molte cose: la vita media si è allungata e la popolazione è più anziana. Per giunta, la Sanità italiana è considerata fra le migliori d’Europa, al netto delle grandi differenze territoriali al suo interno che si traducono in un abisso del diritto fondamentale alla salute tra il Nord e il Sud: altro effetto inaccettabile del nostro regionalismo. Resta il fatto che nel 2000 la spesa sanitaria pro capite era di 1.215 euro e oggi è di 1.941, con un aumento monetario del 59,7 per cento e reale del 26,7. La differenza di qualità del servizio è tale da giustificarlo? Con un documento di qualche settimana fa il presidente della Regione Lazio Nicola Zingaretti ha spiegato che in un anno è riuscito a ridurre di 181 milioni la bolletta sanitaria senza colpo ferire: solo razionalizzando acquisti e spesa farmaceutica. Dal canto suo la Consip, la società statale che gestisce gli acquisti della pubblica amministrazione, ha fatto risparmiare 100 milioni su 320 soltanto con la fornitura centralizzata delle strisce per la misurazione della glicemia, comprate a un prezzo unitario di 19 centesimi mentre prima si andava da un minimo di 45 centesimi a un massimo di un euro e 10. Tanto basta per far capire quanto grasso ci sia ancora nei conti della Sanità. Ma il grasso della Sanità è niente rispetto al resto. Il fatto è che la riforma del Titolo V ha scatenato un terremoto molto più dirompente di quanto non fosse prevedibile a causa della maggiore autonomia concessa alle Regioni. Queste hanno cominciato subito a comportarsi come piccoli Stati indipendenti i cui amministratori, ribattezzati pomposamente «governatori» con la colpevole complicità della stampa, non avevano però il dovere di rispondere agli elettori, visto che i soldi venivano pressoché tutti distribuiti attraverso lo Stato centrale. Una sindrome dagli effetti sconcertanti, come dimostra la costosissima proliferazione di sedi estere, da Bruxelles al Sudamerica alla Cina: come se ogni Regione dovesse avere una sua politica internazionale. Si è arrivati perfino a creare strutture come il Centro estero per l’internazionalizzazione piemontese che ha come obiettivo quello di «rafforzare il made in Piemonte». Mentre la vicina Regione Lombardia lanciava il progetto «made in Lombardy». Le conseguenze sono state nefaste. Al Nord come al Sud. I rigagnoli di spesa si sono moltiplicati, diventando fiumi in piena. Gli organici sono stati gonfiati a dismisura. Sul totale di 78.679 dipendenti regionali (Sanità esclusa), la Confartigianato ha calcolato esuberi teorici del 31 per cento: 24.396 unità. Ipotizzando un risparmio annuo possibile di 2 miliardi e 468 milioni. Il record spetta al Molise, con esuberi teorici del 75,4 per cento, seguito della Valle D’Aosta (71,2). Le cronache offrono casi formidabili. Nella Calabria dove ci sarebbero 1.184 dipendenti di troppo, l’ispettore spedito dal Tesoro, come ha raccontato sul Corriere di Calabria Antonio Ricchio, ha scoperto cose turche. Per esempio 1.969 promozioni in un solo anno (il 2005 delle elezioni regionali) da lui ritenute illegittime, al pari degli aumenti di stipendio retroattivi assegnati a 85 impiegati dei gruppi politici. Nel Lazio, invece, per tutti gli anni Duemila si è registrata un’impennata pazzesca del personale dei parchi: nel 2009 erano 1.271. Di cui 99 dirigenti. Per non parlare delle società controllate e partecipate. La Corte dei conti ha appurato che quelle della sola Regione Siciliana occupano 7.300 persone, con una spesa di un miliardo e 89 milioni nel quadriennio 2009-2012 per le buste paga. Nello stesso periodo la Regione aveva versato nelle loro casse un miliardo e 91 milioni, cifra che secondo i giudici contabili comprende anche «il ricorso reiterato e improprio a interventi di mero soccorso finanziario a società prive di valide prospettive di risanamento». E la politica? I consigli regionali, privati di ogni controllo centrale, hanno rivendicato prerogative pari a quelle del Parlamento nazionale, cominciando dall’autodichìa. Ovvero, l’insindacabilità assoluta su come spendono i soldi. Scandali a parte, è potuto accadere così che il consiglio regionale del Lazio abbia sfornato in meno di 40 anni 40 leggi locali ognuna delle quali ha accresciuto i privilegi retributivi e pensionistici dei consiglieri. Il risultato è che oggi un terzo del bilancio del consiglio laziale se ne va per pagare i vecchi vitalizi. Grazie alle antiche regole mai cambiate c’è pure chi continua a prendere l’assegno a cinquant’anni e dopo una sola seduta. Le Regioni spendono per i vitalizi 173 milioni l’anno. Cifra che sale in continuazione ma che potrebbe essere ridotta di almeno 50 milioni, dice il finora inascoltato rapporto sulla spending review , senza gettare sul lastrico nessuno. Ma su questo, da chi si straccia le vesti per i tagli chiesti dal governo, neppure un sussurro.

 

Camera, la ribellione dei pensionati d’oro “Non diamo contributi”; I costi della politica CARMELO LOPAPA 17 ottobre 2014 La Repubblica Gruppo Editoriale L´Espresso Spa ROMA. Pensionati d’oro alla riscossa. Trecento ex dipendenti della Camera – tutti con retribuzione tra i 150 e i 300 mila euro l’anno – dichiarano guerra all’amministrazione di Montecitorio. Si rifiutano in massa di «subire» il “contributo di solidarietà” che il governo Letta ha introdotto un anno fa proprio per le pensioni più alte dei dipendenti pubblici e che ora viene imposto anche ai più fortunati tra gli “ex” della Camera. Il loro ricorso legale, piombato sul tavolo della presidente Laura Boldrini suscitando non poca sorpresa, è perentorio: no al taglio del 6, del 12 e del 18 per cento previsto dalla legge. Eppure, si tratterebbe di decurtazioni minime per le pensioni dai 7 mila fino a 10 mila euro al mese, del 12 per cento per quelle fino a 14.800 euro al mese e infine del 18 per quelle superiori a questa cifra. Trecento ricorsi distinti ma uguali, la gran parte porta la firma dell’avvocato Federico Sorrentino. E siccome in Parlamento vige l’autodichia, l’opposizione alla norma viene fatta valere dinanzi all’organo che disciplina la vita lavorativa dentro il Palazzo. Così, ieri e mercoledì la Commissione giurisdizionale per il personale – composta da tre deputati: Francesco Bonifazi, Ernesto Carbone e Fulvio Buonavitacola (tutti pd) – ha esaminato i primi duecento ricorsi (tutti uguali), concluderà il lavoro la settimana prossima, poi la sentenza. I “giudici” non anticipano il responso ma pare difficile che si vada verso un accoglimento della richiesta. Il 4 giugno scorso l’Ufficio di presidenza della Camera aveva recepito il contributo di solidarietà «previsto dalla legge di stabilità per il 2014», destinato a incidere – ricordava il provvedimento Boldrini – «sui trattamenti pensionistici lordi complessivamente superiori a 14 volte il trattamento minimo Inps». Quattordici volte e a Montecitorio (dove per il 2014 il bilancio stanzia per la quiescenza del personale 243,5 milioni) casi così se ne contano appunto almeno 300.I ribelli “d’oro” fanno leva su un pronunciamento della Consulta per sostenere la tesi della illegittimità e chiedono: «L’annullamento degli atti amministrativi che hanno decurtato le loro spettanze, la declaratoria dell’illegittimità costituzionale della delibera dell’Ufficio di presidenza, la restituzione delle somme trattenute». Perché nel frattempo le trattenute sono partite. La Camera, con una sua memoria difensiva, ha già bollato come «manifestamente infondata» la questione di illegittimità e «immotivato e non sussistente il pericolo» per il quale chiedono la sospensione della trattenuta. Insomma, i margini per una vittoria in giudizio dei trecento sono minimi.

 

Tagli a Montecitorio cinquecento in trincea per i super stipendi; Lo scontro TOMMASO CIRIACO 1 ottobre 2014 La Repubblica Gruppo Editoriale L´Espresso Spa ROMA. Una rivolta senza precedenti. I dipendenti delle Camere respingono sdegnati la ghigliottina agli stipendi e si preparano a dare battaglia contro il tetto ai salari. Troppo punitivo, sostengono, il “massimo” di 240 mila euro, troppo aggressivi gli altri “sottotetti”. Il più basso dei quali – è utile ricordare – è fissato a 99 mila euro. E così, con un gesto clamoroso 465 lavoratori (su un totale di 1.400) firmano una lettera indirizzata alla Presidenza di Montecitorio , a g i t a n d o «contenziosi legali» e denunciando atteggiamenti «antisindacali» messi in atto con «assoluta noncuranza dei diritti dei lavoratori». Le conclusioni, poi, promettono fuoco e fiamme: «A nessuno – affermano – può essere consentito posporre gli interessi della nazione a non meglio precisate istanze individuali o di parte politica. A questo gioco al massacro io non ci sto!». Capannelli, summit improvvisati e un’assemblea infuocata fanno da cornice alla protesta dei dipendenti, letteralmente sul piede di guerra. Oltre ai dubbi di natura costituzionale, promettono mosse legali che «inaspriranno inevitabilmente i rapporti con la parte datoriale». E siccome ormai è lotta senza quartiere, i firmatari definiscono «grave» la condotta del Comitato per gli Affari del Personale e ironizzano sul «solerte supporto tecnico dei vertici amministrativi». E questo, rilevano, nonostante i dipendenti abbiano già «accettato tagli agli stipendi» e proposto «seri e proficui provvedimenti di risparmio». Così, invece, a loro avviso sarà inevitabile un «decadimento qualitativo dell’istituzione». Nessun fulmine a ciel sereno, in realtà, perché la tagliola dell’ufficio di Presidenza era annunciata da mesi. L’intervento è significativo, ma gli standard retributivi superano comunque il tetto fissato per il pubblico impiego. Il tetto massimo è infatti di 240 mila euro, al netto però delle indennità di funzione e degli oneri previdenziali. Come gli altri sottotetti: i consiglieri passano da 358 mila a 240 mila euro, i documentaristi da 238 a 166 mila, i segretari da 156 a 115 mila, i collaboratori tecnici da 152 a 106 mila e, infine, gli operatori e gli assistenti (cioè i commessi) da 136 a 99 mila euro. Per chi già supera la soglia, il ridimensionamento entrerà in vigore entro quattro anni, gradualmente. E i risparmi? Dal 2015 al 2018 le Camere calcolano un taglio complessivo di quasi 97 milioni di euro, undici solo nel primo anno. Esultano, naturalmente, le Presidenze. In particolare Laura Boldrini: «È una decisione senza precedenti», sostiene. Eppure non mancano resistenze, anche tra le forze politiche: il tetto di 240 mila euro è «falso», giurano i cinquestelle, mentre il questore di Scelta civica Stefano Dambruoso, che non ha votato il testo, sostiene che i tagli non soddisfano la «richiesta forte degli elettori che vogliono l’eliminazione degli sperperi». Il vero regista dell’operazioneè però Marina Sereni, vicepresidente di Montecitorio. Non è stupita dalla veemente reazione, né dalla missiva ricevuta: «Indipendentemente da chi ha firmato, penso che nei prossimi mesi sarà possibile dialogare su alcuni punti. Certo, la decisione è presa». Un percorso «lungo e faticoso», sospira, escludendo però che i dipendenti possano adire le vie legali ordinarie: «C’è un protocollo delle relazioni sindacali, per noi è la legge perché siamo in regime di autodichia». I lavoratori, però, sperano che la Consulta bocci il tetto agli stipendi della pubblica amministrazione. Così, assicurano, si incepperà anche la ghigliottina in Parlamento.

 

Italy politics: High-class errand boys 9 agosto 2014 Economist Intelligence Unit – ViewsWire (C) 2014 The Economist Intelligence Unit Ltd. Italy’s parliament: High-class errand boys Parliamentary workers are facing a cut in their generous pay TO EARN EUR136,000 ($181,590), a browse of the internet suggests, you need to be an IT operations director at a British firm, governor of New York state–or an usciere (usher) in the Italian parliament. An usciere’s duties include carrying messages, accompanying visitors and looking dignified in uniforms laden with gold braid. The sole occupational hazard is of a punch in the eye while intervening in the occasional brawl between lawmakers. Now, however, the uscieri face a second danger: a cut in their salaries. In May, Matteo Renzi’s government put a EUR240,000 cap on annual public-sector earnings. That will directly affect “only” about 130 of Italy’s 2,300 parliamentary employees. But other salaries are to be reduced to keep pay differentials the same. Earnings of an usher nearing retirement are expected to drop over a three-year period from EUR136,000 to a miserly EUR100,000-105,000. Last month several hundred parliamentary workers besieged a meeting of deputies who had gathered to agree on a draft plan. As the deputies left, they encountered a barrage of ironic applause and shouts of “Didn’t touch your own salaries, did you?” This unprecedented scene was a foretaste of the difficulties Mr Renzi faces as he attempts to take on entrenched interests in Italian society. The speaker of the lower house reminded the protesters that beyond Montecitorio, the palace housing the chamber, there was a real country–one where more than a decade of economic stagnation has reduced real GDP per person to the level of 1998. Inside parliament, years of long service have kept salaries rising inexorably. Figures leaked to a television reporter last year showed that most parliamentary workers could expect their salaries to quadruple in real terms over a 40-year career. “The justification for all this is a word, ‘autodichia‘, the doctrine that says parliament should have total freedom to manage itself so it does not come under pressure from the government,” says Sergio Rizzo, co-author of “La Casta”, a best-selling book on the privileges of Italy’s political class. Talks between the government and the trade unions representing the uscieri will take place in the next few weeks. They’ll need a big table: there are 11 unions who have members working in the lower house and 14 in the Senate.

 

il tetto agli stipendi dei dipendenti; Alle Camere privilegi ormai intollerabili Ma a sforbiciare siano anche le Regioni SERGIO RIZZO 26 luglio 2014 Corriere della Sera (c) CORRIERE DELLA SERA Un tetto puro e semplice agli stipendi è la soluzione più facile e diretta. Ma forse non la cura più efficace per eliminare certi compensi astronomicamente ingiusti corsi nelle tasche degli alti burocrati per troppo tempo e insieme far trionfare la meritocrazia nella Pubblica amministrazione. Tanto per fare un esempio il tetto non ha effetti su retribuzioni magari appena più modeste, ma certo altrettanto ingiustificate. C’è quindi da domandarsi se non funzioni meglio, in funzione del merito, un sistema di retribuzioni fortemente variabili sulla base di valutazioni serie, rigorose e soprattutto indipendenti. Fatta questa doverosa premessa, è davvero difficile contraddire Matteo Renzi sul fatto che 240 mila euro l’anno non siano un parametro più che adeguato per le buste paga di Camera e Senato. Dove la cosiddetta «autodichìa», ovvero quel principio secondo il quale gli organi costituzionali gestiscono in piena autonomia e senza controlli esterni le proprie risorse, ha prodotto situazioni di privilegio inenarrabili e anacronistiche. Legate a folli automatismi, come la sopravvivenza di una specie di generosissima scala mobile e un meccanismo di scatti capace di far salire anche del 400 per cento lo stipendio netto dall’assunzione alla pensione, le retribuzioni dei dipendenti avevano raggiunto livelli assolutamente senza senso, mandando letteralmente in orbita le spese di Montecitorio e Palazzo Madama. Per non parlare di regimi pensionistici che non hanno pari nel mondo del lavoro pubblico e privato. Il tutto grazie ad accordi scellerati con un pulviscolo di sindacati interni, costantemente protesi alla difesa degli interessi corporativi. Più dei valori assoluti, dicono tutto certi rapporti. Lo stipendio medio di un dipendente della Camera e del Senato, sulle basi dei rispettivi bilanci, è superiore a 150 mila euro lordi l’anno (la paga dell’amministratore delegato di un’azienda privata), mentre quello del loro collega della Camera dei comuni britannica si aggira intorno ai 40 mila euro. Quattro a uno. Le segretissime tabelle retributive del Senato informavano nel 2008 che la retribuzione di un commesso (il livello inferiore della scala) al massimo livello della carriera poteva raggiungere 159 mila euro lordi l’anno. Mentre quella di uno stenografo che avesse completato il quarantesimo anno di attività era in grado di toccare 289 mila euro: tremila euro in meno dell’appannaggio annuale del Re di Spagna, o 70 mila in più del compenso del segretario generale dell’Onu, se preferite. Fece scalpore, nel 2006, la rivelazione dell’Espresso secondo cui il segretario generale del Senato Antonio Malaschini percepiva 485 mila euro l’anno: quando è uscito da Palazzo Madama, pochi anni dopo, viaggiava intorno ai 550 mila. Nel 2012, da sottosegretario alla presidenza del governo Monti, ha reso noto l’ammontare della sua pensione parlamentare: 519 mila euro lordi l’anno. Quasi il doppio dell’indennità del presidente degli Stati Uniti, Barack Obama. L’esempio delle Camere ha prodotto a cascata guasti anche in molte Regioni. Dove gli apparati politici, rivendicando la stessa «autodichìa» degli organi costituzionali, hanno dilagato con modalità in qualche caso decisamente peggiori. Stipendi stellari, assunzioni clientelari, strutture ipertrofiche e inefficienti. Come documenta il rapporto sui costi della politica preparato dal gruppo di lavoro coordinato da Massimo Bordignon per il commissario alla spending review Carlo Cottarelli, i venti Consigli regionali italiani spendevano per il personale nel 2012 quasi 360 milioni di euro. Somma paragonabile, considerando il numero degli eletti, a quella delle due Camere. Nella sola Sicilia, con il governatore Rosario Crocetta che ha denunciato scandalizzato che la retribuzione del segretario generale dell’Assemblea regionale sarebbe addirittura più alta di quelle dei suoi colleghi di Montecitorio e Palazzo Madama, il personale consiliare costa la bellezza di 86,6 milioni: contro i 20,8 della Lombardia, Regione che ha una popolazione doppia. Cose che se erano già inaccettabili anni fa, quando l’economia arrancava ma il Paese galleggiava, oggi lo sono ancora di più. Un insulto alla realtà di una disoccupazione a livelli record da quarant’anni, di un Prodotto interno lordo crollato dal 10 per cento dall’inizio della crisi, di una povertà che cresce a livelli vertiginosi, di una speranza per i giovani di trovare lavoro semplicemente inesistente. Quella vecchia impalcatura di privilegi appartiene a un mondo che ormai non esiste più. Va solo smantellata. E chi si ostina ancora a difenderla, sappia che difende ormai l’indifendibile.

 

Camere, dipendenti in rivolta per salvare i superstipendi Il governo vuole fissare un tetto di 240mila euro alle paghe del personale di Camera e Senato. Ma la Casta del Parlamento è già salita sulle barricate 22 luglio 2014 Il Giornale  (c) Il Giornale 2014.  La battaglia finale (o semifinale) con i privilegi del personale di Camera e Senato è iniziata con un rinvio. Se ne discuterà giovedì, nell’Ufficio di presidenza di Montecitorio, cui adesso spetta il compito più arduo: vedersela con le 25 sigle sindacali dei dipendenti del Parlamento, più numerose che alla Fiat. L’obiettivo è portare a casa un taglio netto degli stipendi del personale, dai famosi barbieri fino ai due segretari generali (480mila euro l’anno), fissando un tetto massimo di 240mila euro. Il limite imposto alla Pubblica amministrazione dalla riforma Renzi, valido persino in Rai, non si applica agli organi costituzionali come Camera e Senato (e Corte costituzionale, che poi ne valuta la legittimità…), che si regolano da sé – si chiama «autodichìa» – e dunque vanno riformati a parte. Ma già si intravede un vietnam di eccezioni, aggiustamenti, zone franche escluse dai tagli. E peggio ancora, ricorsi. Ne accenna il deputato questore Stefano Dambruoso, nel suo intervento in Aula sull’approvazione del bilancio della Camera: «Si pone il problema di affrontare procedimenti contenziosi». Lo conferma sotto anonimato anche un altro deputato membro del Comitato per gli affari del personale, uno di quelli che tratterà con i sindacati parlamentari, uno che però vede abbastanza nero sulla trattativa: «Si difendono tra di loro i mandarini pubblici… Per cui se fanno ricorso, dicendo che si va a ledere un diritto acquisito, rischiano di vincerlo, con la Corte costituzionale che dà loro ragione. Imporre il tetto a 240mila euro a 140 dipendenti circa che ne guadagnano di più sarà veramente difficile. Credo che si arriverà ad una soluzione diversa, un contributo di solidarietà, un ridimensionamento degli stipendi massimi, da spalmare da qui al 2018». Ed è tutto da vedere l’importo di questo contributo. Cosa ben diversa, dunque, da un tetto invalicabile, che per alcune figure di vertice significherebbe lasciare sul piatto decine e decine o centinaia di migliaia di euro. Il rischio ricorso c’è, e c’è anche il precedente. Quando nel 2013 la Corte costituzionale ha bocciato il taglio del 5% sugli stipendi pubblici oltre i 90mila euro i dipendenti del Senato hanno subito fatto ricorso in massa. E Palazzo Madama ha dovuto sborsare 2,2 milioni per risarcirli. I tagli e i blocchi dell’adeguamento delle retribuzioni finora non hanno inciso più di tanto sul costo dei dipendenti, se nel Progetto di Bilancio 2014 della Camera tra stipendi e pensioni (dirette e di reversibilità) del personale si arriva alla cifra mostruosa di 500 milioni di euro: metà del bilancio della Camera dei deputati serve a pagare i dipendenti (o ex) della Camera. Deputati e senatori dei due uffici rispettivi di presidenza ci stanno provando, e hanno persino scritto un documento congiunto sugli «Indirizzi per la contrattazione». In quei nove fogli si legge che «l’esigenza di salvaguardare i rapporti retributivi attualmente esistenti fra le diverse categorie professionali (del Parlamento, ndr), rendono necessaria la fissazione di un tetto alle retribuzioni non solo per i Consiglieri parlamentari ma anche per le rimanenti categorie professionali, individuato proporzionalmente, in modo da mantenere inalterati i rapporti retributivi oggi esistenti». L’intento, cioè, è di mettere un tetto agli stipendi del grado più alto, ma di modulare verso il basso anche gli altri (commessi, personale tecnico, segretari etc), per evitare che un barbiere a fine carriera prenda come un consigliere. Queste le intenzioni, tutte da verificare con le 25 sigle sindacali. Nel documento si lasciano aperti spazi di trattativa. Ad esempio si capisce che gli oneri previdenziali saranno esclusi dal taglio, e anche le varie «indennità di funzione» che compongono il lordo di un dipendente della Camera. Poi i dipendenti chiederanno l’introduzione degli straordinari, ad oggi inclusi in uno stipendio complessivo da far invidia. Altrimenti c’è un’altra soluzione: farsi pensionare prima. Le pensioni non possono essere tagliate, e potendo contare su un vitalizio pari all’ultimo stipendio, mollare diventa un affare. E infatti è partita la corsa dei dipendenti più anziani all’Ufficio del personale per informarsi sulla pratica. Privilegiati anche da ex.

 

Barbieri e autisti da 136 mila euro ecco il maxi gap Montecitorio-privati; IL CASO GIULIANO BALESTRERI RAFFAELE RICCIARDI 10 luglio 2014 La Repubblica Gruppo Editoriale L´Espresso Spa MILANO. Barbieri, elettricisti, autisti e centralinisti che guadagnano 136mila euro l’anno. Stipendi impossibili in qualunque azienda privata, ma all’ordine del giorno alla Camera dei deputati. La presidente Laura Boldrini promette di mettervi mano con il bilancio 2014 in calendario il 21 luglio. Ieri ha iniziato dal taglio degli affitti confermando il recesso dai Palazzi Marini, che ospitano gli uffici di 400 deputati: il risparmio è di 32 milioni. Ma il vero nodo sono gli stipendi. Dei dipendenti, più che dei deputati.I quasi 1.500 lavoratori di Montecitorio costano 274 milioni, cui vanno aggiunte le spese per i pensionati per 227 milioni e 39 milioni di “altro personale”. Insieme pesano per il 50,9% delle spese della Camera, che si aggirano intorno al miliardo di euro. Numeri che fanno impallidire le spese per i 630 deputati: questi valgono il 25% dei costi: 130 milioni per gli onorevoli in carica e 138,9 milioni per i vitalizi. Ma cosa accadrebbe se la Camera fosse un’azienda privata? Sarebbe fuori mercato. È un test che non vuole sminuire le professionalità dei dipendenti. E che va preso con la debita prudenza: al Parlamento non può certo essere chiesta una redditività economica, essendo il suo ruolo quello di garantire l’esercizio della democrazia. Alcuni aspetti però colpiscono. Tecnici, barbieri o centralinisti assunti con uno stipendio lordo di 30mila euro l’anno. Dopo dieci anni la retribuzione sale oltre i 50mila euro e a fine carriera guadagnano circa 136mila euro. Grazie alla banca dati di JobPricing, il calcolatore elaborato per Repubblica.it, è possibile confrontare i dati delle buste paga di Montecitorio con quanto avviene in una grande azienda di servizi. Gli estremi delle remunerazioni (per tipologie di mansioni sovrapponibili) non sono così distanti. Il solco si scava perché, alla Camera, molti dipendenti ricevono remunerazioni di fascia medio alta. Nelle aziende, invece, il 95% dei dipendenti si qualifica come addetto o specialista, con una retribuzione prossima al livello d’ingresso; il 4% è responsabile e solo l’1% è nella fascia dei dirigenti. «Alla Camera invece buona parte dei 1.500 dipendenti è pagata come “capo” senza in realtà esserlo» sintetizza Mario Vavassori, docente di gestione aziendale del Politecnico di Milano e presidente di JobPricing. Lo sbilanciamento si riflette nelle medie: ai 78 mila euro che la Camera spende per gli assistenti parlamentari fanno da contraltare meno di 34mila euro che il privato sostiene per gli impiegati nei servizi generali; ai quasi 90mila euro degli operatori tecnici di Montecitorio, il privato risponde con meno della metà (40mila euro circa) nei sistemi informativi. Un problema che Camera e Senato hanno tenuto in considerazione nei mesi scorsi, pensando nuove curve retributive comuni per i neo-assunti. Porteranno a «un risparmio del 20 per cento rispetto ai valori attuali», spiega il documento della Camera, graziea «una diversa dinamica retributivae alla riduzione del trattamento economico riconosciuto alle posizioni finali di ogni categoria». Un adattamento che però necessita di tempo per entrare in vigore. Una conferma di questa situazione si ha da un altro confronto. Nel bilancio 2013 di Montecitorio le spese per il personale di servizio sono di 274 milioni: in media 182mila euro. Dai dati dello studio R&S di Mediobanca sulle grandi imprese emerge invece che il costo del lavoro per dipendente nelle società di servizi è di 48mila euro. Alla Camera, inoltre, una novantina di dipendenti sono oltre la soglia di 240mila euro, il tetto per la Pa introdotto da Renzi. Un limite che, in virtù della cosiddetta “autodichia” sancita dalla Costituzione, non può essere imposto al Parlamento. Soglia che, però, la Boldrini vuole introdurre, con risparmi per 20 milioni.

 

I costi della politica Serve un taglio collettivo o il segretario generale guadagnerà poco più di un tecnico ragioniere. I dipendenti pronti alla rivolta; Parlamento senza Tetto agli Stipendi Bisogna Trattare con 25 Sindacati Enrico Marro 28 giugno 2014 Corriere della Sera  (c) CORRIERE DELLA SERA Il percorso a ostacoli per applicare il limite di 240 mila euro ROMA – L’altro ieri l’ufficio di presidenza della Camera ha approvato il bilancio pluriennale 2014-16 che verrà portato all’esame dell’aula il 21 luglio. Le spese di Montecitorio, assicura un comunicato, diminuiranno di 138 milioni in due anni. Un piccolo segnale rispetto al totale delle spese di funzionamento della Camera che ammonta a circa un miliardo l’anno. Segnale al quale tra l’altro non contribuisce, almeno per ora, il tetto di 240 mila euro lordi alle retribuzioni, già in vigore da maggio per tutti i dirigenti pubblici in virtù del decreto legge 66 del governo, ma che alla Camera, come al Senato, non può essere applicato. Affinché il tetto sia valido anche per i dirigenti del Parlamento, che nelle posizioni di vertice guadagno il doppio, c’è infatti bisogno di una autonoma decisione delle camere, che arriverà però solo dopo una trattativa con i sindacati. I quali, incredibile ma vero, sono 25: 11 alla Camera per circa 1.400 dipendenti (una sigla ogni 127 lavoratori) e 14 al Senato per 820 dipendenti (una organizzazione ogni 58 addetti). Questa mission impossible è affidata alla Camera al «Cap», il Comitato per gli affari del personale guidato dalla vicepresidente Marina Sereni (Pd), e al Senato alla «Rappresentanza permanente» diretta dalla vicepresidente Valeria Fedeli, anche lei del Pd. Entrambe vorrebbero procedere insieme e chiudere la partita prima delle ferie d’agosto, ma al momento non esiste neppure la proposta da presentare ai sindacati. I due uffici, nei quali sono presenti parlamentari della maggioranza e dell’opposizione, si sono riuniti due volte, l’ultima l’altro ieri, ma senza trovare un accordo. Si fronteggiano infatti due posizioni: una, maggioritaria, che vorrebbe sì il tetto di 240mila euro, ma al netto degli oneri previdenziali e di indennità varie; l’altra, del Movimento 5 stelle, per il quale «il tetto deve essere onnicomprensivo, altrimenti si realizza un aggiramento dello stesso», dice Riccardo Fraccaro membro del Cap. Basti pensare che gli oneri previdenziali valgono da soli più di 71 mila euro l’anno per il segretario generale della Camera e più di 40mila euro per la metà dei consiglieri. Ma, al di là della difficoltà di arrivare a una proposta da presentare ai sindacati, il problema è che l’applicazione del tetto comporterebbe un taglio forte, in alcuni casi fortissimo, della retribuzione di almeno il 40% del personale. Non si può infatti applicare semplicemente il limite dei 240mila euro (che pure colpirebbe 88 consiglieri solo alla Camera) senza riparametrare tutte le fasce stipendiali. Altrimenti si avrebbe il paradosso che il vertice, cioè il segretario generale, prenderebbe quanto un documentarista o un tecnico ragioniere. Quindi, per mantenere le giuste proporzioni, se il segretario generale, che oggi prende circa 480 mila euro lordi , dovesse scendere a 240 mila, dovrebbero essere messi dei tetti a scalare per le qualifiche inferiori. Il clima tra i dipendenti rasenta la rivolta. Chi può, nel caso passassero i tagli, avrebbe convenienza ad andare in pensione: prenderebbe di più, visto che sulle pensioni almeno per ora non si parla di tetti e considerando che i lavoratori più anziani godono ancora di età di accesso al pensionamento anticipato e di regole di calcolo dell’assegno estremamente favorevoli. Ma perché quello che il governo ha stabilito con l’articolo 13 del decreto 66, cioè il tetto di 240mila euro lordi non può essere applicato a Camera e Senato? Perché il Parlamento gode della «autodichia», conseguenza dell’articolo 64 della Costituzione. L’autodichia significa che le Camere hanno una giurisdizione riservata sullo status giuridico ed economico dei propri dipendenti, che viene quindi definito attraverso atti interni, non modificabili dalla legge. L’istituto, nato per garantire l’indipendenza del Parlamento, ha tuttavia dato luogo a un insieme di trattamenti retributivi e pensionistici privilegiati. Di recente sull’autodichia si è pronunciata la Corte costituzionale con la sentenza 120 (pubblicata lo scorso 14 maggio sulla Gazzetta ufficiale) redatta da Giuliano Amato. Il caso riguardava un dipendente del Senato che in una controversia di lavoro voleva essere giudicato dalla magistratura ordinaria anziché dagli organi interni di Palazzo Madama e chiedeva quindi fosse dichiarata l’incostituzionalità dell’autodichia. Amato ha respinto la richiesta, ma solo per un fatto formale, cioè perché la Corte non è competente ad esprimersi sui regolamenti parlamentari in quanto non sono leggi. Il «dottor Sottile», tra le righe, ha però suggerito una via d’uscita al governo. Che se davvero volesse mettere in discussione il raggio d’azione dell’autodichia potrebbe sollevare «un conflitto di attribuzione» contestando che i regolamenti parlamentari possano disciplinare anche i rapporti di lavoro (in Francia, Germania, Regno Unito e Spagna infatti non è così, osserva Amato). In quel caso, conclude la sentenza, la Corte potrebbe «ristabilire il confine tra i poteri». Chissà che non debba finire così.

 

anche semplici consiglieri parlamentari superano il tetto agli stipendi di 238mila euro lordi l’anno imposto dal governo 13 giugno 2014 Il Giornale  (c) Il Giornale 2014.  Eldorado Camera. Non è certo un mistero che il giardino incantato delle sontuose retribuzioni di Montecitorio abbia assunto nell’immaginario comune connotazioni quasi mitologiche. La realtà, però, molto spesso supera la fantasia. E andando a spulciare il quadro delle retribuzioni annue lorde dei dipendenti ci si rende conto che i titoli a effetto e le iperboli giornalistiche descrivono soltanto per difetto i contorni una vera e propria realtà parallela, lontana anni luce dal resto del pubblico impiego. All’ombra di Montecitorio (e Palazzo Madama) dimora un piccolo esercito di lavoratori che può godere di ricchissimi trattamenti. Dipendenti con le più disparate qualifiche, uniti da un sistema di progressione degli stipendi così impetuoso da suscitare l’invidia di chiunque. Persino del Capo dello Stato. Sì, perché alla Camera ci sono ben 104 persone con stipendi superiori a quelli di «Re» Giorgio Napolitano, ovvero oltre i 238mila euro lordi, la soglia fissata come nuovo tetto massimo per le retribuzioni pubbliche. Un numero esorbitante che si compone di: 11 documentaristi-tecnici-ragionieri; 1 interprete-traduttore; 89 consiglieri-parlamentari. E poi naturalmente i due vicesegretari generali e il segretario generale, al vertice della piramide dorata. Se il paragone con il presidente della Repubblica, surclassato dai terzi e quarti livelli di Montecitorio, è il dato più eclatante, appena meno clamoroso ma ugualmente stupefacente è il confronto con le retribuzioni dei tanto bistrattati parlamentari italiani. Basti pensare che i lavoratori di Montecitorio che guadagnano più dei nostri 630 deputati sono ben 522. Tra questi non solo documentaristi e consiglieri parlamentari – le fasce più elevate – ma anche semplici operatori tecnici, commessi, addetti alla vigilanza, assistenti parlamentari, collaboratori tecnici e segretari parlamentari. In sostanza più di un terzo dei dipendenti della Camera guadagna più dei parlamentari che pure sono lì pro-tempore e sono sottoposti alla prova del voto ogni cinque anni (salvo impreviste interruzioni della legislatura). I fortunati vincitori del concorso per l’ingresso a Montecitorio, inoltre, possono godere di inesorabili progressioni della loro busta paga. Le responsabilità in capo a quadri e dirigenti non sono paragonabili a quelle di altre figure apicali della Pubblica Amministrazione. Tanto per recuperare un esempio già utilizzato in passato la busta paga dei 174 consiglieri parlamentari ha in media lo stesso peso di quella di un primario ospedaliero, ma a fine carriera supera i 400mila euro lordi l’anno. Sul primario, però, grava la responsabilità di un reparto, i consiglieri svolgono attività di studio, ricerca o assistenza giuridico-legale. A questo punto dopo mesi di annunci la maggioranza governativa è attesa al varco. Alla luce delle nuove regole governative, la Camera – alla quale bisogna dare atto di aver iniziato un percorso di trasparenza con la pubblicazione dei dati sul suo sito internet, pratica poco frequentate da altre amministrazioni – è chiamata a procedere rapidamente al taglio delle buste paga. La prima mossa dovrebbe essere l’abbattimento delle «retribuzioni monstre», quelle dei 104 dipendenti oltre la «soglia Napolitano». Poi bisognerà fissare dei tetti, una sorta di «salary cap». Una battaglia complicatissima perché in base alla autodichia parlamentare lo Stato sovrano di Montecitorio dispone di un solido scudo con cui proteggersi dai tagli. Forza Italia è pronta a tenere il punto su una battaglia contro i privilegi della Pubblica Amministrazione che il capogruppo Renato Brunetta ha sempre condotto in prima persona. Bisognerà vedere, invece, come si muoverà il Pd chiamato a una sorta di corpo a corpo con una platea di dipendenti che storicamente, nella sua maggioranza, guarda con attenzione a sinistra. A sferrare l’offensiva sarà Marina Sereni, vicepresidente della Camera con delega al personale. «Siamo al lavoro per intervenire sulle retribuzioni. Fisseremo un tetto per i dirigenti e, proporzionalmente, anche per gli altri livelli». L’ipotesi è di introdurre almeno tre o quattro soglie che i dipendenti delle varie fasce non potranno superare neanche al culmine della carriera. Un intervento che vorrebbe essere realizzato mettendo d’accordo le dodici sigle sindacali interne. Una «missione impossibile» che secondo alcune previsioni potrebbe rischiare di tramutare l’annunciata «potatura» in una «spuntatina».

 

ANALISI; L’autonomia delle Camere non è nei rapporti con i terzi 14 maggio 2014 Il Sole 24 Ore Digital Replica Edition of Print Edition © Copyright Il Sole 24 Ore IL FATTO – La Consulta dichiara inammissibile la questione di legittimità delle norme sui dipendenti di Francesco Clementi Con parola antica e diretta – autodichia – viene definita la facoltà dei parlamenti di affidare le controversie interne a propri organismi piuttosto che ai giudici: una prerogativa di giurisdizione domestica che rappresenta uno degli istituti che, forse più di altri, mostra all’esterno l’autonomia del Parlamento. Proprio per questa deroga dall’obbligo della tutela giurisdizionale dinanzi ai giudici comuni, la potestà degli organi parlamentari di decidere autonomamente ogni controversia che riguardi l’esercizio delle proprie funzioni ha un fondamento costituzionale, in qualche caso esplicito ma per lo più implicito, basandosi sull’autonomia regolamentare delle Camere ex articolo 64 della Costituzione e sull’insindacabilità dei loro regolamenti. Tuttavia, da tempo, questa potestà mostra crepe e aporie. Soprattutto nel momento in cui si estende questo istituto, proprio dello “statuto di garanzia” riconosciuto alle Assemblee parlamentari, ai rapporti di lavoro dei dipendenti e ai rapporti di lavoro dell’amministrazione con i terzi. Sono in molti, infatti, che si chiedono se questo tipo di autodichia – a differenza di quella sui titoli di ammissione dei componenti delle Camere e delle cause di ineleggibilità e di incompatibilità sopravvenute, ex articolo 66 della Costituzione – sia una prerogativa ancora necessaria a garantire l’essenza dell’autonomia delle Camere (e dunque in primis la loro indipendenza) o piuttosto non sia una violazione, sempre più evidente, del principio di uguaglianza sancito dall’articolo 3 della Costituzione. Infatti, sono esclusi dalla tutela giurisdizionale generalmente prevista una categoria di cittadini – i dipendenti del Parlamento – e coloro che, da terzi, hanno rapporti di lavoro con l’amministrazione, determinando nei fatti il rischio che si produca una zona d’ombra in cui sono compromessi tanto i diritti fondamentali dei singoli quanto la tutela dell’attuazione di principi costituzionali inderogabili. Di ciò si è tornata ad occupare la Corte costituzionale la scorsa settimana. Lo ha fatto con una sentenza – la n. 120 del 2014 – in ragione di un ricorso di legittimità costituzionale promosso dalla Cassazione a Sezioni unite contro l’articolo 12 del regolamento del Senato che, inter alia, riguarda appunto i poteri e le funzioni del Consiglio di Presidenza, ossia l’organo che approva i Regolamenti interni dell’amministrazione del Senato e adotta i provvedimenti relativi al personale. Si è così posto il dilemma dei limiti e dei confini all’autodichia parlamentare sui rapporti di lavoro. E la Corte, pur nel pieno e consapevole rispetto dell’autonomia parlamentare e degli stessi regolamenti interni che la sostanziano – cui riconosce un’insindacabilità legata al loro essere garanzia di indipendenza delle Camere da altro potere – non ha evidenziato solo che i regolamenti, essendo fonti dell’ordinamento generale della Repubblica, sono «produttivi di norme sottoposte agli ordinari canoni interpretativi, alla luce dei principi e delle disposizioni costituzionali, che ne limitano la sfera di competenza». La Consulta ha anche stabilito che il tema stesso dell’estensione dell’autodichia per i rapporti di lavoro dei dipendenti e per quelli con i terzi è ormai «questione controversa», tale appunto da far riflettere attentamente lo stesso Parlamento: «in linea di principio» essa potrebbe dar luogo pure a «un conflitto fra i poteri», laddove si ritenessero violati diritti fondamentali o l’attuazione di principi costituzionali inderogabili. D’altronde, molti ordinamenti – tedesco, spagnolo e francese, per citare solo quelli più simili alla nostra esperienza costituzionale – escludono ormai questo tipo di autodichia, ritenendo che non si esprima in ciò il senso profondo delle prerogative parlamentari. E allora non ci si lasci fuorviare dal giudizio di inammissibilità reso oggi alla questione di legittimità costituzionale sollevata. Infatti, la Corte, nei suoi modi, per la prima volta ha aperto uno spazio che, inevitabilmente, produrrà effetti. Lasciando per un domani non lontano la possibilità che, proprio per dare nuovo senso alla autodichia come strumento di tutela dell’indipendenza del Parlamento, le si pongano limiti conformi all’evoluzione dell’ordinamento e dei suoi principi costituzionali.

 

19 aprile 2014 Il Giornale  (c) Il Giornale 2014.  Laura Cesaretti RomaSforbiciati nei loro stipendi e messi alla berlina nei loro tic: la casta dei magistrati esce assai ammaccata dall’ «oraics» di Matteo Renzi. Che li zittisce pure, usando uno dei loro più antichi argomenti: «Mi aspetto che i magistrati non commentino la formazione delle leggi che li riguardano, come io – per rispetto al principio della separazione dei poteri – non commento la formazione delle sentenze». La reazione del presidente dell’Anm è piccata: «Così come si possono commentare e criticare le sentenze, si possono commentare e criticare le leggi». Al premier non è andata giù la reazione corporativa all’annuncio che anche i super stipendi degli alti magistrati sarebbero caduti sotto la scure della spending review, che neanche a loro sarebbe stato permesso di guadagnare più del Capo dello Stato. Mentre il primo presidente della Corte di Cassazione oggi si mette in tasca 70mila euro l’anno più di Giorgio Napolitano, per un totale di 311mila euro. Nella conferenza stampa di ieri Renzi ha voluto dirlo chiaro e tondo, rompendo un altro tabù della sinistra: «I miei collaboratori mi dicono che non dovrei mai parlare di magistratura in pubblico, ma io lo dico lo stesso perché è giusto – esordisce Renzi – non credo che portare lo stipendio di un alto magistrato da 311mila a 240mila euro sia un attentato alla libertà e all’indipendenza della magistratura. Direi che quella cifra è un equo compenso. Accusare il governo di attentare alla funzione della magistratura per questo è un atteggiamento da respingere al mittente». Una vera e propria intemerata, incassata molto male dalle parti del sindacato delle toghe, l’Anm. Che alla vigilia del decreto governativo aveva firmato un minaccioso comunicato, proprio quello «respinto al mittente» dal premier, denunciando «la gravità di una eventuale iniziativa unilaterale del governo che, senza alcun confronto con le categorie interessate e in via d’urgenza, procedesse a una riduzione strutturale delle retribuzioni». E la nota si concludeva col consueto mantra, ricordando «i principi costituzionali che assistono la retribuzione dei magistrati come garanzia dell’autonomia e indipendenza della giurisdizione». Equazione bislacca e liquidata ironicamente dal premier, che assicura «grande rispetto e stima per i magistrati», ma nella convinzione che essi «sono liberi e indipendenti perché lo sono nella propria coscienza», e non per i 311mila euro annui. La categoria però è in subbuglio: non solo il governo si è rifiutato di concertare con l’Anm, ma il taglio alle retribuzioni dei più alti gradi rischia di ripercuotersi a cascata anche sui gradi inferiori, e su quegli scatti automatici di carriera che portano i 2040 euro al mese di un magistrato di prima nomina (3.500 con l’indennità) ai 16.700 euro al mese (18.900 con l’indennità) di un presidente di Cassazione. Fuori dalla mischia, per ora, rimangono i Paperon de’ Paperoni che hanno la fortuna di far parte di organismi costituzionali: Consulta, Camera e Senato, Cnel. Gaetano Silvestri (e prima di lui gli innumerevoli presidenti della Corte Costituzionale, tipo Gustavo Zagrebelski) intasca più del doppio di Napolitano: 545mila euro. Ma – e qui iniziano i dolori – la legge del ’53 aggancia il suo stipendio a quello del primo presidente di Cassazione, sforbiciato da Renzi. Il quale ha mandato un messaggio che fa fischiare le orecchie anche a chi si credeva al sicuro (il segretario generale della Camera Zampetti, 470mila euro e quella del Senato Serafini a 427mila; i loro vice a 358mila, gli altri alti funzionari sopra i 240mila): «Camera e Senato godono di autodichìa e devono decidere da soli. Ma sarebbe bello se nella loro autonomia riflettessero».

 

Gli 80 li pagano banche e dirigenti di Franco Adriano 9 aprile 2014 ItaliaOggi Copyright ItaliaOggi Erinne Srl 2014,  Le coperture del taglio Irpef dal raddoppio della tassa sulla rivalutazione di Bankitalia e dalla Pa Da Renzi già 4,5 mld di tagli nel 2014 per convincere l’Ue La crescita non c’è ancora, ma Matteo Renzi si comporta come già ci fosse: «La stimiamo allo 0.8 diverso dall’1,1 che era. Una stima «prudente», dice il premier correggendosi subito dopo in «seria» («Dobbiamo al ministro Pier Carlo Padoan il rigore delle previsioni», ha spiegato, «ma speriamo di essere smentiti in positivo»). Più che sul Def il premier ha voluto accendere i riflettori sul Pnr (Piano nazionale delle riforme): l’allegato al Documento economico finanziario attraverso il quale Renzi vuol dimostrare di essere credibile sul piano dei tagli alla spesa (il capitolo su cui il governo di Enrico Letta in Europa non fu per nulla convincente). Un testo, dunque, che ha un’importanza decisiva soprattutto nei confronti di Bruxelles che avrà il potere di promuovere o bocciare il piano di riduzione delle tasse che il governo vuol far partire da maggio. Confermato ieri. Sia il taglio Irpef di 10 miliardi a regime: i lavoratori dipendenti sotto i 25 mila euro di reddito lordi, circa 10 milioni di persone, avranno un ammontare di circa mille euro netti annui a persona. Che il taglio dell’Irap per le aziende di almeno il 10% attraverso il contemporaneo aumento della tassazione sulle attività finanziarie. Tuttavia, in relazione a questi due provvedimenti la copertura finanziaria ha rappresentato fino all’ultimo una sorta di giallo. Non è vero che di coperte finanziarie per coprire il taglio delle tasse Renzi ne aveva da vendere, come ha affermato a più riprese nei giorni scorsi. Dove andare a prendere i soldi per dare più risorse in busta paga ai lavoratori dipendenti, infatti, ha rappresentato un problema che (forse) si è risolto soltanto all’ultimo. La novità dell’ultim’ora sarebbe che per raggranellare almeno un altro miliardo, Renzi ha pensato di aumentare, forse raddoppiare, la tassa che le banche devono pagare per la rivalutazione delle quote di Bankitalia: argomento cavalcato da M5s e Fd’I in parlamento. ma la decisione effettiva si vedrà soltanto nel decreto legge che verrà approvato il 18 aprile. Una mossa che Renzi si è immediatamente giocata sul piano mediatico strizzando l’occhio a quell’opinione pubblica che chiedeva di far pagare di più le plusvalenze degli istituti di credito in Bankitalia. Se poi questa scelta va alla riduzione dell’Irpef a 10 milioni di lavoratori allora il gioco è fatto: «Con questa operazione inizia a pagare chi non ha mai pagato e inizia a riscuotere chi non ha mai riscosso», ha reso la questione con uno slogan Renzi. In particolare le nuove coperture Renzi le ha annunciate così: 4,5 miliardi verranno dalla spending review. 2,2 miliardi da banche e gettito Iva. Così si finanziano i 6,7 miliardi di euro che serviranno a partire da maggio. Resta il nodo degli incapienti (oltre ai dieci milioni entro i 25mila euro lordi di reddito che beneficieranno del taglio, «ci saranno quattro milioni di incapienti su cui», ha detto Renzi, «c’è già una soluzione tecnica». «Il 18 aprile», se l’è cavata senza chiarire, «ci sarà l’individuazione fascia per fascia cosicché le aziende potranno preparare le buste paga per tutti». La scure sui dirigentiIl capitolo della spending review è quello più interessante non soltanto perché rappresenta la voce più corposa della copertura del taglio delle tasse per i lavoratori, ma perché Renzi come aveva già anticipato nei giorni scorsi ha inteso farne una bandiera, in particolare in relazione agli stipendi dei manager pubblici: «Con il decreto legge del 18 aprile non potranno prendere più di quanto guadagna il presidente della repubblica (237 mila euro). È un elemento di limite che ci vuole», ha scandito Renzi, «E, poi, il 10% variabile della tua retribuzione lo prendi soltanto se il tuo Paese va bene.: stiamo valutando con Padoan a quale indice economico agganciarci. In alcuni casi i manager pubblici hanno preso troppo». È su questo argomento che Renzi vuol fare colpo a Bruxelles: «Vogliamo cambiare l’Europa mantenendo gli impegni». E nessuno si senta escluso in nome dell’autodichia: «Trovo strano che il segretario generale della Camera e il segretario generale del Senato prendano le cifre che prendono», Renzi ha lanciato un monito ai vertici del parlamento. La conferma che il mirino è puntato sulla Pubblica amministrazione viene anche da Padoan: «Il grande sforzo di semplificazione della Pubblica amministrazione è la precondizione per la crescita». Il ministro dell’Economia ha sottolineato che accanto alla spending review, i proventi derivanti dalle privatizzazioni ammonteranno a circa 12 miliardi per il 2014. Gli introiti, a norma di legge, saranno utilizzati per ridurre il debito pubblico. Questo processo è destinato a continuare anche nel 2015, 2016 e 2017, con ricavi di circa 10-12 miliardi annui, pari a circa 0,7 del Pil.I dati principali del DefSe è stato confermato l’impegno di mantenere il deficit/pil al di sotto del 3%, la crescita è stata rivista al ribasso allo 0,8% per il 2014, comunque più alta rispetto a quando indicato dai principali organismi internazionali (0,6-0,7%). Il dato era stato fissato all’1,1% dal governo Letta.I conti pubblici italiani «sono a posto», ha assicurato il ministro Padoan. Secondo lui il Pil crescerà dello 0,8% nel 2014, dell’1,3% nel 2015, dell’1,6% nel 2016, dell’1,8% nel 2017 e dell’1,9% nel 2018. Per Padoan una crescita dello 0,8% quest’anno è una stima «ragionevole».Il tasso di disoccupazione sale al 12,8% nel 2014 (nel 2013 è indicata al 12,2%) per poi scendere al 12,5% nel 2015 e al 12,5 nel 2016. Nel 2017 il tasso di disoccupazione scenderà sotto il 12% attestandosi all’11,6%. Anche il rientro dal debito sarà più lento del già previsto. Il rapporto debito/Pil si attesterà al 134,9% nel 2014, al 133,3% nel 2015 e al 129,8% nel 2016. Il debito/Pil, nelle previsioni del governo, sarà del 125,1% nel 2017 e al 120,5% nel 2018. «Il rientro del debito,» ha spiegato Padoan, «è più lento sia per il contributo che l’Italia ha versato al fondo Salva-stati, sia perché alcune delle misure che hanno portato all’aumento del debito sono state suggerite o richieste dall’Unione europea, come il rimborso dei debiti della Pa, che condivido», ha concluso il ministro. L’Avvenire di BerlusconiSilvio Berlusconi potrebbe scontare la pena per la condanna Mediaset in «una struttura per anziani disabili», nell’hinterland milanese, che lo impegnerebbe per «un solo giorno alla settimana, di mattina o di pomeriggio a scelta». Lo ha scritto (non smentito) il sito del quotidiano Avvenire, secondo cui la proposta per i nove mesi che l’ex premier dovrebbe scontare ai servizi socialmente utili sarebbe arrivata dall’Uepe (Ufficio esecuzione penale esterna), «con una relazione già inoltrata al Tribunale di sorveglianza di Milano». «La struttura», sostiene ancor il sito internet del quotidiano della Cei, «non si trova a Milano ma nell’hinterland. Verosimilmente persino più agevole da raggiungere data la sua residenza a Villa San Martino, ad Arcore (Brianza)». Una notizia che dovrà essere verificata nei fatti. Così come è stata giudicata «molto sorprendente ed insolito» la notizia del rigetto dell’istanza relativa a Berlusconi, alla Corte europea dei diritti dell’uomo «peraltro ancora incompleta, inviata via fax, a meno di 24 ore dalla sua presentazione e, quanto più grave, senza che un giudice abbia visionato la richiesta». Almeno questo è quanto sostiene in una nota l’avvocato Ana Palacio, legale di Berlusconi di fronte alla Corte europea dei diritti dell’uomo.Grillo rompe con PizzarottiIl leader di M5S, Beppe Grillo, non ha gradito le critiche di «Capitan Pizza» sulla scelta dei candidati alle Europee. Federico Pizzarotti, sindaco di Parma M5S, che il primo aprile scorso aveva fatto osservazioni critiche sulle candidature per le Europee lamentando il fatto che le persone fossero «sconosciute al territorio». Ieri sul blog Grillo lo ha invitato a tacere. E, da copione, «la rete si divide». «Ringrazio sinceramente Matteo Renzi per il suo tweet di augurio e contraccambio l’in bocca al lupo. Ne avrà piu’ bisogno lui per il 25 maggio. Grazie anche a tutti coloro che oggi mi hanno dedicato un pensiero». Così Gianroberto Casaleggio si è rifatto vivo dopo un delicato intervento.

 

Burocrazia Ugo Zampetti è stato nominato nel 1999 da Violante e manterrà il suo ruolo oltre l’età pensionabile; Il superfunzionario della Camera e il mandato che non scade mai Sergio Rizzo 8 novembre 2013 Corriere della Sera  (c) CORRIERE DELLA SERA M5S all’attacco sui limiti all’incarico del segretario generale ROMA – Il segretario generale della Camera dei Deputati Ugo Zampetti festeggerà il quattordicesimo anno di permanenza in carica con una buona notizia: l’offensiva grillina è stata respinta. Martedì il vicepresidente del Movimento 5 Stelle Luigi Di Maio aveva battagliato nell’Ufficio di presidenza di Montecitorio per difendere un ordine del giorno che reintroduceva il limite di mandato di sette anni per quella nomina. Soli contro tutti, con l’unica eccezione del vicepresidente democratico Giachetti (renziano), l’avevano persino spuntata, ottenendo di poter far votare la loro proposta dall’assemblea. Ma il giorno dopo l’aula l’ha bocciata. Zampetti potrà così attendere serenamente la proroga del suo incarico oltre l’età pensionabile che raggiungerà alla fine del prossimo anno. Un prolungamento che gli era stato già promesso, ma che la reintroduzione di un tetto temporale al mandato da lui oggi ricoperto avrebbe certo reso poco opportuno. La questione è delicatissima: chi riveste quella funzione è il capo assoluto dell’amministrazione della Camera, dove vige la cosiddetta «autodichia». Il che significa che nessuno, al di fuori degli stessi parlamentari, può sindacare su come vengono impiegate le risorse. Il segretario generale di Montecitorio è di conseguenza una delle figure più potenti della burocrazia pubblica. Fa parte di quella ristretta cerchia di funzionari da cui talvolta attinge anche la politica. Come dimostra la circostanza che fra i quindici segretari generali che si sono alternati nei 105 anni da quando esiste la carica, due sono diventati ministri: Antonio Maccanico e Gian Franco Ciaurro. Ma c’è pure il fatto che questa faccenda va ben oltre gli aspetti puramente tecnici. Perché i contrasti sulla figura del segretario generale sono un capitolo, e piuttosto corposo, del duro scontro politico che fin dall’inizio della legislatura oppone su vari fronti i grillini a Laura Boldrini. Uno scontro sfociato a settembre in una clamorosa richiesta di dimissioni della presidente della Camera accusata di non essere super partes. E condito da episodi quali una multa di 3.795 euro appioppata dal collegio dei questori ai deputati del M5S colpevoli di aver protestato contro l’ipotesi di modifica dell’articolo 138 della Costituzione occupando per una notte la terrazza di Montecitorio. Finché non si è arrivati all’ultimo braccio di ferro. I grillini vogliono la testa del segretario generale che invece è in predicato per essere prorogato oltre l’età pensionabile. Zampetti è in carica dall’11 novembre del 1999: si accinge a superare Aldo Rossi Merighi, che guidò la Camera dal 1930 al 1944, mentre guarda ancora da lontano l’inarrivabile Camillo Montalcini, al timone di Montecitorio dal 1907 al 1927. Fra gli ultimi che hanno avuto tale responsabilità, il suo è un caso unico. Da molti anni a questa parte sarebbe stato impossibile raggiungere livelli tali di longevità, causa l’introduzione di una regola secondo la quale il mandato poteva durare al massimo sette anni. La ragione era la stessa per cui anche analoghe funzioni apicali di alcune istituzioni (per esempio le authority) sono ben definite temporalmente, e ciò per evitare che tanto potere decisionale sia concentrato senza scadenza nelle medesime mani. Ma il 10 dicembre 2002, quando presidente della Camera era Pier Ferdinando Casini, la regola venne abolita. Trasformando così la carica a vita. Zampetti ha quindi potuto conservare il suo posto anche con Fausto Bertinotti, Gianfranco Fini, e ora Laura Boldrini: quinto presidente della Camera con cui collabora, essendo stato nominato al tempo di Luciano Violante. E non è l’unico record conseguito durante la sua gestione. Caso ha voluto che gli sia capitato di sedere su quella poltrona mentre esplodevano nel Paese le polemiche sui costi della politica, e in anni durante i quali le spese degli organi costituzionali hanno toccato il massimo storico. Nel decennio compreso fra il 2001 e il 2010, prima che la crisi costringesse Camera e Senato a contenere almeno le richieste di dotazione al Tesoro, le uscite correnti di Montecitorio sono passate da 749,9 a 1.054,4 milioni di euro. Con una crescita del 41,3 per cento monetaria e del 17,7 per cento al netto dell’inflazione mentre il Prodotto interno procapite reale del Paese si riduceva di circa il 4 per cento. La richiesta di cambiamento sostenuta invano dai grillini ha a che fare con questo? Certo è che il M5S ha trovato di fronte a sé un muro invalicabile. Quanto sia stato ruvido il confronto nell’Ufficio di presidenza lo dice un comunicato ufficiale pubblicato martedì sul sito della Camera dai tre questori, dai toni inconsueti. Lì si attribuisce una «reazione composta e nervosa» agli esponenti del Movimento Cinque Stelle, tacciati anche di «demagogia» a proposito delle scelte di bilancio. Il seguito alle prossime puntate.

 

Retroscena A Palazzo Chigi arrivano due testi diversi. Divisioni sull’obbligo di rendere pubblici tutti i lobbisti contattati e sui controlli affidati all’Antitrust; Tensione tra i ministri: non potete metterci la scatola nera; Scontro sulla linea «rigorista» di Quagliariello L’opposizione di Zanonato, Alfano e Bonino Dino Martirano 6 luglio 2013 Corriere della Sera  (c) CORRIERE DELLA SERA Il limite sui regali La soglia di 150 euro imposta per i regali fatti ai «decisori» impedirebbe anche il passaggio di mano di un paio di biglietti per lo stadio ROMA – In principio, il piatto difficile da cucinare sembrava essere il ddl costituzionale che cancella le Province ma, dopo un paio d’ore di dibattito acceso, si è capito che il Consiglio dei ministri si era inesorabilmente arenato sulle regole da imporre alle lobby professionali presenti intorno al Parlamento e ai Palazzi del governo. Terreno davvero scivoloso quello della «disciplina dell’attività di rappresentanza di interessi particolari» in perenne pressing sui «decisori pubblici». Tant’è che il presidente del Consiglio Enrico Letta ha sperato fino all’ultimo di poter comporre il confronto tra le due diverse scuole di pensiero presenti all’interno dell’esecutivo. Due squadre che si sono presentate a Palazzo Chigi con bozze distinte di disegno di legge. E così dopo un confronto molto vivace – tra l’altro sull’obbligo imposto ai «decisori pubblici» di rendere accessibili a fine anno i nomi dei lobbisti con cui hanno tenuto contatti – il ministro Flavio Zanonato (Sviluppo economico) avrebbe rotto il protocollo con una frase del tipo: «Va bene, se ci inoltriamo su questa strada tanto vale, allora, che a noi ministri ci mettiate la “scatola nera” così ci registrate tutti i movimenti». Sulla stessa frequenza, anche se con toni meno accesi, si sono poi sintonizzati anche il vice premier Angelino Alfano e la responsabile degli Esteri Emma Bonino che avrebbero parlato di ministri e sottosegretari costretti a rendere pubblici tutti i loro appuntamenti messi in agenda. Il presidente Letta – che pure conosce molto bene la partita lobbisti-decisori per aver organizzato, tra l’altro, molti seminari sul tema con la sua fondazione Vedrò – ieri avrebbe deciso di non far sentire il suo peso determinante, salvo far presente che «il tema merita un approfondimento per capire che tipo di normativa introdurre in una logica di coerenza con gli altri Paesi europei». Una formula utile, poi ripetuta in conferenza stampa, per giustificare la mossa tattica di un supplemento di istruttoria affidato al ministro Enzo Moavero (Politiche europee). Sul tavolo della «non decisione» del Consiglio dei ministri, tuttavia, pesano due diverse impostazioni elaborate nei Palazzi del governo che ieri hanno preso corpo intorno al tavolo dell’esecutivo. La prima, più «soft» e quindi più facilmente attuabile, è attribuibile alla presidenza del Consiglio. L’hanno elaborata il sottosegretario Filippo Patroni Griffi e il segretario generale di Palazzo Chigi, l’ex magistrato Roberto Garofoli, e, sostanzialmente, punta al modello di regolamento del ministero delle Politiche agricole già messo a punto dal professore della Luiss Luigi Petrillo: costituzione di un semplice «elenco» dei lobbisti, obbligo dell’amministrazione di ricevere il suggerimento e di motivare l’eventuale diniego. La seconda proposta entrata in Consiglio dei ministri, quella che i lobbisti giudicano più punitiva, è attribuibile al ministro delle Riforme Gaetano Quagliariello che aveva già affrontato il problema delle lobby quando venne chiamato al Quirinale a far parte della prima squadra dei saggi: in questo caso l’«elenco» dei lobbisti diventa un vero e proprio «albo» e i controlli vengono affidati all’Antitrust invece che alla Civit (Commissione per la valutazione, la trasparenza e l’integrità delle amministrazioni pubbliche). Ecco, scandagliando a fondo questi due schemi, il governo non è riuscito a trovare (per ora) una sintesi traducibile in disegno di legge. E più di un ministro non ha nascosto di vedere una strada tutta in salita per la regolamentazione delle attività lobbistiche: «È un testo tecnicamente molto difficile da scrivere», ha detto Quagliariello quando ormai si era capito che la fumata sarebbe stata nera. E infatti a rendere il dibattito più complesso del previsto ci si è messo anche l’intervento del ministro Gianpiero D’Alia (Funzione pubblica) che in qualche modo ha cercato di far emergere un concetto semplice ma efficace: i dirigenti della pubblica amministrazione, se sottoposti a un carico troppo oneroso di obblighi legati ai doveri di trasparenza, potrebbero ritardare la produzione di testi legislativi. E ancora al ministro Dario Franceschini (Rapporti con il Parlamento) è toccato affrontare quel passaggio dei testi esaminati dal consiglio che menziona tra i «decisori pubblici» anche i deputati e i senatori: «È ovvio – ha dovuto osservare Letta – che trattandosi di organi costituzionali bisogna tenere conto dell’autodichia». Infine c’è un non detto che è circolato nei corridoi di palazzo Chigi più che nella riunione del Consiglio dei ministri: il limite dei 150 euro imposto per le elargizioni liberali che i lobbisti possono fare ai «decisori» impedirebbe, in teoria, il passaggio di mano anche solo di un paio di biglietti per la tribuna stadio. Per non parlare poi dei finanziamenti «ad personam» in campagna elettorale.

 

TUTTO vero, ma se questo governo vorrà realizzare il mandato che si è … 20 maggio 2013 Il Giorno Copyright 2013 MONRIF NET S.R.L.  TUTTO vero, ma se questo governo vorrà realizzare il mandato che si è dato dovrà comportarsi come se fosse il più stabile del mondo e come se avesse di fronte i cinque anni canonici. Per abolire le Province e il Senato bastano pochi mesi, ma occorre volontà politica. Abbiamo le forze armate col maggior numero di alti ufficiali di tutta la Nato, i costi della politica tra i più alti d’Europa, non una ma tre diverse forze di polizia, la pubblica amministrazione col maggior numero di dirigenti. Vogliamo parlarne? Non occorre fare macelleria sociale aggredendo scriteriatamente i comparti più onerosi (scuola e sanità) e non è detto sia necessario privatizzare il privatizzabile, basterebbe metter mano alla spesa per l’acquisto di beni e servizi. O vogliamo davvero lasciar credere che di quei quasi 150 miliardi di euro che lo Stato spende ogni anno non se ne possano tagliare una trentina? UN’UNITÀ operativa della Polizia costa 25,5 euro ad abitante nella provincia di Bergamo e 358 in quella di Isernia: va bene così? E perché non aderire alla battaglia della radicale Rita Bernardini contro l’autodichia? Si tratta del principio in base al quale gli organismi costituzionali non rendono conto a nessuno dei propri bilanci, principio nato per tutelare l’autonomia della politica e cresciuto nella difesa di spese inutili e privilegi. La Corte dei Conti e di recente anche la Cassazione hanno sollevato il problema. Inutilmente. Nel 1999, l’allora premier D’Alema, uno che al primato della politica crede fino in fondo, condusse una battaglia per sottrarre alle competenze del Tesoro anche il bilancio della sede del governo. Una questione di pari opportunità. Ma come, Camera, Senato e Quirinale fanno come gli pare, e palazzo Chigi no? D’Alema la spuntò, naturalmente, e da allora le spese sono quasi raddoppiate anche lì. Ora, il punto non è che gli oltre 4mila dipendenti di palazzo Chigi forse sono troppi, né che i dipendenti del Senato incassino fino alla sedicesima mensilità, né che ciascuno dei tre vicepresidenti di ogni ramo del parlamento percepisca quasi 3mila euro netti ogni mese oltre al proprio stipendio. Il punto è: possiamo ancora permettercelo?

 

Parlamentari a libro paga delle lobby Un servizio delle «Iene» smaschera la rete sponsorizzata dalle multinazionali del tabacco e gioco d’azzardo. Grasso: chi sa parli 20 maggio 2013 Il Giornale  (c) Il Giornale 2013.  Pier Francesco Borgia RomaProprio come uno stipendio. Con regolarità. Mensilmente. Ad alcuni senatori e deputati arriverebbero ogni mese finanziamenti da parte di alcune multinazionali che farebbero attività di lobby sfruttando soprattutto l’ingordigia dei nostri rappresentanti politici. Questo almeno il senso dell’accusa lanciata dalla puntata delle Iene andata in onda ieri su Italia Uno. Nel servizio si vede un assistente parlamentare ripreso di spalle che con la voce alterata racconta il sistema utilizzato da alcune multinazionali per far passare emendamenti «favorevoli». Il meccanismo, racconta la gola profonda, è semplice. «Ci sono multinazionali che hanno a libro paga alcuni senatori». Come funziona il meccanismo? «Semplice – spiega il portaborse – un emissario della società viene da noi a Palazzo Madama e ci consegna i soldi per i parlamentari per cui lavoriamo». Le cifre? Si tratterebbe di operazioni che prevedono addirittura una sorta di tariffario: «Per quel che mi riguarda – spiega l’intervistato – conosco due multinazionali, una del settore dei tabacchi e un’altra nel settore dei videogiochi e delle slot machine ed entrambe elargiscono dai mille ai duemila euro ogni mese». La tariffa, inoltre, cambia «a seconda dell’importanza del senatore e quindi, se è molto influente, sale fino a 5mila euro». Lo scopo è facile da intuire. Questi parlamentari si devono impegnare a far passare emendamenti favorevoli su leggi che interessano le stesse aziende. Per fare un esempio preciso, l’anonimo portaborse cita le sale Bingo per le quali «si sono formati due gruppi, partecipati sia da uomini del centro sinistra che da uomini del centro destra. I due gruppi fanno capo ad ex ministri del centro sinistra». Inutile precisare che questo tipo di attività di lobby non è corretta e, anzi, viola non solo codici morali ma anche le leggi scritte, nonché i patti con gli elettori. Immediata la reazione di Pietro Grasso, presidente dell’aula del Senato. «Dal servizio delle Iene – si legge in una nota di Palazzo Madama – emerge la denuncia di un comportamento che, se provato, sarebbe gravissimo. Purtroppo la natura di denuncia, anonima nella fonte e nei destinatari, rende difficile procedere all’accertamento della verità. Spero quindi che gli autori del servizio e il cittadino informato di fatti così gravi provvedano senza indugio a fare una regolare denuncia alla Procura, in modo da poter accertare natura e gravità dei fatti contestati». Il servizio delle Iene non si limita a questa grave denuncia. La trasmissione mostra, poi, il diffuso malcostume, da parte dei parlamentari, di rimborsare in nero i loro assistenti. Molti «portaborse» prenderebbero, a quanto riferiscono Le iene, 800 euro in nero al mese pur disponendo del regolare tesserino per entrare a Palazzo Madama. La confessione di questo sfruttamento e questo malcostume arriva ovviamente in forma anonima: «Il 70% dei colleghi si trova nelle mie stesse condizioni», racconta la gola profonda spiegando di lavorare in nero da circa dieci anni e di essere stato assistente «sia di un senatore di destra che di un senatore di sinistra». Tutta colpa dell’autodichìa, dice il questore del Senato ed esponente grillina Laura Bottici: «All’interno di Palazzo Madama, dove si approvano le leggi, non hanno validità le leggi stesse ma solo i regolamenti interni. È questo il vero problema». È vero che modificare i regolamenti parlamentari è altrettanto complicato che redigere nuove leggi. Tuttavia non è su questo aspetto che si focalizza l’attenzione del presidente del Senato. «Giorni fa ho evidenziato – ricorda Grasso – l’esigenza di una legge che disciplini, in maniera chiara e trasparente, l’attività lobbistica che al momento, seppur sempre presente, si muove in maniera nascosta».

 

Questa operazione costerebbe 150mila euro annui. Si scatena la bagarre Palazzo Madama cerca un controllore anti-furbetti Paradossi L’ultima misura votata dall’ufficio di Presidenza 4 aprile 2013 Il Giornale  (c) Il Giornale 2013.  Fabrizio de Feo RomaI gruppi parlamentari perdono l’autocontrollo. No, non si tratta di un eccesso di ira o di qualche colpo di testa di deputati o senatori, bensì dell’ultima misura votata ieri dall’ufficio di Presidenza del Senato. Palazzo Madama ha, infatti, deciso di dare seguito alle deliberazioni già discusse nello scorso settembre, all’indomani dei vari scandali in sequenza: le prodezze dei vari Luigi Lusi e Franco Fiorito che colpirono profondamente l’immaginario dell’opinione pubblica. E di dare il via libera al bando per la selezione di un soggetto esterno incaricato di verificare l’uso dei fondi dei gruppi. In sostanza si procederà alla ricerca di una società di revisione legale, con una procedura ad evidenza pubblica, che dovrà mettere il naso, nel corso dell’esercizio, nella tenuta regolare della contabilità ed esprimere un giudizio sul rendiconto. Il costo di questa operazione dovrebbe aggirarsi sui 150mila euro annui. In sostanza quindi si spenderanno altri soldi per evitare che i partiti si mettano in tasca denari per usi impropri o per uso personale. Un bel paradosso. «È come se nominassimo un amministratore di condominio e poi pagassimo qualcun altro per controllarlo», confessa un senatore. Ma considerato il clima di antipolitica montante nel Paese, altrettanto insidioso sarebbe stato chiudere gli occhi davanti all’onda lunga dell’indignazione e lasciare vivo il sospetto del perpetrarsi di nuove spese pazze, mantenendo lo status quo in base al principio dell’autogiurisdizione degli organi costituzionali (la cosiddetta «autodichia»). Il messaggio che si vuole lanciare all’esterno è chiaro: le istituzioni si aprono al controllo, i bilanci non saranno più sotto chiave e ci sarà una chiara rendicontazione. «Abbiamo aggiunto un elemento di trasparenza molto superiore a quello degli altri Paesi», spiega il questore del Pdl, Lucio Malan. «Spero che questo adesso consenta al Senato di fare serenamente il proprio mestiere: controllare e ridurre l’intera spesa pubblica e non solo quel millesimo che riguarda parlamentari e gruppi». Una offensiva tutt’altro che facile visto che da sempre mettere mano, tanto per dirne una, nel fortino blindato delle retribuzioni dei dipendenti delle Camere è una sorta di missione impossibile. L’innovazione introdotta dall’ufficio di presidenza del Senato lascia però aperto un problema: quello di stabilire parametri chiari per il controllo dei bilanci. La Lega, verso la fine della scorsa legislatura denunciò la necessità di avere un codice di principi, redatto dalla Corte dei Conti. Questa, diceva l’allora capogruppo Giampaolo Dozzo, dovrebbe dire «quali sono le spese ammissibili e quali non lo sono», in modo da predisporre «una griglia con cui i gruppi possano redigere i propri bilanci». Un vademecum quanto mai indispensabile per evitare che si ripetano i casi eclatanti del recente passato e l’acquisto di Suv, ostriche, vini, gratta e vinci, champagne, Nutella o cravatte possa finire sotto la voce spese di rappresentanza.

 

I costi della politica Il caso Il paradosso; Al Senato i bilanci restano segreti Mistero sui 22 milioni ai gruppi Sergio Rizzo 24 settembre 2012 Corriere della Sera (c) CORRIERE DELLA SERA Bocciate le proposte per rendere pubblici e certificare i conti Un anno fa perfino un documento firmato da Lusi chiedeva trasparenza Ma non passò ROMA – La prima diga è dunque stata abbattuta e non è stato facile. I gruppi parlamentari della Camera dovranno rendere pubblico il bilancio, che sarà certificato da un soggetto esterno. Per la prima volta sapremo come viene spesa anche questa fetta di finanziamento pubblico dei partiti. Ci si attende adesso il crollo della seconda diga. Quella del Senato. Che cosa farà la Camera alta? L’assemblea di Palazzo Madama si è sempre tenuta accuratamente alla larga da questo problema, del quale il suo attuale presidente, a differenza di Gianfranco Fini, ha esperienza diretta. Per otto anni Renato Schifani è stato infatti il capo del gruppo parlamentare di Forza Italia a Palazzo Madama. E negli ultimi tempi, da presidente dell’assemblea, non ha lesinato appelli alla trasparenza. «La politica» ha dichiarato pubblicamente il 26 maggio scorso alla festa della polizia a Padova, «deve saper ricomporre il divario con la gente e non soltanto a parole. Essere vicina agli italiani significa soltanto un verbo: fare presto e bene, uscendo dal tunnel nebuloso e mostrando di aver capito, di voler andare avanti nel pieno rispetto delle norme e della trasparenza». Finora, però, nessuno è riuscito a fare breccia nel muro impenetrabile che copre i finanziamenti ai gruppi parlamentari del Senato. Il 3 agosto dello scorso anno, durante la discussione sul bilancio interno, sette senatori del Partito democratico fra i quali, oltre al tesoriere del gruppo Vidmer Mercatali c’era anche quello della Margherita Luigi Lusi finito poi nei guai giudiziari per la distrazione dei rimborsi elettorali del partito di Francesco Rutelli, presentarono un ordine del giorno che avrebbe condizionato l’erogazione dei contributi «alla presentazione del bilancio, alla sua certificazione in forme opportune e alla sua pubblicità sul sito internet del Senato». Respinto. Come bocciato fu pure un altro ordine del giorno analogo presentato dai dipietristi che mirava a obbligare i gruppi alla «rendicontazione annuale dei contributi loro assegnati» e alla «pubblicità di tale rendicontazione». Il primo agosto scorso, un ordine del giorno simile a questo, partorito sempre dall’Italia dei Valori, ha invece avuto il parere favorevole dei questori. Ma poi non è successo niente. I bilanci sono così rimasti segreti. E non parliamo di pochi denari. Nel 2012 le previsioni assestate indicano una cifra superiore a quella pubblicata ieri dal Corriere. Si è arrivati a 38 milioni 350 mila euro, 750 mila euro in più rispetto al 2011. È una somma superiore anche a quella stanziata dalla Camera (quest’anno circa 35 milioni) ma perché a differenza di Montecitorio comprende anche 16,2 milioni destinati ai collaboratori, che a Palazzo Madama vengono assegnati ai gruppi. I soldi utilizzati per il funzionamento dei gruppi parlamentari del Senato ammontano così quest’anno a 22 milioni 150 mila euro, vale a dire 69 mila euro in media per ogni seggio, compresi i senatori a vita, contro i 55.550 euro della Camera. Con quei denari si pagano per esempio i dipendenti. Ma anche, e qui sta uno degli aspetti forse di maggiore sensibilità, le indennità aggiuntive per i senatori che ricoprono cariche all’interno del gruppo: il presidente, i suoi vice, i componenti del direttivo e altri ancora. Senza un bilancio, siccome ogni formazione politica decide in autonomia il livello di questi bonus, non se ne possono conoscere pubblicamente le entità. Né sapere in quali forme queste indennità vengono erogate. E la cosa, trattandosi di fondi pubblici distribuiti a persone che ricoprono cariche elettive, è francamente curiosa. Di più. I gruppi parlamentari sono di fatto vere e proprie associazioni, assimilabili a quelle private non registrate. Per le quali, è vero, la pubblicazione del bilancio non è obbligatoria. C’è solo un piccolo particolare, sempre lo stesso: maneggiano soldi dei contribuenti. Il che rende ancora più impellente la necessità di far cadere il velo che finora non consente di sapere come quei gruppi impiegano i contributi. Soprattutto dopo quello che è saltato fuori al consiglio regionale del Lazio, dove con quei soldi non si pagavano soltanto i conti astronomici del ristorante o si acquistavano lussuose Bmw X5, ma c’era perfino chi ci comprava un quintale e mezzo di mozzarella di bufala, a giudicare dalle ricevute di un caseificio sulla via Casilina. Ecco perché ora ci aspettiamo che dopo la Camera anche il Senato imponga la trasparenza dei bilanci dei gruppi parlamentari. Con la stessa regola del controllore esterno, per favore. Come dimostra il caso di Montecitorio, la storia che questo lederebbe l’autodichìa, cioè il principio di autonomia del Parlamento, non sta in piedi. La cosiddetta autodichìa riguarda l’istituzione, non associazioni private al suo interno. La dimostrazione? Spiegano gli esperti, che mentre le controversie fra i dipendenti del Parlamento e l’amministrazione delle due Camere viene regolata da organi interni, le cause fra il personale dei gruppi parlamentari e i gruppi stessi finiscono davanti al giudice ordinario. Più chiaro di così…

 

I partiti salvano la faccia: sì ai controlli sui bilanci 20 settembre 2012 Il Giornale  (c) Il Giornale 2012.  Roma Dopo la figuraccia, il dietrofront, almeno per salvare la faccia. Alla fine ci sarà il «controllo esterno» sui rendiconti dei gruppi parlamentari. Una novità anche questa, perché finora nessun regolamento obbligava i partiti a fare neppure un bilancio dei soldi ricevuti da Camera e Senato per il «funzionamento dei gruppi». Una montagna di soldi: più di 70 milioni di euro, per ogni anno dei cinque di legislatura. Dopo l’incredibile veto posto dai partiti sulla verifica dei bilanci da parte di società di revisione contabile, e soprattutto dopo gli scandali per le ruberie dei fondi in Regione Lazio (preceduti da quelli di Lusi e Belsito), la Giunta per il regolamento della Camera fa marcia indietro e approva in gran fretta per riparare al passo falso. Sarà dunque una stessa società privata, selezionata tramite gara ad evidenza pubblica, a controllare i rendiconti dei gruppi, e non più soltanto l’ufficio di presidenza della Camera insieme al collegio dei questori (che poi sono deputati), com’è accaduto da sempre, con enormi margini di discrezionalità per i gruppi di usare i milioni a proprio piacimento. Il voto è stato all’unanimità, come pretendeva il presidente della Camera, per smorzare le polemiche sollevate dal «no» del giorno prima. Gianfranco Fini ha sottolineato che questa è la dimostrazione che «non c’è stato nessuno scontro tra chi voleva e chi non voleva i controlli». In realtà le divisioni ci sono state eccome e ci sono ancora. Il capogruppo del Pdl Peppino Calderisi ha difeso fino all’ultimo il principio costituzionale dell’autonomia della Camera sostenendo che questo viene violato con il controllo esterno dei bilanci dei gruppi. Dello stesso avviso Gianclaudio Bressa del Pd e Antonio Leone del Pdl entrambi relatori del testo che è stato bocciato martedì e prevedeva che i bilanci dei partiti venissero sottoposti all’analisi del collegio dei Questori, con la supervisione della Corte dei Conti, e che dopo l’approvazione venissero pubblicati in allegato al bilancio della Camera e, quindi, anche su internet. Ieri Fini ci ha tenuto a ribadire che «non è stato leso il principio della autonomia del Parlamento» ma, al contrario, che la Camera «ha colmato una lacuna». E ha sottolineato che chiederà che il provvedimento vada in Aula già dalla prossima settimana. Per tutelare il principio costituzionale della autodichia, cioè l’autogiurisdizione della Camera, si è deciso comunque che la relazione della società contabile venga trasmessa ai Questori e all’Ufficio di Presidenza, che poi erogheranno i fondi. I bilanci dei gruppi parlamentari, quindi, saranno più trasparenti perché la società di revisione legale, selezionata dall’Ufficio di presidenza con una procedura ad evidenza pubblica, verificherà nel corso dell’esercizio anche la tenuta regolare della contabilità ed esprimerà un giudizio sul rendiconto. Una scelta che anche a causa delle elezioni imminenti trova molti d’accordo molti big. «Il Pd – dice il segretario Pier Luigi Bersani – da quando è nato si è fatto certificare dalla stessa società che certifica i conti per Bankitalia. Noi problemi zero». Favorevole anche il leader dell’Udc Pier Ferdinando Casini secondo il quale la Camera ha preso la decisione opportuna. «Dopo i casi Lusi, Belsito e Fiorito – evidenzia invece l’Idv – è la scelta più saggia ed efficace. Abbiamo presentato in Giunta per il regolamento due emendamenti e siamo soddisfatti che siano stati accettati entrambi». Fra i deputati c’è però chi vorrebbe fare un ulteriore passo avanti. «Il percorso verso la trasparenza – sottolinea Guido Crosetto (Pdl) – passa attraverso una cosa più seria: la pubblicazione su internet di tutte le spese. Anche della stessa Camera. Così cittadini e parlamentari, ai quali oggi non è consentito, potranno verificare singolarmente ogni spesa effettuata con denaro pubblico».

Bilanci dei gruppi, sì della Camera ai controlli esterni 20 settembre 2012 Unione Sarda Copyright © L´Unione Sarda S.P.A.  Dopo il no di martedì ROMA I bilanci dei gruppi parlamentari saranno verificati da una società esterna alla Camera dei deputati. I partiti fanno retromarcia e dopo le polemiche scelgono all’unanimità di affidare il controllo delle spese legate alle attività a Montecitorio al vaglio di un ente terzo, salvaguardando però al tempo stesso l’autonomia del Parlamento. Per tutelare il principio costituzionale della autodichia, cioè l’autogiurisdizione della Camera, la relazione della società contabile sarà infatti trasmessa ai Questori e all’Ufficio di Presidenza, che poi erogheranno i fondi. Si tratta di una scelta che «colma una grave lacuna», commenta con soddisfazione il presidente della Camera Gianfranco Fini (da sempre a favore di questa opzione), che prova anche a stemperare le polemiche. FINI: VOTO COMPATTO Il voto in Giunta per il regolamento, sottolinea infatti, è stato compatto e ciò «dimostra che non c’è stato scontro tra chi voleva il controllo e chi no». In realtà, qualche perplessità durante la riunione sarebbe invece stata avanzata: a chiedere tempo sarebbe stato in particolare il capogruppo del Pdl Peppino Calderisi, convinto che il principio costituzionale dell’autonomia della Camera debba essere difeso. Perplessità che però si sono scontrate con il pressing di Fini: «Da qui – avrebbe detto il presidente di Montecitorio secondo quanto riferiscono alcuni dei partecipanti alla riunione – non ci alziamo se non con una decisione, e anche all’unanimità». D’ora in poi (salvo ottenere prima il voto favorevole dell’Aula, che dovrebbe tenersi la prossima settimana) i bilanci dei gruppi parlamentari saranno dunque più trasparenti: una società di revisione legale, selezionata dall’Ufficio di presidenza con una procedura ad evidenza pubblica, verificherà nel corso dell’esercizio la tenuta regolare della contabilità e esprime un giudizio sul rendiconto.. E la scelta di ieri ha trovato alla fine, anche a causa delle elezioni imminenti, molti big d’accordo: «Il Pd da quando è nato si è fatto certificare dalla stessa società che certifica i conti per Bankitalia. Noi problemi zero», ha detto il segretario del Pd Bersani. Anche per il leader dell’Udc Casini la Camera ha preso «una decisione opportuna. Sono soddisfatto». Dopo i casi Lusi, Belsito e Fiorito, evidenzia poi l’Idv, «è la scelta più saggia». Fra i deputati c’è però anche chi vorrebbe fare un ulteriore passo avanti: «Il percorso verso la trasparenza – osserva Crosetto (Pdl) – passa attraverso la pubblicazione su internet di tutte le spese».

 

^  CARMELO LOPAPA 19 settembre 2012 La Repubblica Gruppo Editoriale L´Espresso Spa ROMA – E adesso anche i “responsabili” Scilipoti e Moffa dovranno spiegare come è stato utilizzato il milione 249 mila euro che il gruppo Popolo e territorio ha incassato nel 2011. I responsabili come metafora, sia chiaro, perché i loro sono spiccioli rispetto ai quasi 35 milioni di euro che la lo scorso anno la Camera ha assegnato alle otto formazioni che occupano gli scranni. Carte di credito a disposizione dei capigruppo, viaggi aerei, cene di rappresentanza e telefonini. Senza controlli, in nome dell’autodichia. I FORZIERI DI PDL E PD È un’enorme torta, sulla quale- neanche a dirlo – la parte del leone la fanno il Pdle il Pd. Stando ai tabulati che Repubblica ha acquisito dagli uffici di Montecitorio, tanto la squadra di Cicchitto quanto quella di Franceschini hanno potuto contare su quasi dieci milioni di euro ciascuno. La gran parte per il personale (6 milioni) il resto per generiche spese di funzionamento dei gruppi che vanno sotto la voce “contributo unico” (4 milioni ad appannaggio dei berlusconiani e 3,6 milioni dei democratici). Ecco, è su quel “contributo” che foraggia tutti i gruppi che si accenderanno adesso i riflettori. Come vengono utilizzati? Con quanta discrezionalità? Esistono pezze giustificative? Così per i quasi 3 milioni in totale del gruppo Lega, i 2,1 dell’Udc, i quasi due di Fli, il milione e mezzo dei dipietristi. E i ben 5 e mezzo del calderone del Misto, dove 52 deputati sono confluiti in questi anni, in molti casi per sottrarsi alle regole (e agli obblighi di contributo) dei rispettivi partiti di origine. I CONTI SOTTO CHIAVE Fino ad oggi e per tutto il 2012 le squadre parlamentari di Camera e Senato hanno goduto della più totale autonomia nella gestione di quei fondi pubblici. Né la Corte dei conti, tanto meno una società di certificazione esterna ha mai potuto verificare. Ma la sindrome “Fiorito” ormai ha gettato nel panico anche deputati e senatori. E l’incidente di ieri, con la retromarcia imposta da Finie Casini ai colleghi, sta costringendo tutti a correre ai ripari. Il Senato, dove la situazione è identica, si metterà in scia. In ogni caso, se le cose cambieranno, avverrà dal 2013, se ne parlerà insomma dalla prossima legislatura. 48 ORE PER “ORDINARE” I BILANCI Di nuovo rischio «forconi fuori dal Palazzo». Ieri sera in Transatlantico l’atmosfera era elettrica. Edè bastato un passa parola trai tesorieri dei gruppi per accordarsi nel tentativo di arginare il caso: al di là del provvedimento adottato in giunta per il regolamento in queste ore, nell’ufficio di presidenza di domani il presidente Fini proporrà che tutti assumano l’impegno a pubblicare on line i rispettivi bilanci interni. Così, è scattata la corsa per mettere ordine, diciamo così, nelle singole voci di spesa che compongono il generico «contributo unico» dei gruppi (tutto ciò che esula dal personale). IL CASO LEGA Uno squarcio si era aperto il 19 aprile scorso, quando gli scandali Belsito e Lusi erano già noti. Gianluca Pini, deputato romagnolo e «barbaro sognante» vicino a Maroni, sgancia in tv (a Omnibus su La7) una bomba contro Marco Reguzzoni: «Quando scopro che il mio ex capogruppo ha speso in un anno 90 mila euro con la carta di credito del gruppo, qualcuno mi deve giustificare come cavolo sono stati spesi». Scoppia un putiferio. Reguzzoni si difende: «L’importo complessivo delle spese della presidenza, i 90 mila euro citati per il 2011, tiene conto di molte esigenze, tutte documentabili, trasparenti e perfettamente motivate». Poi il caso è stato archiviato. Era una goccia, adesso rischia di venire giù tutto.

 

Diktat dei partiti: nessuno ci controlli i conti Il Pd prima promette di rivolgersi a società esterne ma poi blocca la proposta di Fini per un organo super partes 19 settembre 2012 Il Giornale  (c) Il Giornale 2012.  Emanuela Fontana Roma La nuova era della trasparenza prende il via con una battaglia. Che sia l’indennità di pensione o nuove regole sui rendiconti dei partiti, alla Camera cambiare gli stili di vita pare un tabù. La trasformazione allo studio riguarda il controllo sui bilanci dei gruppi. Un’esigenza nata dopo i tanti scandali legati alla gestione del denaro da parte della politica, in particolare dopo il caso dell’ex tesoriere Lusi che ha investito la Margherita. Oggi la Giunta per il regolamento si riunisce per discutere le nuove norme. Più controlli, si era detto. Più trasparenza con la pubblicazione dei bilanci dei gruppi on line. Ma soprattutto verifiche, possibilmente esterne. Il contributo è interamente pubblico, e anche pesante: 36 milioni 100mila euro sono i fondi messi a preventivo nel bilancio 2012 della Camera, suddivisi tra tutti i partiti che hanno formato un gruppo a Montecitorio. Invece il testo che la giunta andrà a discutere oggi ha corretto le prime intenzioni: i controlli dei rendiconti saranno interni, senza la necessità di una certificazione super partes, come era stato proposto da Gianfranco Fini. La prima bozza redatta dai Questori teneva conto di questa indicazione. Ma nella discussione in Giunta di mercoledì scorso, i gruppi si sono appellati al principio dell’autogiurisdizione degli organi costituzionali (la cosiddetta «autodichia»). La Giunta ha incaricato Antonio Leone (Pdl) e Gianclaudio Bressa (Pd) di redigere una nuova bozza, in cui è scritto che «entro trenta giorni dalla propria costituzione, ciascun Gruppo approva uno statuto», il quale «indica l’organo competente ad approvare il rendiconto e l’organo responsabile per la gestione amministrativa e contabile del Gruppo». In pratica il controllore viene indicato dal gruppo stesso. Una novità positiva sarà comunque la pubblicazione in rete dei bilanci dei partiti, che saranno passati tutti al vaglio della Corte dei Conti. Nel testo in discussione oggi, viene poi puntualizzato come i «contributi» della Camera «sono destinati dai gruppi esclusivamente agli scopi istituzionali riferiti all’attività parlamentare e alle funzioni di studio, editoria e comunicazione ad essa ricollegabili». Si esplicita quindi che i contributi della Camera non possono essere usati a scopi estranei alle finalità parlamentari. Fini non considera la partita chiusa: «Sono certo – ha risposto ieri durante la seduta – che domani la Giunta potrà valutare l’opportunità di ripristinare il testo iniziale». Pd, Udc e Fli hanno promesso in aula che si affideranno comunque a società esterne. «Il gruppo Pd è favorevole alla certificazione da parte di aziende esterne e noi lo faremo», garantisce Dario Franceschini. E Pier Ferdinando Casini giura che farà altrettanto, «per tagliare l’erba sotto i piedi a polemiche future». Uno dei deputati contrari alla proposta di Fini era in realtà proprio l’esponente del Pd Bressa: «La Camera dei deputati è un organo costituzionale – ha spiegato mercoledì in Giunta – e dunque i bilanci vengono esaminati internamente, a meno che non si pensi che chi fa i bilanci della Camera siano tutti dei delinquenti». Ieri lo ha ribadito: «Il controllo interno è il massimo della trasparenza. I bilanci vengono trasmessi al collegio dei Questori che li esamina, con la supervisione della Corte dei Conti. E poi tutto viene pubblicato on line».

 

il caso ; Camera, i partiti divisi sui bilanci certificati Pd-Udc-Idv: noi lo faremo carlo bertini 19 settembre 2012 La Stampa  (c) 2012, La Stampa Stop alla proposta di sottomettere l’ok alle spese a società indipendenti Per usare un paragone calcistico, hanno evitato un autogol quando la palla era già sulla linea della porta. I fatti. Nella Giunta del regolamento della Camera oggi sarebbe andata in votazione una nuova norma per obbligare dal 2013 i gruppi parlamentari che fanno capo ai partiti a redigere un bilancio di come vengono spesi i fondi assegnati ogni anno: in totale circa 35 milioni di euro che i gruppi spendono a vario titolo, dagli stipendi di segretari e dipendenti fino a iniziative politiche e convegni. E che fino ad oggi non erano soggetti ad alcun tipo di controllo. Fin qui tutto bene, peccato che questa lodevole iniziativa, nata in giugno dopo la stretta sui fondi pubblici e i bilanci dei partiti, approda in un Giunta con una proposta (elaborata da Fini e dai tre questori della Camera) che prevede di non assegnare il controllo agli uffici di Montecitorio, ma a società esterne di revisione. E qui come si direbbe casca l’asino, perché una settimana fa in Giunta viene sollevata l’obiezione dell’autogiurisdizione, prerogativa altrimenti detta «autodichia», che garantisce agli organi costituzionali (Camera, Senato, Consulta, Governo e Quirinale) totale autonomia e indipendenza. Allora, dopo una discussione senza obiezioni di sorta, la proposta iniziale viene emendata dai due relatori, Bressa del Pd e Leone del Pdl: la certificazione non deve essere fatta da società esterne, essendo i gruppi soggetti istituzionali assimilabili alla Camera. La notizia viene anticipata dall’Ansa, finisce subito sui siti e scatta una corsa a chi ingrana prima la retromarcia. Casini gioca d’anticipo e prende al volo la parola in aula: «In un momento come questo non possiamo rischiare di incorrere in polemiche e il gruppo Udc per la certificazione del suo bilancio si avvarrà della possibilità di incaricare una società esterna. Bisogna fare giustizia dell’idea che ogni politico sia un ladro e così facendo le chiacchiere stanno a zero». Franceschini rivendica al Pd il merito di aver chiesto già il 6 aprile norme per garantire la massima trasparenza, introducendo l’obbligo di deposito dei bilanci e il loro controllo; e annuncia che anche i Democratici faranno lo stesso, affidando il compito a una società di revisione. «Bisogna far in modo che un passo in avanti non sia rappresentato come un passo indietro», conviene il finiano Della Vedova. I dipietristi si associano, «pagheremo di tasca nostra una società esterna», dice Donadi, che definisce «molto grave» quanto stava per accadere alla Camera che deve «essere una casa di vetro». Il Pdl prende tempo, «perché per i partiti – dice Calderisi del Pdl – la legge prevede la certificazione esterna, ma per i gruppi c’è un problema di carattere costituzionale che verrà approfondito in Giunta». Dove, dopo quanto successo, forse partirà un braccio di ferro o più probabilmente si tornerà alla versione iniziale voluta da Fini, molto irritato a quanto si dice della piega che hanno preso gli eventi. Lo stesso Bersani, sconsolato, osserva che «ogni cosa che si fa per il bene rischia di uscir fuori come il peggio. Figuriamoci se non sono d’accordo io sul controllo esterno…». In tutto ciò il Senato ancora non si sbilancia e c’è da star sicuri che si accoderà al più presto. La vicenda, dopo il voto in giunta che forse slitterà di qualche giorno, approderà in aula una settimana prima del voto sul bilancio interno di Montecitorio. Nel bilancio della Camera, i fondi ai gruppi vengono assegnati in base al numero dei deputati eletti e in tre capitoli distinti: due per il personale dipendente e di segreteria (entrate e uscite devono essere comunicate all’amministrazione) ed uno alla voce «contributo unico» per le spese generali. E l’amministrazione fornisce ai gruppi anche tutti gli spazi necessari per la loro attività, con una tabella rigida di divisione in metri quadri. Uffici, stanze, utenze, computer e quant’altro. AUTOGIURISDIZIONE Per la Carta, gli organi costituzionali devono avere totale autonomia.

^  Primo Piano Camera, freno sui controlli esterni 19 settembre 2012 Unione Sarda Copyright © L´Unione Sarda S.P.A.  Bocciata la proposta di Fini per la certificazione dei bilanci ROMA La Camera si accinge a varare un Regolamento che introduce maggiore trasparenza nell’erogazione dei fondi ai gruppi parlamentari, ma in esso manca il controllo dei bilanci da parte di società di certificazione esterne, come pure aveva proposto il presidente Gianfranco Fini. LA RETROMARCIA La polemica giunge in Aula dove alcuni gruppi fanno retromarcia su questo punto. Sarà la Giunta per il regolamento, stamattina, a dire la parola decisiva. Ieri pomeriggio l’Ansa aveva anticipato la bozza di regolamento scritta da Antonio Leone (Pdl) e Gianclaudio Bressa (PD) che deve essere votata domani dalla Giunta. Il testo recepisce tutte le indicazioni emerse nelle precedenti riunioni della Giunta per introdurre elementi di trasparenza sull’erogazione dei fondi ai gruppi Parlamentari, su cui finora non ci sono regole scritte. Si tratta di 36 milioni l’anno distribuiti in base alla consistenza dei gruppi stessi. LA BOZZA La bozza Leone-Bressa stabilisce dunque che ogni gruppo abbia uno statuto, in cui sia indicato un tesoriere responsabile e un organismo amministrativo. E il bilancio dovrà essere redatto in base a precisi criteri contabili omogenei tra tutti i gruppi. In più si esplicita che i soldi possono essere usati «unicamente» per le finalità strettamente connesse all’attività parlamentare. La bozza però non recepisce la richiesta avanzata dal presidente della Camera Gianfranco Fini lo scorso 31 luglio, e cioè quella di affidare a una società di certificazione esterna il controllo dei bilanci. Nell’ultima riunione della Giunta, infatti, i gruppi si sono orientati per il controllo interno alla Camera, da parte dei Deputati Questori, l’organismo che eroga in Fondi. AUTODICHIA DELLE CAMERE Il motivo va ricercato nella cosiddetta «autodichia», cioè il principio dell’autogiurisdizione degli organi costituzionali, quello in base al quale, per esempio, sono la Camera e il Senato a decidere sulle autorizzazioni a procedere dei propri membri. I siti di informazione hanno rilanciato la notizia che è quindi piombata sull’aula della Camera, dove diversi gruppi hanno operato una “conversione a U” rispetto a quanto espresso in Giunta. UDC, CERTIFICAZIONE ESTERNA Pierferdinando Casini annuncia che se il nuovo regolamento «prevederà la possibilità» per i gruppi di fare la certificazione esterna l’Udc farà questa scelta. Dario Franceschini (Pd) e Massimo Donadi (Idv) annunciano per i loro gruppi ricorreranno alla certificazione esterna. CAUTELA DA LEGA E PDL Anche Benedetto Della Vedova (Fli) è su questa linea e invita a dare «un segnale forte» in nome della trasparenza. Più cauti il leghista Raffaele Volpi e Peppino Calderisi del Pdl, che ricorda «le questioni di costituzionalità», in quanto i controlli esterni violerebbero l’autodichia. L’Api dice sì ai controlli esterni: «Facciamo che siano organi esterni a controllare i nostri conti. Sarebbe un segnale sbagliato da parte di tutto il sistema dei partiti se si immaginasse di chiudere la vicenda dei controlli dei bilanci interni con il solito meccanismo dell’autocertificazione: la pubblica opinione fatica a comprendere come, di fronte a casi eclatanti di tesorieri infedeli e capigruppo scialacquatori, si possa far finta che il tema non tocchi una politica esposta al disincanto persino dei più fervidi militanti», sottolinea Pino Pisicchio, capogruppo di Api alla Camera. Fini, riassume il dibattito affermando che la Giunta, oggi potrà «ripristinare il testo iniziale» della bozza di un nuovo regolamento, quella con la sua proposta di controllo esterno. Dopo le deliberazioni della Giunta la parola definitiva spetterà all’Aula che voterà il testo la prossima settimana.

 

I contributi Ai gruppi di Montecitorio e Palazzo Madama una cifra che quasi raddoppia i rimborsi elettorali; La paura di verifiche indipendenti su 72 milioni di fondi pubblici Sergio Rizzo 19 settembre 2012 Corriere della Sera  (c) CORRIERE DELLA SERA L’autodichìa I deputati rivendicano l’autodichìa: il controllo sarebbe interno con un soggetto scelto dal controllato ROMA – Domanda da rivolgere ai partiti: se i bilanci dei gruppi parlamentari sono puliti e regolari, che paura c’è a farli certificare da un soggetto indipendente? I tedeschi, per esempio, fanno così. Senza che nessuno si scandalizzi perché qualcuno non appartenente al Bundestag ficca il naso nei loro conti. E poi la certificazione esterna dei bilanci delle formazioni politiche, già da tre anni volontariamente introdotta dal Pd, non è stata forse resa obbligatoria con una legge votata appena prima dell’estate? Vero è che senza gli scandali dei rimborsi elettorali della Margherita e della Lega Nord difficilmente una cosa del genere sarebbe passata. Come è pur vero che in quella legge ci sono molte cose discutibili. Per esempio, il fatto che il controllo «pubblico» sui bilanci non sia affidato alla Corte dei conti, come sarebbe naturale e come peraltro sostiene anche Giuliano Amato nella sua relazione a Mario Monti sui costi della politica, bensì a un collegio dove i giudici contabili sono affiancati da magistrati della Cassazione e consiglieri di Stato. Ma l’analogia con le norme approvate pochi mesi fa è un argomento difficilmente contestabile. Anche perché, sebbene il particolare sfugga a molti, i contributi ai gruppi parlamentari della Camera e del Senato sono a pieno titolo una fetta del finanziamento pubblico dei partiti. Basterebbe rileggersi la legge del 1974, quella abrogata dal referendum promosso dai radicali nel 1993. Fu quel provvedimento che stabilì, appunto come parte del finanziamento pubblico, il contributo con fondi statali anche ai gruppi parlamentari. Poi diventato consuetudine, nonostante il famoso referendum. E non sono certamente cifre modeste. La Camera ha in bilancio per il 2012 poco meno di 35 milioni di euro: per l’esattezza, 34 milioni 915 mila euro, contro i 36 milioni 250 mila euro dell’anno scorso. Il Senato, con metà dei parlamentari rispetto all’assemblea di Montecitorio, ha uno stanziamento addirittura superiore: 37 milioni 750 mila euro, contro 37 milioni 600 mila euro del 2011. Totale quest’anno: 72 milioni 665 mila euro. La somma dei contributi ai gruppi parlamentari delle due Camere non è quindi molto lontana dai 91 milioni l’anno fissati come tetto massimo dei rimborsi elettorali dalla nuova legge. Perché questa somma debba avere sul piano dei controlli un trattamento diverso, francamente non si capisce. «È l’autodichìa, è l’autodichìa», ripetono i sostenitori di questa tesi. Molto più numerosi di quanto non si possa immaginare. Che cosa vuol dire quella parola? Semplicissimo. Siccome il Parlamento è autonomo e nelle sue scelte nessuno può mettere becco, ecco allora che i soldi pubblici versati ai gruppi parlamentari, pur essendo parte del finanziamento pubblico, devono essere controllati da un soggetto scelto dagli stessi gruppi che li spendono. Un contorsionismo che nasconde qualche riserva mentale? Boh… Per non dire della scelta di tempo. Davvero incauta. Da settimane le pagine dei giornali sono piene delle vicende sconvolgenti che hanno investito il consiglio regionale del Lazio, dove alcuni politici utilizzavano i finanziamenti scandalosamente generosi concessi proprio ai gruppi per comprare auto di lusso, pagare conti da migliaia di euro al ristorante e perfino servizi fotografici. Una vergogna che ha gettato ancora più discredito sui partiti. E che forse avrebbe suggerito di affidarsi, più che all’«autodichìa», al banale buonsenso. Ma questa, si sa, nella nostra classe politica non è purtroppo una qualità molto comune.

 

Primo Piano Il caso Il pdl Rosso: l’ho fatto anch’io, norme violate. E Consolo, presidente del Consiglio che valuta le richieste: iniziative inopportune; I deputati «ribelli» ai tagli dei vitalizi: ricorsi da Lega, Pdl e Pd Alessandro Trocino 21 gennaio 2012 Corriere della Sera  (c) CORRIERE DELLA SERA ROMA – L’organo si chiama «Consiglio di giurisdizione». Il principio è l’autodichia. Parola difficile, ma concetto semplice: vuol dire che nelle controversie con la Camera, i deputati (e i terzi) hanno una giurisdizione separata. Non devono inoltrare un ricorso al Tar, come farebbe un normale cittadino, ma fare ricorso a un organo interno ad hoc, composto a sua volta di deputati. Il Consiglio di giurisdizione, appunto. Che finora vivacchiava: una decina di casi all’anno, per un organismo semisconosciuto. Poi, all’improvviso, il boom dei ricorsi. Sul tavolo del presidente, Giuseppe Consolo (Fli), negli ultimi giorni sono arrivati diversi fascicoli, presentati da altrettanti deputati, in carica o ex. Del Pdl, del Pd e soprattutto della Lega. Tutti volti a contestare il taglio dei vitalizi deciso a dicembre dall’Ufficio di presidenza della Camera. Consolo parla di 17-18 pratiche già arrivate, ma spera che qualcuno rinunci e tiene «ben chiusi in cassaforte» i nomi. Per il questore Antonio Mazzocchi, i ricorrenti sarebbero solo dieci-dodici. Tra i leghisti, si parla dell’ex sottosegretario Daniele Molgora, che non si fa trovare. Nel Pdl si fa il nome di Roberto Rosso: che conferma. «Certo che ho fatto ricorso – spiega il deputato piemontese -. È stata fatta una palese violazione delle norme. Sono alla quinta legislatura e avevo maturato il diritto di andare in pensione a 50 anni. Ora: i diritti acquisiti sono intangibili, com’è noto. Per tutti, evidentemente, ma non per i parlamentari». I parlamentari con meno diritti dei cittadini? «Vuole parlarmi di casta? Guardi che guadagno 60 mila euro, ho la segreteria a Vercelli e pago con il rimborso spese di 7500 euro vitto, alloggio e taxi. Ho persino rinunciato alla seconda pensione da avvocato, unico in Parlamento. Lo sa che siamo la sola categoria che si è tagliata 2000 euro? E che abbiamo una tassazione al 63 per cento?». Va bene, ma non sembra un bel segnale, in un momento di crisi, farsi annullare i tagli ai vitalizi. «Senta, questo sembra un Paese di cretini. Se dobbiamo implorare la povertà genuflessa come valore principe, facciamolo. Ma molti dirigenti dello Stato guadagnano più di me». Il numero due del Consiglio di giurisdizione, pari grado con il pd Tino Iannuzzi, è Orazio Abrignani. Che spiega: «Questo è un organo nato nel ’98, sotto la presidenza della Camera di Luciano Violante. È organo di primo grado. Per il secondo c’è il Collegio d’Appello, presieduto da Maurizio Paniz». In sostanza si tratta di deputati che fanno ricorso contro decisioni di altri deputati (la Camera) e che vengono giudicati da un organo formato da altri deputati? «Sì, è così. Tra l’altro gli avvocati della Camera sono bravissimi. È un concetto di autodichia molto esclusivo: ce l’abbiamo praticamente solo noi in Italia. Anche se la Corte europea di Strasburgo, nel 2009, ha riconosciuto la legittimità di questo strumento». I 18 deputati ricorrenti hanno impugnato la delibera dell’ufficio di presidenza del 14 dicembre, che riforma il sistema dei vitalizi ai parlamentari (ma su questo la discussione è ancora in corso). Prima veniva concesso, a seconda delle legislature fatte, a 50 anni. La delibera di dicembre dice: tutti in pensione a 60 anni, a prescindere dal numero di legislature. Il termine per i ricorsi scade il 4 febbraio e non si esclude che possano aumentare. Consolo rivendica l’efficacia del suo Consiglio: «Funziona assai bene». La prima riunione è prevista per il 1° febbraio, alle 13.30. «Ho convocato gli altri membri e prima di allora non posso dire nulla». Ma non dovrebbero essere atti pubblici? E la trasparenza? «Più avanti. Appena si è saputa la cosa, si è scatenato il putiferio. E poi magari qualcuno ci ripensa». Già, perché Consolo è «giudice» terzo, ma una sua opinione ce l’ha: «Mi sembrano iniziative assolutamente inopportune. Come si fa, con la situazione che c’è. I primi a fare sacrifici dovremmo essere noi. Detto questo, sul piano giuridico è un altro discorso e si valuterà». Nella lista non ci dovrebbero essere membri del Fli e dell’Idv. E ci sarebbero parecchi leghisti. «Una roba fuori dal mondo – dice l’idv Felice Belisario. – Spero in una resipiscenza operosa, in un delitto tentato e non consumato. Ma chi ha fatto ricorso e insiste, a questo punto deve uscire allo scoperto»

 

L’analisi Le ambiguità della legge; Rimborsi Spese e Portaborse le Nostre Anomalie Sergio Rizzo 3 gennaio 2012 Corriere della Sera  (c) CORRIERE DELLA SERA I contributi illogici da eliminare La differenza Lo stipendio dei deputati italiani è, almeno, di tremila euro lordi al mese più alto di quello dei loro colleghi di altri Paesi ROMA – I dati della Commissione Giovannini, come premette lo stesso rapporto, vanno certamente presi con le molle. Mettiamoci il fatto che la norma con la quale la retribuzione (pardon, il costo…) dei nostri parlamentari dovrebbe essere equiparata alla media europea è chiarissima soltanto in apparenza: in realtà è il massimo dell’ambiguità. Aggiungiamoci poi che da mesi, avendo probabilmente fiutato l’aria, si moltiplicano gli studi di fonte non proprio imparziale tesi a dimostrare che contrariamente all’evidenza di un peso macroscopico sui contribuenti (per mantenere le due Camere ogni italiano spende 26,33 euro l’anno, il doppio di un francese, due volte e mezzo rispetto a un cittadino britannico!) deputati e senatori italiani costerebbero individualmente meno dei loro colleghi europei. La conclusione logica sarebbe che alla fine la montagna ha partorito un topolino. Invece i risultati della Commissione offrono all’evidenza per la prima volta in un documento con i crismi dell’ufficialità, alcune storture del nostro sistema che mettono seriamente in crisi il catenaccio avviato dai difensori dello status quo, pronti non soltanto a respingere qualsiasi taglio a indennità, rimborsi e prerogative, ma addirittura a rivendicare più soldi proprio in virtù della famosa media europea. Intanto è palese che lo stipendio nudo e crudo dei parlamentari italiani è di almeno 3 mila euro al mese (lordi, s’intende) più alto degli altri. Anche dei tedeschi, nonostante la Germania abbia un prodotto interno lordo procapite del 25% più alto dell’Italia. E senza considerare la Spagna, dove l’indennità dei deputati è decisamente più bassa. Ma soprattutto, sarà ora impossibile per la Camera e il Senato non fare i conti con alcuni scheletri nell’armadio da troppo tempo. Prendiamo la vicenda scandalosa dei collaboratori. Quello italiano è l’unico Parlamento in Europa nel quale deputati e senatori percepiscono una quantità non irrilevante di soldi con cui dovrebbero retribuire l’assistente personale. Sapevamo anche prima di leggere il rapporto della Commissione che i membri del Bundestag hanno diritto a una somma enormemente superiore. Ma c’è una differenza: i deputati tedeschi non toccano un euro. I loro collaboratori personali vengono infatti pagati direttamente dal Bundestag. Né più, né meno, come avviene altrove, a cominciare dal Parlamento europeo. I nostri, invece, in molti casi se li mettono in tasca: puliti, senza imposte. Di più. Quei soldi vengono da qualcuno utilizzati per fare il famoso versamento volontario al partito. Con il risultato che si può persino portare in detrazione dalle tasse il 19% dell’importo su una somma già esentasse. Molti assistenti intascano paghe da miseria e in nero. Non è un caso che i collaboratori ufficialmente riconosciuti siano meno di un terzo dei deputati. Speriamo che il rapporto Giovannini contribuisca finalmente a far cessare questo sconcio. Facendo venire al pettine pure altri nodi. Per esempio la questione della diaria, che incassano tutti forfetariamente. Di che cosa si tratta? Del rimborso per le spese sostenute a causa della permanenza a Roma nei giorni di lavoro. Per quale ragione questo contributo (esentasse) debba spettare senza alcuna differenza anche a chi abita nella Capitale, è francamente un mistero. Adesso toccherà al Parlamento tirare le somme. La Commissione non le ha tirate. E non è arbitrario ravvedere dietro questa ovvia omissione una scelta precisa. Dare anche un semplice suggerimento sull’interpretazione dei dati e delle varie voci sarebbe stato probabilmente irrituale. Ma anche rischioso, vista l’indignata determinazione con cui le Camere hanno rivendicato la propria autonomia quando nel decreto «salva Italia» aveva fatto capolino una norma che affidava al governo il compito di fare la media, nel caso in cui i dati non fossero stati disponibili per fine 2011. I numeri sono arrivati il 2 gennaio, pur con tutti i limiti di cui abbiamo parlato. Le Camere hanno voluto risolvere il problema da sole invocando l’«autodichia». E dandosi pure la zappa sui piedi, considerato che la media europea sarebbe dovuta scattare dalla prossima legislatura mentre ora il presidente di Montecitorio Gianfranco Fini ha promesso che si applicherà da subito. Dunque lo facciano: in fretta e senza fare ricorso alle solite piccole furbizie, quando si dovranno tirare le somme. Magari facendosi scudo di uno di quegli studi «imparziali» che mettono tutto nello stesso calderone, dall’indennità ai rimborsi spese fino ai costi del portaborse, per arrivare a una qualche conclusione gattopardesca. Non lo meritano i cittadini e non lo meritano le istituzioni democratiche. Per difendere il nostro Parlamento e restituire credibilità alla politica non c’è che una strada: quella della serietà e della trasparenza. Per favore, lasciate perdere i calderoni.

 

Parlamento sovrano o «Ancien Régime»? così i Deputati si salvano lo Stipendio Sergio Rizzo 11 dicembre 2011 Corriere della Sera  (c) CORRIERE DELLA SERA C’era da aspettarselo che il Parlamento non l’avrebbe digerito. Succede sempre, quando il governo soltanto si permette di sfiorare le prerogative delle Camere. È allora che si leva il grido: «il Parlamento è sovrano!». L’aveva sperimentato Tommaso Padoa-Schioppa, che nel 2007 aveva provato a imporre per legge un taglio delle spese delle Camere ed era stato respinto con perdite. Questa volta è toccato invece a Mario Monti beccarsi l’accusa di lesa maestà. Il presidente del Consiglio aveva osato mettere nel decreto cosiddetto «salva Italia» una pillola avvelenata per evitare di far slittare alle calende greche la decisione di ridurre gli stipendi di deputati e senatori parametrandoli alla media europea, come aveva stabilito Giulio Tremonti con la manovra di luglio: principio già ammorbidito da una manina notturna in Parlamento mentre si approvava quel provvedimento. E che forse qualcuno, chissà, sperava di ammorbidire ancora di più. Era previsto che nel caso in cui l’apposita commissione incaricata di calcolare le nuove indennità non avesse completato il lavoro per San Silvestro, avrebbe provveduto il governo con una misura d’urgenza. Da gennaio. Non è forse assolutamente urgente che il Palazzo mandi dei segnali a un Paese già assediato dalla recessione, che sta stringendo la cinghia? Che sta pagando più tasse? Che sta mandando i lavoratori in pensione sempre più tardi? Apriti cielo! Come osa il governo mettere bocca su decisioni che spettano esclusivamente al «Parlamento sovrano»? Come osa, sapendo che vige il principio dell’«autodichìa», in base al quale gli organi costituzionali sono autonomi in tutto e per tutto, e nessuno può sindacare come spendono i soldi? Peccato che quella «autodichìa» abbia fatto lievitare i costi, negli anni della crisi più dura dalla Grande depressione, del 9,4% al Senato e del 12,6% alla Camera. Peccato che quel sovrano si sia mostrato finora molto più attento a difendere certi propri assurdi privilegi che a perseguire una sobrietà consona a una classe politica efficiente e responsabile, in un momento di tale difficoltà economica. Più simile, insomma, a uno di quei vecchi monarchi dell’ ancien régime che a un sovrano «repubblicano». Il fatto è che gli italiani l’hanno ormai capito.

 

Onorevoli in rivolta “Giù le mani dalla paga”; La polemica CARMELO LOPAPA 10 dicembre 2011 La Repubblica Gruppo Editoriale L´Espresso Spa ROMA – Il direttore generale di Equitalia, Marco Cuccagna, è rimasto ferito a un occhio e alla mano, a causa dello scoppio di un pacco bomba fatto recapitare nel suo ufficio. LA RIVOLTA parte dalla Camera e rimbalza in poche ore al Senato. La norma della manovra Monti che prevede un decreto per tagliare già da gennaio le indennità ai parlamentari – e con loro a tutte le altre cariche elettive – non passa. «Viola l’autonomia del Parlamento», andrà riscritta. E rivista. Su deputati e senatori si abbatte una nuova scure. LA NOTIZIA è che, dopo la cancellazione del vitalizio, tra poche settimane anche l’indennità verrà dimezzata o quasi. E ora è braccio di ferro sull’ammontare del taglio. Stipendio da agganciare agli europarlamentari, è la proposta messa per iscritto dai questori del Senato. No, così le spese raddoppiano anziché ridursi, rilanciano da Montecitorio: meglio la media delle indennità nei paesi Ue. La prima bocciatura alla stretta arriva dalla commissione Affari costituzionali della Camera, che in queste ore ha espresso parere negativo sul settimo comma dell’articolo 23 della manovra. È la norma che prevede che dal primo gennaio gli stipendi di amministratori, consiglieri, sindaci e parlamentari subiranno un taglio che li equipari ai colleghi europei. A far insorgere le Camere, la previsione del ricorso a un decreto del governo nel caso, ormai probabile, in cui la commissione guidata dal presidente Istat Enrico Giovannini non depositi il previsto studio di comparazione entro fine anno. Nel Parlamento vige l’ “autodichia“, protestano. La prima commissione di Montecitorio ha già bocciato il comma. «Tocca a noi decidere come procedere». Lo stesso accade a Palazzo Madama. «Quell’intervento, giusto nel merito, lede l’autonomia del Parlamento – spiega il senatore questore Benedetto Adragna – Se non lo faranno prima i colleghi della Camera, il nostro collegio dei questori depositerà un emendamento correttivo. Puntiamo all’equiparazione ai parlamentari europei, con tutto ciò che ne consegue». Il conto è presto fatto. Oggi l’indennità di un deputato italiano ammonta a 11.704 euro al netto della diaria. La media delle retribuzioni nell’eurozona è invece di 5.339 euro e quello sarebbe l’implicito suggerimento del governo Monti. Invece l’eurodepuato, al quale i senatori si vorrebbero agganciare, guadagna circa 5.900 euro netti mensili. Ma a Bruxelles vigono benefit di peso: i collaboratori sono a carico del Parlamento e i rimborsi spese (come i voli) avvengono a pie’ di lista, dopo presentazione di ricevute, ma sono «pieni». Così, a Montecitorio i tecnici hanno fatto due conti e hanno scoperto che l’adeguamento all’Europarlamento farebbe quasi raddoppiare i costi della «casta» anziché ridurli. Ecco perché col placet della struttura, alla Camera i relatori alla manovra depositeranno nelle prossime ore un emendamento più in linea col progetto Monti. Spiega il questore di Montecitorio Gabriele Albonetti: «Dobbiamo parametrarci a un regime molto più rigido e individuare quale sia la soglia effettiva delle indennità nette, perché il lordo non fa testo, la fiscalità è diversa da paese e paese». Quel che è certo è che matura la vera stangata, quella sull’indennità

 

La sanità dei deputati: 30mila euro al giorno; Ma sulle pensioni la Camera studia una mini-austerity c.l. 17 luglio 2011 La Repubblica Gruppo Editoriale L´Espresso Spa ROMA -I parlamentari si salvano dai tagli alle pensioni, ma la Camera ora sta preparando un’autoriduzione. Con restrizioni applicate ai benefit, in particolare affitti e auto blu, e risparmi di complessivi 90 milioni in tre anni. I bilanci della spesa 2010 degli onorevoli, appena pubblicati da Montecitorio, evidenziano rimborsi per 30 mila euro al giorno per l’assistenza sanitaria. Per ticket, cure termali, psicoterapie ogni anno vengono spesi dieci milioni di euro. ROMA – Per una di quelle non rare distrazioni, è accaduto che i deputati e i senatori siano rimasti fuori dal versamento del «contributo di solidarietà», al quale saranno chiamati da domani tutti gli altri italiani benestanti. La scure che, con l’approvazione della manovra, scenderà con un taglio del 10 per cento su tutte le pensioni che superano i 90 mila euro lordi l’anno, risparmierà infatti gli onorevoli e con loro funzionari e dirigenti dei due rami del Parlamento. Non esattamente una negligenza, per la verità. Su quelle pensioni e quei vitalizi il governo non poteva intervenire, ammesso che avesse voluto, vigendo il principio dell’autodichia di Camera e Senato. Ma gli uffici dei questori di Montecitorio sono già al lavoro, con l’aria che tira la svista non è destinataa passare inosservata.E infatti il caso siè già aperto. Anche perchéè stato stimato che solo alla Camera l’applicazione di quel taglio sulle pensioni over 90 mila consentirà una risparmio tra i 5 e gli 8 milioni di euro. E allora, la proposta sarà il piatto forte della proposta che il questore pd Gabriele Albonetti, assieme ai colleghi, porterà all’ufficio di presidenza già convocato dal presidente Gianfranco Fini per giovedì prossimo. Quando sarà messo nero su bianco una sorta di maxi piano di rientro per adeguare il bilancio interno della Camera alla manovra appena approvata e adeguarsi alla linea del rigore. Da gennaio di quest’anno già i deputati hanno subito la decurtazione di circa mille euro mensili, grazie ad altri risparmi sono stati restituiti 20 milioni di euro alle casse pubbliche. Ma il piano triennale messo a punto dagli uffici prevede ora restrizioni ulteriori, che dovrebbero portare nel triennio alla restituzione allo Stato di 15 milioni di euro nel 2012, 30 nel 2013 e 45 nel 2014. Se l’operazione riuscisse, al ministero dell’Economia tornerebbero 90 milioni in tre anni, su un bilancio che ogni anno pesa per un miliardo (sebbene ora a crescita «zero» e più light rispetto al passato). «Il Parlamento deve fare tutto quanto è in suo potere per convincere gli italiani che le Camere non sono il luogo dove una casta privilegiata si chiude a difesa dei suoi interessi» scrive il presidente Fini in una lettera pubblicata oggi dal “Fatto quotidiano” in cui conferma l’avvio di un giro di vite. «C’è materiale per tagli significati, va verificato se c’è la volontà di farlo» aggiunge però con un pizzico di realismo. D’altronde, ha destato sorpresa quanto accaduto a metà settimana al Senato, dove due emendamenti pidiellini alla manovra hanno quasi stoppato e rinviato l’adeguamento delle indennità parlamentari a quelle dei paesi europei, nonostante la mannaia in arrivo sulle famiglie italiani. Per gli ulteriori tagli a cui pensa Fini il collegio dei questori lavora già a un piano. Dieci milioni di euro saranno risparmiati dalla sospensione dei contratti di affitto in scadenza, da dicembre quello di Palazzo Marini a Piazza San Claudio. E ancora, sotto le forbici finiranno le auto blu di cui oggi usufruiscono una settantina di persone per tappe anche fuori dalla Capitale (corse limitate solo a Roma), ma anche spese «strutturali», quali la ristorazione. Mentre già da questo mese, i deputati ricevono la loro busta paga non più in cartaceo ma online. La stretta sui conti porterà forse a un rinvio a settembre dell’approvazione del bilancio interno 2011. Ieri anche il governatore Formigoni ha invocato «segnali forti: i tagli alla politica andavano fatti e possono essere recuperati». Di Pietro pessimista: «Hanno scelto un’altra strada, quella di togliere ai cittadini e salvare la casta».

 

IL DECALOGO 1 ottobre 2009 La Stampa  (c) 2009, La Stampa 1 Disarmare le lobby Contro il potere delle lobby serve disciplinare la libertà d’associazione, rendendo pubblici i nomi degli iscritti, stabilendo un regime di incompatibilità, demolendo la regola della cooptazione; e serve inoltre una legge sui gruppi di pressione, così come serve azzerare con un colpo di spugna gli ordini professionali. 2 Rompere l’oligarchia di partiti e sindacati Partiti e sindacati nuotano in una zona franca del diritto, nessuna regola giuridica ne garantisce la democrazia interna; serve perciò una legge contro il potere delle loro oligarchie, e per converso serve togliere i vincoli di legge per candidarsi alle elezioni. 3 Dare voce alle minoranze Per restituire fiato alle energie penalizzate da una discriminazione di genere o di razza o di qualsiasi altra natura, per superare il pregiudizio che mortifica le qualità degli individui, servono azioni positive precedute da analisi statistiche, e che siano inoltre temporanee, irretroattive, flessibili e graduali. 4 Annullare i privilegi della nascita Per superare le strettoie del nepotismo, per neutralizzare almeno in parte i privilegi della nascita, servono da un lato le imposte di successione; dall’altro lato, una penalità per chi concorra ad ottenere la stessa posizione che hanno già raggiunto i propri genitori. 5 Rifondare l’università sul merito Per restituire all’università la propria autorità perduta bisogna inocularvi la linfa della meritocrazia; bisogna perciò abolire il valore legale del titolo di studio, liberalizzare gli stipendi dei docenti, mettere un voto in pagella ai professori. 6 Garantire l’equità dei concorsi Contro i favoritismi, contro gli abusi che inquinano assunzioni e promozioni dei dipendenti pubblici, servono procedure garantite dal sorteggio dei commissari di concorso. 7 Neutralizzare i conflitti d’interesse Per rompere gli interessi coalizzati è necessario dividere con un colpo d’accetta controllati e controllori, vietando ai primi di scegliersi i secondi, abolendo l’autodichia, proibendo o scoraggiando le doppie poltrone. 8 Favorire il ricambio della classe dirigente Se il potere è chiuso a chiave da un’oligarchia impermeabile al ricambio, se nella società politica così come nella società civile si moltiplicano le poltrone a vita, è necessario imporre la rotazione delle cariche (e delle sedi) attraverso un limite assoluto di due mandati per ogni cittadino. 9 Impedire il governo degli inetti L’ignoranza al potere si combatte reclamando un titolo di studio per chi si presenta a un’elezione, e reclamando inoltre precise competenze per chi ricopre ruoli di governo. 10 Promuovere il controllo democratico Per accorciare la distanza fra governanti e governati serve un’iniezione di democrazia diretta, sia nella società politica, sia nella società civile; più in particolare, bisognerà introdurre la revoca degli eletti e generalizzare la mozione di sfiducia, sia verso i presidenti delle assemblee parlamentari, sia verso i rettori, i dirigenti sindacali, i presidenti di qualunque circolo sociale.

 

Strasburgo boccia gli onorevoli-giurati  29 aprile 2009 Il Giornale  (c) Il Giornale 2009.  I giudici di Strasburgo strigliano l’Italia. E «bocciano» un istituto proprio del Parlamento, la autodichia, alias la possibilità di decidere con un organo interno di giurisdizione – la specifica sezione della Camera o del Senato – le cause che riguardano lo stato del proprio personale. La Corte europea dei diritti dell’uomo ha condannato il nostro Paese per non avere garantito un equo processo a sette cittadini, tutti con contenziosi aperti con la Camera. Per la Corte il fatto stesso che la sezione sia costituita da membri dell’ufficio di presidenza della Camera «è sufficiente a sollevare dubbi sulla sua oggettiva imparzialità».

 

Le riforme condivise partano dalle regole per la Casta di Pierluigi Mantini 12 giugno 2008 ItaliaOggi Copyright ItaliaOggi Erinne Srl 2008  Dinanzi alla roboante invettiva di Antonio Di Pietro, dai banchi della Camera, contro i parlamentari «pianisti» accusati di truffa, e contro lo stesso presidente di turno, colpevole di «concorso nel reato per omissione», agli ex deputati Flavio Bonafini e Paolo Togini saranno certo fischiate le orecchie.Si, perchè sono stati proprio loro che, votando per altri due deputati assenti nella seduta del 16 maggio 1995, hanno dato l’opportunità alla Corte Costituzionale di riaffermare il principio dell’autodichia delle Camere, una parola antica ma dagli effetti assai attuali.Il principio di eguaglianza dinanzi alla legge, stabilisce la Corte Costituzionale nella sentenza 379 del 1996, «non si spinge fino al punto di postulare l’attitudine della legge penale a penetrare in ogni ambito della vita parlamentare». Ad una visione «onnipervasiva del diritto penale», prosegue la Corte, «si oppone il principio dell’autonomia delle Camere e la correlativa garanzia della non interferenza della giurisdizione nell’attività delle istituzioni rappresentative».Lo statuto di garanzia delle Assemblee parlamentari risulta infatti definito, e al tempo stesso delineato quanto alla sua operatività, da un unitario e sistematico insieme di disposizioni costituzionali (in specie artt. 64, 68 e 72 Cost., n.d.r.) . che riservano ai regolamenti parlamentari, votati a maggioranza assoluta da ciascuna Camera, «l’organizzazione interna e, rispettivamente, la disciplina del procedimento legislativo per la parte non direttamente regolata dalla Costituzione (…)». Per la Consulta è «l’autonomia delle funzioni delle Camere il bene protetto» e «questa sfera di libertà non si atteggia come un privilegio del ceto politico», ma come «tutela della autonomia delle istituzioni parlamentari orientata a sua volta alla protezione di un’area di libertà della rappresentanza politica».E così i «pianisti» Bonafini e Togini, assurti agli onori della giurisprudenza costituzionale, furono sollevati dall’accusa di falso mossa dalla Procura di Roma, che non può procedere per via penale nelle condotte parlamentari tipiche.Intendiamoci, solo in quelle condotte proprie dell’esercizio delle funzioni parlamentari, perché per i reati comuni, dopo l’abolizione dell’autorizzazione a procedere nel 1993, la magistratura è libera di indagare.Non è reato, ma è chiaro che il comportamento di chi vota per due è grave e disdicevole. Occorrono mezzi più efficaci di quelli attuali per garantire i controlli e già impazzano le soluzioni: sedie che fischiano come per le cinture di sicurezza delle auto, impronte digitali, controlli video, sistema di voto che impegna entrambe le mani.Ma il tema è più vasto e riguarda l’etica pubblica che è necessaria per la serietà e la credibilità della politica e delle istituzioni. «Quando il potere si afferma come solutus a lege hominum si arriva facilmente a credersi solutus a lege Dei, cioè superiore alla morale» (Luigi Sturzo, Politica e morale, 1938). Ma non c’è solo l’etica religiosa, c’è e deve esserci anche l’etica civile, democratica e costituzionale, che concorre nel formare l’etica pubblica. È un tema fondamentale della nostra società, come ricordato nel dialogo tra Ratzinger e Habermas, sull’equiordinazione tra fede e ragione. Perciò occorre andare oltre il giro di vite sui «pianisti», occorre un indirizzo comune (che oggi non c’è) sull’uso prudente delle garanzie parlamentari, la migliore disciplina dei conflitti di interesse, la revisione delle norme sul finanziamento dei partiti e della stampa, la disciplina legale degli statuti dei partiti politici.Occorrono, in sostanza, le «regole per la casta», passando dall’antipolitica alla buona politica, dal «grillismo» all’etica pubblica.Senza demagogia nè populismo, con serietà ed equilibrio. Ma di questo impegno si sono perse le tracce mentre invece dovrebbe essere parte essenziale di una comune agenda delle riforme. Speriamo che l’occasione dei «pianisti» sia solo un’ouverture.

^   Attualità Privilegiati sì, ma a caro prezzo 17 agosto 2007 L´Espresso  (c) 2007 Gruppo Editoriale L’Espresso. S.p.A. Si ricredano gli scettici: “Noi in Parlamento portiamo alta professionalità. E la professionalità si paga. Rapportate a funzioni, responsabilità, qualità del lavoro e metodologia d’ingresso, le retribuzioni dei dipendenti parlamentari sono adeguate alle leggi del mercato”. Silvano Sgrevi, documentarista della Camera e segretario Uil degli organi costituzionali, non ha dubbi: le paghe eccellenti delle due Camere compensano “professionalità e sacrifici”. Quali sono i sacrifici? “Puoi essere richiamato dalle ferie in qualsiasi momento, essere distaccato per mesi all’estero, al Parlamento europeo. E questo a livello familiare comporta grandi problemi. Non sono poche le coppie che hanno problemi di relazione. La più preparate capiscono che il sacrificio viene compensato da un alto livello di vita per i familiari. Ma per il resto si sfiora il disastro. Il sindacato ha tentato di verificare le situazioni relazionali e matrimoniali dei dipendenti. Non siamo andati in profondità: ci siamo spaventati per quello che abbiamo trovato”. Cominciamo dall’inizio della carriera, la selezione. Davvero così dura? “Per Camera e Senato è spietata. Concorsi veri, selezione vera: esattamente come la pubblica opinione chiede”. D’accordo, ma le retribuzioni appaiono decisamente esagerate. “Il nostro orario di lavoro è perà di 40 ore settimanali e comprende anche gli straordinari. Qui si lavora veramente. Una discussione politica in aula non viene interrotta perché l’orario dei dipendenti è terminato. Si va via solo quando l’attività è esaurita. E poi ci sono le rinunce”. Rinunce? E quali? “Quelle sindacali, per esempio. Noi non abbiamo mai fatto scioperi. E non è che i problemi non ci siano. Nell’85 abbiamo protestato al Senato, ma non abbandonando il posto di lavoro. Semplicemente ci siamo messi un fiore all’occhiello per segnalare la nostra protesta”. E a cos’altro rinunciate? “Per difendere i nostri diritti non possiamo ricorrere al giudice ordinario. I dipendenti parlamentari devono sottostare a un giudizio interno, alle procedure dell’autodichia. In caso di controversie siamo sottoposti al giudizio di una commissione composta da deputati o senatori. E qui si verificano non poche incongruenze. Tu magari sei costretto a fare ricorso contro un provvedimento dell’Ufficio di presidenza, ma è lo stesso organo del secondo grado di giudizio”. Privilegi pensionistici: retributivo per tutti, età d’uscita bassissima. Puà durare? “No. Nessun dubbio sulla necessità di passare a una previdenza allineata a quella degli altri lavoratori. Ma sulle modalità vogliamo discutere. Se vuoi personale con grande attaccamento alle istituzioni per le quali lavorano devi per forza dargli dei riconoscimenti”.

Al Quirinale i panni sporchi con i dipendenti si lavano in casa di Debora Alberici 19 marzo 2010 ItaliaOggi Copyright ItaliaOggi Erinne Srl 2010  Al Quirinale i panni sporchi si lavano in casa. Le sezioni unite della Cassazione hanno infatto ribadito l’indipendenza istituzionale e giurisdizionale della presidenza della Repubblica, che diventa sempre di più giudice di se stesso, sancendo l’autodichia del segretariato. I giudici di Piazza Cavour hanno stabilito che le controversie riguardanti i dipendenti del Qurinale non vengono decise né dal giudice amministrativo né da quello ordinario ma sono sottoposte a una “giurisdizione domestica”. Insomma la magistratura resta fuori dalla porta del Colle quando ci sono problemi con i dipendenti. E per dirimere una questione così delicata si è scomodata la Cassazione a sezioni unite, con l’ordinanza n. 6529 del 17 marzo 2010, destinata a far parlare. La giustizia insomma sarà pure uguale per tutti, ma secondo Piazza Cavour «l’organo costituzionale in disamina, assistito da una potestà di autoorganizzazione a fondamento costituzionale indiretto, da una indiscussa autonomia contabile (…) e da un’idoneità alla normazione sui conflitti domestici attraverso l’adozione di regolamenti, si è dotato consapevolmente, sin dal 1996, di una struttura decisionale articolata per la soluzione di tali conflitti e ha visto, negli ultimi anni, il giudice amministrativo dubitare della propria potestas judicandi sui conflitti stessi». Dall’esercizio di questi potere regolamentare la «possibilità» di riservare alla propria giurisdizione domestica le controversie insorte nella costituzione e nella gestione del rapporto con il personale. Con questa decisione i dipendenti del segretariato della Presidenza vedono tramontare una volta per tutte la chance di far valere i propri diritti di lavoratori in un’aula di giustizia. Ma niente paura, dice la Cassazione: i diritti di queste persone non verranno calpestati. Lo dice anche l’art. 6 della Convenzione europea che assicura la bontà delle tutele offerte da queste “giurisdizioni domestiche”.

 

Impiegati assenteisti alla Camera usavano badge falsi, 17 indagati – Inchiesta della procura di Roma dopo la denuncia partita dall´amministrazione di Montecitorio. L´accusa è di truffa – Il personaggio – breviario CARMELO LOPAPA 26 gennaio 2010 La Repubblica  (c) Copyright LA REPUBBLICA Anomalie nei controlli a campione, viene informato il presidente Fini CARMELO LOPAPA ROMA – Qualcuno si è procurato il tesserino del collega appena andato in pensione. Qualcun altro un badge riservato dell´amministrazione, non nominativo. In tutti i casi, strumenti utili per entrare e uscire comodamente da Montecitorio durante gli orari di ufficio, in modo tale che non ne restasse traccia sui rilevatori elettronici all´ingresso della Camera dei deputati. Una truffa pianificata con un certo metodo, dato che i protagonisti sono impiegati e dipendenti appartenenti a quasi tutti i settori dell´amministrazione parlamentare. Come se ci fosse stato un fraudolento passaparola, un mini piano. Mele marce se ne scoprono di tanto in tanto in tutti gli uffici pubblici. Ma è la prima volta che una truffa del genere venga scoperta nel cuore delle istituzioni, alla Camera. Sotto inchiesta sono finiti in 17, incastrati dall´indagine condotta dalla procura della Repubblica di Roma, ora alle battute finali. Ma la denuncia delle «anomalie» era partita nel 2009 per espressa volontà del presidente della Camera, Gianfranco Fini. Dipendenti dei livelli professionali meno elevati dei servizi più svariati, giusto un paio i commessi (assistenti parlamentari), la gran parte impiegati. Truffa ai danni dello Stato e falso, sono le accuse per le quali sono stati iscritti al registro degli indagati. L´amministrazione di Montecitorio avvierà nei loro confronti anche un procedimento disciplinare, quando la procura avrà notificato gli atti. Tutto parte grazie ai controlli a campione che periodicamente vengono effettuati a Palazzo. La Segreteria generale riscontra le prime anomalie nelle registrazioni delle presenze, si scopre che alcuni dipendenti, inizialmente pochi, risultano presenti anche quando non sono al loro posto, non si sa per fare cose, per andare dove. Il numero uno della burocrazia di Montecitorio, Ugo Zampetti, informa in via riservata il presidente Fini. In Parlamento vige la piena autonomia, la cosiddetta autodichia, gli organi di polizia non possono indagare se non autorizzati. Si sarebbe potuto procedere con un´indagine interna. Invece, proprio Fini dispone l´immediata denuncia alla procura. Seguono mesi di indagini, delegate all´ispettorato di polizia della Camera, massimo riserbo. Gli impiegati presunti truffatori vengono incastrati – a quanto è trapelato ieri dalla procura romana – con prove documentali «inequivocabili». Non è scontato, per altro, che l´indagine escluda ulteriore sviluppi e altri coinvolgimenti. Uno degli obiettivi che si pone ora Montecitorio è quello di scoprire da dove siano saltati fuori quei tesserini, chi li abbia forniti. Quando sono state diffuse le prime notizie sull´inchiesta, ieri, i vertici della Camera dei deputati hanno espresso soddisfazione per i risvolti della «collaborazione tra l´autorità giudiziaria e l´amministrazione, che ha trasmesso in modo completo tutti gli elementi che le sono stati richiesti a fini probatori di volta in volta». Ad ogni modo, tengono a precisare, la vicenda non avrebbe coinvolto «aspetti di sicurezza delle sedi parlamentari». Per evitare ulteriori sorprese, però, dal mese prossimo i tesserini del personale saranno tutti sostituiti «con badge di ultima generazione», destinati ad evitare analoghe furberie ai danni dell´erario.

 

Tagli alle pensioni, salvati i parlamentari ma la Camera prepara l’autoriduzione; Il palazzo senza sacrifici; Stretta anche su affitti e auto blu. “In tre anni risparmi per 90 milioni” LOPAPA E SAVIANO 17 luglio 2011 La Repubblica Gruppo Editoriale L´Espresso Spa ROMA – Per una di quelle non rare distrazioni, è accaduto che i deputati e i senatori siano rimasti fuori dal versamento del «contributo di solidarietà», al quale saranno chiamati da domani tutti gli altri italiani benestanti. La scure che, con l’approvazione della manovra, scenderà con un taglio del 10 per cento su tutte le pensioni che superano i 90 mila euro lordi l’anno, risparmierà infatti gli onorevoli e con loro funzionari e dirigenti dei due rami del Parlamento. Non esattamente una negligenza, per la verità. Su quelle pensioni e quei vitalizi il governo non poteva intervenire, ammesso che avesse voluto, vigendo il principio dell’autodichia di Camera e Senato. Ma gli uffici dei questori di Montecitorio sono già al lavoro, con l’aria che tira la svista non è destinataa passare inosservata.E infatti il caso siè già aperto. Anche perchéè stato stimato che solo alla Camera l’applicazione di quel taglio sulle pensioni over 90 mila consentirà una risparmio tra i 5 e gli 8 milioni di euro. E allora, la proposta sarà il piatto forte della proposta che il questore pd Gabriele Albonetti, assieme ai colleghi, porterà all’ufficio di presidenza già convocato dal presidente Gianfranco Fini per giovedì prossimo. Quando sarà messo nero su bianco una sorta di maxi piano di rientro per adeguare il bilancio interno della Camera alla manovra appena approvata e adeguarsi alla linea del rigore. Da gennaio di quest’anno già i deputati hanno subito la decurtazione di circa mille euro mensili, grazie ad altri risparmi sono stati restituiti 20 milioni di euro alle casse pubbliche. Ma il piano triennale messo a punto dagli uffici prevede ora restrizioni ulteriori, che dovrebbero portare nel triennio alla restituzione allo Stato di 15 milioni di euro nel 2012, 30 nel 2013 e 45 nel 2014. Se l’operazione riuscisse, al ministero dell’Economia tornerebbero 90 milioni in tre anni, su un bilancio che ogni anno pesa per un miliardo (sebbene ora a crescita «zero» e più light rispetto al passato). «Il Parlamento deve fare tutto quanto è in suo potere per convincere gli italiani che le Camere non sono il luogo dove una casta privilegiata si chiude a difesa dei suoi interessi» scrive il presidente Fini in una lettera pubblicata oggi dal “Fatto quotidiano” in cui conferma l’avvio di un giro di vite. «C’è materiale per tagli significati, va verificato se c’è la volontà di farlo» aggiunge però con un pizzico di realismo. D’altronde, ha destato sorpresa quanto accaduto a metà settimana al Senato, dove due emendamenti pidiellini alla manovra hanno quasi stoppato e rinviato l’adeguamento delle indennità parlamentari a quelle dei paesi europei, nonostante la mannaia in arrivo sulle famiglie italiani. Per gli ulteriori tagli a cui pensa Fini il collegio dei questori lavora già a un piano. Dieci milioni di euro saranno risparmiati dalla sospensione dei contratti di affitto in scadenza, da dicembre quello di Palazzo Marini a Piazza San Claudio. E ancora, sotto le forbici finiranno le auto blu di cui oggi usufruiscono una settantina di persone per tappe anche fuori dalla Capitale (corse limitate solo a Roma), ma anche spese «strutturali», quali la ristorazione. Mentre già da questo mese, i deputati ricevono la loro busta paga non più in cartaceo ma online. La stretta sui conti porterà forse a un rinvio a settembre dell’approvazione del bilancio interno 2011. Ieri anche il governatore Formigoni ha invocato «segnali forti: i tagli alla politica andavano fatti e possono essere recuperati». Di Pietro pessimista: «Hanno scelto un’altra strada, quella di togliere ai cittadini e salvare la casta».